Proverbi e “nodi del freddo”: la primavera nella saggezza popolare
Una serie di massime popolari ci aiuta a comprendere il cambiamento delle stagioni.
Le condizioni atmosferiche sono rimaste uno degli ultimi fili culturali di collegamento diretto dell’uomo post-industriale con l’ordine naturale. Per millenni, mentre la scienza progrediva solo per pochi intimi, milioni di contadini di tutto il mondo osservavano gli eventi meteorologici con scrupolo e occhio amorevole, ereditandosi di generazione in generazione un enorme bagaglio di conoscenze empiriche attraverso una preziosa tradizione orale. Ecco i proverbi, l’equivalente delle definizioni scientifiche di oggi, con quel tocco di fantasia ed ironia tutta popolare, che li rende ancora interessanti e affascinanti.
Da decenni ormai i proverbi del tempo sono solo terreno fertile per studiosi di antropologia culturale e tradizioni popolari. Appartengono all’ampia sfera della superstizione e sulla loro attendibilità non vale neppure la pena di discutere. Certo, fa riflettere che anche il moderno meteorologo, che ha a disposizione i più sofisticati modelli di previsione, ingaggia quotidianamente una lotta ancora decisamente impari con i fenomeni e gli scenari che si prospettano a medio e lungo termine.
Fatta questa premessa, occorre dire che la primavera, e marzo in particolare, abbonda di proverbi sul tempo. Le fasi di passaggio, quelle più a rischio per i raccolti, hanno scatenato la fantasia dei nostri antenati. E infatti questo è il mese più ricco di “nodi del freddo”, l’ultimo dei quali lo troviamo addirittura a fine giugno.
La saggezza popolare assegna a queste date dei bruschi ripensamenti di stagione: 19 marzo (nodo di S. Giuseppe); 25 marzo (nodo dell’Annunziata); 29, 30 e 31 marzo (i giorni della vecchia).
I contadini non avevano strumenti e non prendevano nota dei dati meteorologici.
Però, a ben guardare, almeno su una di queste ricorrenze non si sbagliavano: quella del 25 marzo.
I nodi altro non sono che passaggi di “tempeste equinoziali”: anche se la data non è sempre la stessa, capitano quasi sempre. Un altro proverbio ammonisce: “Coda di marzo e testa di aprile non si sa il freddo che possa venire”.
Altri nodi del freddo li troviamo per il 10 aprile (nodo del cuculo, perché questi uccelli cominciano a cantare) e per S. Marco (25 aprile).
Ma anche maggio propone i “santi di ghiaccio” (Pancrazio, Servizio e Bonifazio) nei giorni 12, 13 e 14. Una tradizione che si ritrova soprattutto nell’Europa centro-settentrionale. C’è poi l'”inverno dei cavalieri” (20 maggio), fino ad arrivare al nodo di S. Pietro, addirittura il 29 giugno, che oggi ci appare decisamente fuori moda.
Tornando al nostro mese, all’instabile “Marzo vuol far le sue”, si contrappone il rassicurante (per i contadini) “Neve marzolina dura dalla sera alla mattina”.
Restando in tema, dalla Lombardia ci fanno sapere che “quando el fiocca su la foia de fioccà no ghen’ha voia”. Appartiene al Settentrione anche un altro detto simile, di una chiarezza esemplare: “L’ultima neve non lascia ghiaccio”.
Scendendo molto più a sud, in Calabria troviamo un proverbio dai risvolti più inquietanti: “I truoni ‘e marzu risbìglianu i cursùni” (i tuoni di marzo risvegliano i serpenti).
Concludendo questa carrellata di saggezza popolare, ciascuno potrà trovare i riscontri scientifici che vuole nei proverbi meteo, ma anche quelli che apparentemente non ne hanno, potrebbero riservare sorprese col trascorrere del tempo.
Autore : Albedo59