Una sottile striscia di terra, aggrappata tra monti, mare e cielo…
Monti coperti da boschi rigogliosi e pascoli, un mare azzurro ma anche verde argento… il mare degli ulivi. Sto parlando della mia terra, l’estremo Ponente Ligure, spesso menzionato per le scarse piogge o per diluvi anche troppo abbondanti.


Vasia, piccolo paesino nell’entroterra imperiese, immerso tra uliveti secolari e pascoli.
Qui la coltivazione dell’ulivo ha da sempre dato il sostentamento necessario alla popolazione autoctona, abile e paziente nel saper ricavare il necessario da vivere sfruttando la rusticità di questa pianta. Resistente ai prolungatissimi periodi di siccità; giorni, settimane, a volte mesi senza vedere una goccia di pioggia, dove il sole secca erba, piante e cespugli.
Le colline assumono una colorazione gialla, asciutta, polverosa. Ma l’ulivo rimane sempre verde argento, sembrando non soffrire più di tanto questa penuria d’acqua. Poi ecco arrivare di colpo la pioggia, subito violenta, abbondante, a volte accompagnata da tuoni, fulmini e vento. I prati tornano verdi brillante, il mare d’argento rimane sempre uguale!
Questa è la storia che si ripete ogni anno. Nell’entroterra ligure, spesso dimenticato e trascurato, lontano dalle banali ma più conosciute spiagge; qui l’abbandono dei piccoli borghi montani è una realtà deprimente. Paesi che fino a cinquant’anni fa pullulavano di bambini, famiglie, bestiame, ora sono ridotti a paesi fantasma, dove le case, spesso diroccate e abbandonate, altre volte sfruttate solo da popoli di vacanzieri, sembrano chiedersi perché in così poco tempo si è assistito ad un abbandono così massiccio dei villaggi e dei campi.
Famiglie intere si sono trasferite sulla costa, alla ricerca di un lavoro più redditizio, alla ricerca di una vita più comoda. Sono rimasti solo pochi anziani, che aggrappati tenacemente alle loro origini e alle loro tradizioni, sembrano resistere stoicamente, emulando quella pianta che da sempre hanno curato, rispettato e amato, l’ulivo!
Qui da noi l’abbandono degli uliveti corrisponde anche all’inesorabile disgregazione dei terrazzamenti che li sostengono. Pietra su pietra, senza l’ausilio di cemento ma solo con una periodica manutenzione, i muretti hanno permesso che quel poco di terra accumulata sulla nuda roccia non scivolasse nel mare. Ora questa manutenzione non viene più fatta, l’uliveto viene abbandonato a se stesso. Le erbe infestanti ed i rovi affogano le piante che, alla ricerca della luce, crescono sempre più alti, verso il cielo.
Ma poi arriva il temporale, il vento violento di maestrale che sradica per sempre quella pianta, che per secoli ha dato cibo ai nostri antenati… Questo è ciò che succede quotidianamente nel nostro dimenticato entroterra. Quindi io, a risposta del quesito che avete posto qualche giorno fa, se l’agricoltura sia dannosa o utile all’ambiente, devo necessariamente rispondere che nella mia realtà la coltivazione dell’ulivo è essenziale per permettere che il fragile equilibrio del nostro territorio possa continuare ad esistere.
Anche se sono un ragazzo di trentacinque anni, faccio parte di quei pochi che resistono aggrappati alla roccia, come l’ulivo che resiste alle intemperie. Sono consapevole che oggi non si può più vivere come un secolo fa; le esigenze sono cambiate, lavorare la terra non ti può assicurare una vita tranquilla, soprattutto per me che ho tre bimbi da far crescere.
Per questo anche io ho cercato un lavoro comodo in città ma vivo in paese, curo gli ulivi che mi hanno lasciato i miei nonni, allevo le caprette e i conigli e falcio il fieno nei prati d’estate. Mi sono creato un mondo fatto di cose semplici e meravigliose, che profumano di autentico e ancestrale, nel quale mi rifugio tutti i giorni quando torno dalla città. Un mondo fatto di passione per l’ambiente e per la meteorologia, nell’illusione di poter vivere ancora di profumo di fieno appena tagliato e di pioggia settembrina. Nell’illusione di poter trasmettere ai miei figli e alle generazioni future l’amore per la natura e per l’ambiente.
Autore : Fabrizio Viani
