00:00 27 Giugno 2011

Primi caldi, esplode la tropical-mania: ora basta

Cosa sappiamo esattamente dei climi tropicali? Quante volte il termine "tropicalizzazione" è utilizzato a sproposito? Ecco cosa sapere, le differenze, le analogie e come non utilizzare il termine senza significato.

Primi caldi, esplode la tropical-mania: ora basta

 Scrosci improvvisi di pioggia accompagnata da tuoni e fulmini: "E’ un temporale tropicale". Alluvioni lampo dovute al passaggio di intense perturbazioni: "E’ una pioggia tropicale". Normali ondate di calore estivo che fino a due decenni fa, pur senza l’attuale diffusione dei condizionatori, passavano praticamente inosservate: "E’ un caldo tropicale". Insomma, sempre più spesso si sente da più parti parlare di tropicalizzazione del clima. Ma qualcuno si è mai fermato un istante a riflettere sul peso di certi termini, strappati all’ambiente scientifico e utilizzati senza cognizione di causa?

Chi parla di "tropicalizzazione" dovrebbe conoscere esattamente come funziona il clima tropicale, legato a leggi fisiche e condizioni sinottiche completamente differenti da quelle della cosiddetta circolazione extratropicale, che include anche la nostra, ossia quella delle medie latitudini. Chi studia alle Facoltà di Fisica dell’Atmosfera, purtroppo ridotte drasticamente dall’ultimo riassetto più o meno discutibile dell’Università, lo sa bene e si studia papiri di materiale tutto in inglese stretto per comprenderne il funzionamento.

Dovete pensare, ad esempio, che la modellistica utilizzata dai grandi centri di calcolo mondiale e sulla quale ci basiamo per produrre le previsioni del tempo che tutti ben conosciamo, non è utilizzabile per prevedere il tempo ai tropici. Per quello ci sono opportuni modelli che sono stati sviluppati esclusivamente e che, a loro volta, non sono fruibili alle nostre latitudini.

Alle latitudini tropicali infatti non esistono perturbazioni. Le precipitazioni si avvalgono delle cosiddette "easterlies", ossia correnti orientali che, con le loro ondulazioni, promuovono la confluenza degli Alisei dal cui scontro nascono le masse temporalesche tra le più imponenti al mondo. La pioggia ai tropici dunque arriva così. Anche i cicloni tropicali hanno una struttura fisica completamente differente da quelli extratropicali. Tanto per fare un esempio: non si potrà mai paragonare il classico ciclone d’Islanda, centro depressionario colmo di aria fredda originatosi in seno al vortice polare, al ciclone tropicale Katrina, struttura a cuore caldo sviluppatasi in seno a ondulazioni atmosferiche sulle caldissime acque dei Caraibi.

Alle nostre latitudini inoltre abbiamo le "westerlies", ovvero le correnti occidentali (di tutt’altra natura rispetto alle esterlies) e l’energia a disposizione per i moti convettivi senza forzanti sinottiche può al massimo generale un semplice temporale di calore, di quelli che possono avvenire ad esempio in un caldo e afoso pomeriggio estivo in montagna, salvo risolversi nel giro di mezz’ora, niente più. Da noi le piogge arrivano per scontro tra masse d’aria diverse, cosa che invece non accade alle latitudini tropicali, dove la massa d’aria è unica.

Con il termine "tropicalizzazione" del clima temperato dunque si intende semmai una condizione di aumentate temperature rispetto ad un antecedente punto di osservazione, rispetto ad una certa forbice temporale che copre qualche decennio addietro. Pura statistica. Nulla di sinottico, nulla di concreto, nulla di tangibile. Eppure questa tropicalizzazione, probabilmente messa giù inizialmente ad arte da qualche promoter fresco di corsi di comunicazione manageriale e in vena di successo ha colto nel segno e ha "tropicalizzato" soprattutto le menti di molta gente. 

Clima tropicale? Beh, allora lasciamolo dov’è e noi godiamoci il nostro clima temperato, fatto di alti e bassi, di estate e di inverno, di gioie e di dolori. Anche il tempo ha un’anima, noi cerchiamo almeno di avere un cervello…

 

 

Autore : Luca Angelini