I contrasti primaverili
Dopo un calo subìto nei mesi invernali, a partire da marzo le piogge di forte intensità tornano a farsi sentire; per quale motivo?

Se poniamo l’attenzione sui mesi di dicembre, gennaio e febbraio, notiamo che al NORD in generale i temporali o comunque i forti rovesci ai quali siamo abituati in estate sono praticamente assenti; al loro posto si verificano precipitazioni più blande ma continue e durature.
Per spiegare tale fenomeno basta risalire ad una delle condizioni atmosferiche particolari che devono sussistere affinché si sviluppino delle nubi a sviluppo verticale (cumuli e cumulonembi) in grado di portare le piogge più violente; infatti per la genesi di queste strutture nuvolose occorre innanzitutto che aria fredda sia sovrapposta ad aria più calda ed umida.
Tenuto a mente questo si capisce che durante i mesi invernali, dato che oltre al terreno anche l’aria ha una temperatura uniformemente piuttosto bassa, i temporali hanno difficoltà a formarsi; riferendosi all’Italia possiamo osservare che alcuni fenomeni temporaleschi invernali si sviluppano solamente sulle regioni meridionali e sulle coste in generale, dove eventuali invasioni di aria mite mediterranea nei giorni precedenti all’arrivo di aria fredda, riescono a “preparare il terreno” per la formazione dei cumuli.
In primavera invece il suolo comincia a scaldarsi e con esso anche gli strati di aria più bassi (a partire dai 2-3 km di altezza); in quota però in una prima fase continuano ad arrivare impulsi di aria molto fredda dal Polo o dall’Artico, e di conseguenza si generano le condizioni ideali per la nascita di cellule temporalesche.
In queste occasioni non è raro veder cadere improvvisamente la neve anche con 10-12°C al suolo; chiaramente sul terreno non ne rimane traccia ma in tal modo sappiamo che poco più in alto è sempre presente aria molto fredda, sintomo di una stagione che deve ancora “maturare” per portarsi sui canoni di stabilità e mitezza della fase che precede l’estate.
Autore : Lorenzo Catania
