11:39 8 Marzo 2024

AUSTRALIA: clima sempre più caldo ma eventi estremi in calo, parlano i dati ufficiali!

Anche in Australia i cicloni sono in calo, ma grande attenzione all’oceano.

Negli ultimi decenni i cicloni sull’Australia si verificano con sempre meno frequenza, contrariamente a quanto si potrebbe pensare; ma i mari intorno all’isola-continente sono sempre più caldi, e gli effetti sul clima sono comunque deleteri.

Mentre da noi l’inverno ha già preparato le valigie anzitempo, agli antipodi del Mediterraneo, la calda e assolata estate australiana volge al termine. Quest’anno, complice una temperatura degli oceani meridionali anormalmente alta, anche a causa di El Nino, qualche ciclone si è fatto vedere dalle parti della più grande isola del mondo.

E’ appena il caso di ricordare che l’Australia è attraversata dal Tropico del Capricorno ed è bagnata dai due oceani più caldi del globo, che formano nell’area interessata la cosiddetta “piscina calda indo-pacifica”; area prediletta per la formazione di tempeste tropicali, sia a nord che a sud dell’Equatore.

L’ultimo ciclone australiano si è presentato alla fine di febbraio, ma era da dicembre che non se ne vedevano, né al nord, né sulle coste del Pacifico, le zone notoriamente più vulnerabili ed esposte.

Eppure ci raccontano da sempre che con il riscaldamento globale gli eventi estremi sono destinati ad aumentare. Questo però non si verifica sempre e ovunque; anzi, le eccezioni sono più diffuse di quanto si immagini. Come appunto il numero dei cicloni che si abbattono annualmente sull’Australia, che secondo l’autorevole Ufficio Meteorologico Australiano (BOM), è in progressivo calo negli ultimi 50 anni.

Come si nota dal grafico, gli anni con il maggior numero di tempeste sono riconducibili al ventennio 1970-1990, con un picco nel 1983-84 (con 12 tempeste severe – paragonabili ad uragani di categoria 3 o superiore, più altre 7 tempeste di livello inferiore).

Nel 1974, proprio alla vigilia di Natale, sulla città di Darwin, capitale del Territorio del Nord e porto sul Mar di Timor, di fronte all’arcipelago indonesiano, si è abbattuta una delle tempeste più potenti degli ultimi decenni. La cittadina fu quasi interamente rasa al suolo, con oltre il 90% degli edifici distrutti o danneggiati, e oltre 20000 sfollati. Per fortuna i morti furono poco più di 50, ma la tempesta è ricordata come la peggiore di sempre nella regione.

Per contro, il ventennio 2000-2020, vede un livello di tempeste decisamente più basso, anche oltre il 50%, con un estremo minimo nel 2015-16, quando si sono registrate solo 3 tempeste, e nessuna di categoria severa.

Cosa sta accadendo? Perché i cicloni disertano l’Australia? Eppure i mari circostanti si stanno scaldando più o meno come nel resto del pianeta. Evidentemente c’è qualcosa che ne condiziona lo sviluppo, la progressione e la rotta, con particolare riferimento alle aree continentali.

Una certa associazione si registra tra il numero di cicloni e le fasi iniziali che vedono lo sviluppo di El Nino, all’interno del ciclo ENSO. Purtroppo, dal momento che questo fenomeno periodico non ha una precisa ripetitività, non si è in grado né di associare il calo dei cicloni, né tantomeno la loro prevedibilità.

Dall’altra parte dell’oceano indiano, tra le coste orientali dell’Africa e del Madagascar a sud e il mar Arabico e golfo del Bengala a nord, si assiste a un fenomeno simile; ovvero, i cicloni sono in calo a sud dell’equatore, mentre sono in relativo lieve aumento a nord dell’equatore, specie nel mar Arabico.

Forse tali conseguenze sono da ricondurre alle temperature dell’oceano, che nell’emisfero sud sono in lieve calo, mentre a nord sono in deciso aumento? Nell’oceano Atlantico e in buona parte del Pacifico però, non si registrano associazioni simili, se non temporaneamente e localmente.

Certamente la disposizione delle cellule di alta pressione, delle correnti troposferiche, ma anche e soprattutto dei flussi di calore nella media e alta troposfera, sono alla base della generazione, potenza e persistenza delle tempeste tropicali; ma non basta.

Più determinanti appaiono però il mare, la sua temperatura superficiale e la persistenza delle correnti troposferiche, che accompagnano la fase di “decollo” delle tempeste e contribuiscono a riscaldare il loro “cuore” dall’interno. La sola temperatura del mare è però, condizione necessaria ma non sufficiente, e basta vedere ciò che accade nei mari caldi extra-tropicali, come il Mediterraneo, il Mar Giallo, il Mar Arabico occidentale ma anche porzioni di oceano, come l’Atlantico meridionale, o il Pacifico a ovest delle Hawaii, dove le tempeste sono rare o del tutto sconosciute.

Un progressivo riscaldamento delle acque degli oceani, specie quelli meridionali, potrebbe invertire queste tendenze, favorire lo sviluppo di tempeste anche in aree insospettabili, e magari farle diminuire altrove. Dopotutto il volto del pianeta è cambiato radicalmente negli ultimi millenni, e se il Sahara era una savana alberata, con tanto di laghi e paludi, molte foreste del Sudamerica in Venezuela e Brasile nascondono invece estese dune sabbiose, che indicano la presenza di estesi deserti. Il regime delle precipitazioni è quindi cambiato rapidamente e radicalmente più volte, con effetti che oggi apparirebbero più che apocalittici.

Prof. Geologo Giuseppe Tito