Durante il Medioevo l’Artico era più popolato di quanto non si creda: segnale di un clima più mite
Non solo in Groenlandia, ma anche nell’estremo nord della Siberia, emergono le vestigia di gruppi umani e relativi insediamenti, fin dall’alto medioevo, segno di un clima più benevolo e ospitale.

La vita nell’Artico. Alla foce del fiume Ob, sulle coste del mar di Kara, una delle tante aree in cui è suddiviso l’oceano artico, sorge oggi Salechard, una delle principali capitali mondiali del gas naturale, di cui questa zona della Russia è particolarmente ricca.

Salechard è una moderna cittadina di 50mila abitanti, attraversata dal circolo polare artico, che penetra con le fondamenta delle sue costruzioni lo spesso permafrost, tipico della regione. La città soffre uno dei climi più estremi della terra, con una temperatura media annuale di -4°C.
Esiste solo una breve e folgorante estate vegetativa, tipica della tundra, ma oltre 9 mesi di gelo e neve, quasi perenne. In inverno la temperatura media è al di sotto dei -20°C, con estremi di -40°C e oltre! Tremende bufere, buio e gelo micidiale, rendono questo luogo inospitale per molti giorni dell’anno, e rimanere all’aperto anche solo poche ore in certe condizioni, potrebbe essere fatale per chiunque.
Eppure, oltre 1000 anni fa, popolazioni dapprima nomadi, quindi semi-nomadi e in parte stanziali, abitarono queste zone in modo continuativo, fino a costruire veri e propri villaggi e piccole necropoli. Scavi archeologici negli ultimi decenni hanno riportato alla luce alcuni resti di questi insediamenti, comprese sepolture e mummie, ovviamente ben conservate grazie anche alla presenza del permafrost.
Insieme ai resti autoctoni sono stati rinvenuti anche oggetti, manufatti e testimonianze di commerci con popolazioni dell’Asia centrale, addirittura in contatto con i regni persiani. Ciò fa ritenere che gli spostamenti latitudinali non erano solo dettati dalla caccia o dalla stagionalità, ma anche per motivi più redditizi e finalizzati al commercio.
I ritrovamenti più significativi risalgono proprio al periodo compreso tra l’XI e il XIII secolo, pressappoco in linea con quanto avveniva altrove nelle aree prossime al circolo polare artico. Si tratta della seconda parte del medioevo, quando è risaputo che il clima fosse molto meno rigido, soprattutto nelle zone polari e in buona parte dell’emisfero nord.
Resti di individui mummificati erano infatti già noti in altre località ben più blasonate, come in Groenlandia e in Alaska, segno evidente di una frequentazione ben consolidata di tutte le coste settentrionali del globo. Un clima più clemente, accompagnato da una flora e una fauna, anche marina, più ricche e diversificate di oggi, deve aver reso conveniente e più agevole la permanenza a queste latitudini.
Solo la stagionalità deve aver imposto dei brevi spostamenti meridiani, principalmente a causa dell’avanzata del buio e del freddo, e della concomitante migrazione delle faune, rendendo queste popolazioni semi-nomadi, ma comunque legate al loro territorio.
Come stiamo osservando ormai negli ultimi decenni, la variazione di temperatura nelle zone circum-polari è sensibilmente maggiore di quella osservata altrove, per ragioni legate probabilmente alla combinazione tra dinamiche atmosferiche, astronomiche e glacio-marine, per cui è ragionevole ritenere che anche durante il periodo caldo medievale queste aree fossero decisamente più ospitali di oggi.

Attualmente le condizioni climatiche sono decisamente proibitive, e non solo nell’estremo nord russo, ma anche in Groenlandia e sull’artico canadese, e comunque molto meno compatibili con uno stile di vita, come quello descritto e condotto nel periodo caldo medievale, da popolazione certamente più adatte dell’uomo attuale, ma non abbastanza da resistere ad uno solo degli inverni di Salechard.
Se il riscaldamento globale dovesse procedere così come paventato, ci chiediamo come potrebbero trasformarsi cerri territori, e cosa in effetti potrebbero offrire all’umanità, visto che oggi si limitano a dare solo gas naturale e poche altre risorse minerarie. Non dimentichiamoci che si tratta di territori immensi, estesi per quasi un quarto delle terre emerse.
A cura del Prof. Giuseppe Tito
