Le nevi del Kilimangiaro vicine alla scomparsa: vi sveliamo chi ha scritto la loro condanna!
L’addio alle nevi perenni del Kilimangiaro sembra ormai prossimo; ma l’amaro destino della mini calotta di ghiaccio era già scritto nel passato, come quello di tanti altri ghiacciai tropicali.
A poche decine di km dall’equatore, tra le savane dell’Africa orientale, si erge maestosa la “montagna scintillante”, così come definita in swahili, la lingua del luogo. Il Kilimangiaro è un vulcano quiescente, formato da 3 coni allineati e ravvicinati, tanto da sembrare una montagna unica che, a causa della sua posizione, è definibile come la montagna isolata più alta del mondo, con i suoi 5895 metri.
È stata definita “scintillante”, anche dai primi esploratori europei di fine ‘800, per via del suo ghiacciaio sommitale, che la ricopre nelle ultime centinaia di metri di altitudine. Fatta eccezione per le rare nevicate, che imbiancano da qualche ora a pochi giorni le pendici del vulcano, a volte fino ai 4.200-4.500m, i ghiacciai sommitali si sono enormemente ridotti negli ultimi anni, fin quasi a risultare invisibili dal basso, specie da certe angolazioni.

Cosa sta accadendo? È facile immaginare che, in piena era di riscaldamento globale, l’aumento della temperatura media del pianeta favorisca la progressiva scomparsa di ghiaccio e neve, soprattutto in quei posti dove tali elementi sono quasi sconosciuti e comunque residuali, come i resti di una palla di neve su un parabrezza al sole.
Il fenomeno però, nonostante il sole impietoso dell’equatore, è lungi dall’essere collegato alla temperatura. Anche alla latitudine dei tropici infatti, la temperatura media dell’aria libera, già a 4700-4800m è vicina allo 0°C; mentre sulla cima del Kilimangiaro oscilla tra i -5 e i -7°C. Raramente la temperatura, sulla sommità della montagna, sale oltre i -3°C, lasciando quindi la calotta glaciale in una condizione di permanente congelamento.
Eppure il ghiacciaio sommitale, così come le piccole lingue glaciali che si estendono su alcuni dei versanti meno esposti della montagna, stanno lentamente e progressivamente ritirandosi, tanto che qualcuno ipotizza la loro definitiva scomparsa già prima del 2050, o addirittura nel 2040.
Ciò che consuma lentamente e inesorabilmente la crosta ghiacciata della montagna, è il fenomeno già noto come ablazione, ovvero un’asportazione a carattere microscopico, ma abbastanza continua, di particelle di ghiaccio direttamente dal corpo principale, attraverso il processo fisico di sublimazione, ovvero di passaggio dallo stato solido a quello aeriforme, senza passare dal punto di scongelamento, ovvero dallo stato liquido.
La radiazione solare, ma soprattutto il vento, accelerano e favoriscono il fenomeno, provocando vere e proprie “ferite” che, in base all’esposizione, si approfondiscono fino a “crepare” porzioni più o meno ampio di ghiaccio, e causando anche piccoli distacchi o crolli.
Studi sul campo hanno dimostrato che la calotta sommitale, più delle lingue glaciali periferiche, si presenta con caratteristiche davvero inusitate per un ghiacciaio, dal momento che assume una forma tabulare, con ripide pareti marginali alte fino a 40 metri, segno chiaro ed evidente che si tratta di una morfologia glaciale residuale, non più in equilibrio con l’ambiente circostante.
Anche i ghiacciai che si insinuano nelle profonde gole che attorniano la cima del vulcano, solo in alcuni punti scendono sotto i 4.500m, ma ormai sono svincolati e non più alimentati dalla calotta sommitale, ricevono “nutrimento” solo sporadicamente dalle improvvise, quanto brevi, nevicate. Brevi nevicate che coinvolgono anche la cima della montagna, ma il cui contributo non è più apprezzabile in termini di alimentazione, né tantomeno di mantenimento della calotta.
Un tale fenomeno, tanto mortificante quanto odioso, non appare assolutamente reversibile, ed anzi sembra essere comune anche ad altre vette montuose delle zone tropicali di mezzo mondo, un tempo ammantate di bianco molto più di oggi. È il caso di molti vulcani delle Ande tra Perù e Colombia, ma anche di alcune cime della Nuova Guinea.
Se si considera però l’aumento di temperatura registrato negli ultimi decenni, si può verificare che questo ammonta a meno di mezzo grado dal 1979 ad oggi, e meno di un grado dagli inizi del ‘900; sufficiente per spiegare il ritiro parziale dei ghiacciai vallivi, ma non per giustificare la scomparsa della calotta sommitale, laddove questa giace perennemente vari gradi al di sotto del punto di congelamento, anche al giorno d’oggi.
Ad aggiungere mistero all’inspiegabile, emerge il fatto che la maggior parte del ritiro dei ghiacciai è ascrivibile al periodo antecedente la seconda guerra mondiale, e solo una piccola parte è riconducibile agli ultimi decenni. In altre parole, buona parte del ghiacciaio del Kilimangiaro è scomparso prima che si iniziasse a parlare di riscaldamento globale, o che se ne apprezzassero altri effetti; ed ancora di più tale fenomeno è vero per altre montagne ghiacciate dei tropici, come la Sierra Nevada de Santa Marta in Colombia o la Cordillera de Merida in Venezuela (vedi grafico).

Tutto questo ci fa comprendere che il grande ritiro dei ghiacciai, specie quelli più sensibili delle montagne tropicali, è iniziato già alla fine dell’800, ha proceduto rapidamente nella prima metà del ‘900, e poi si è assestato a ritmi più blandi negli ultimi decenni; segnale inequivocabile di un processo di “miglioramento” climatico iniziato circa 150 anni fa e probabilmente tutt’ora in corso.
Ma ciò che ha provocato, ed è tuttora causa di discrepanze tra le condizioni dei ghiacciai montani nei vari comparti geografici, può spiegare anche il perché si verifica una situazione ormai cronica di disequilibrio tra la calotta glaciale sommitale e le condizioni atmosferiche circostanti. Tali condizioni sono anche responsabili di mutamenti meteo-climatici di vaste porzioni di territorio nell’Africa orientale, che sottendono a siccità prolungate e conseguente scarsità di raccolti.
Tra i fattori chiamati in causa, il calo dell’umidità atmosferica, collegato ad una minore frequenza e incidenza delle correnti provenienti dall’oceano indiano, a loro volta ascrivibile ad un regime differente degli alisei. Con tali condizioni, i ghiacciai del Kilimangiaro sono condannati, forse più di altri ghiacciai montani tropicali; ma non si può escludere che nel prossimo futuro, nuovi cambiamenti climatici possano riportare, umidità e abbondanti nevicate come in passato, ovvero una nuova “scintillanza” sul più grande vulcano d’Africa.
Dott. Prof. Geologo Giuseppe Tito