00:00 3 Marzo 2023

CLIMA SCONVOLTO: là dove c’era l’ERBA, ora c’è…una CONURBAZIONE!

Ulteriori considerazioni sul disastro ambientale e microclimatico in atto nella pianura padana.

CLIMA SCONVOLTO: là dove c’era l’ERBA, ora c’è…una CONURBAZIONE!

Strada statale 36 nuova Valsassina Monza – Lecco

Ricollegandomi all’editoriale di Alessio Grosso dello scorso 28 Febbraio https://www.meteolive.it/news/Editoriali/8/drammatica-la-devastazione-climatica-in-valpadana-occupazione-del-suolo-spaventosa-/96577/, ritrovo le stesse considerazioni che facevo nei giorni scorsi nel percorrere la strada statale 36 da Monza verso Lecco, dove osservo un’area disseminata da centri abitati con quartieri periferici cresciuti a dismisura, piccoli insediamenti industriali, infrastrutture di ogni genere, fabbriche dismesse e abbandonate chissà da quanto, senza che le loro strutture siano state rimosse. 
 
A parte questa zona, vaste aree della valle padana sono caratterizzate dalla presenza di un esasperato processo di conurbazione, in cui centri urbani minori gravitano attorno ad un nucleo maggiore che funge da polo. Tra un centro abitato ed un altro, per decine e decine di chilometri, manca uno “stacco”, non esiste una campagna sufficientemente vasta a separare un agglomerato da un altro, una distesa di asfalto e cemento ricopre il suolo quasi senza soluzione di continuità.

Cosa ancor più grave è l’edificazione selvaggia di alcune centri alpini: si pensi a Bormio o a Livigno, scrive Alessio Grosso, io ne aggiungerei altri, come Cortina d’Ampezzo e Sestriere.

E’ normale che, in questo contesto ambientale, il microclima risulta fortemente alterato, in aree un tempo rurali o semi rurali, “là dove c’era l’erba, ora c’è una città”, proprio lì dove la neve caduta resisteva al suolo per giorni o per settimane, esattamente quelle zone che nel semestre invernale erano caratterizzate dalla nebbia, dalla brina o addirittura dal gelo e dalla galaverna, frutto di potenti inversioni termiche notturne e diurne, ora sono sede del nulla meteorologico, di quel tempo “da interni” (per citare una vecchia espressione usata anni fa in questo giornale), in cui non accade nulla di meteorologicamente rilevante, perché quel cielo grigio di foschia e di smog, da cui traspare un Sole pallido, spesso non è in grado di produrre nulla.
 
Qualcuno ora direbbe “meglio così, abbiamo risolto il problema della nebbia, del ghiaccio e della neve che intralcia”, salvo poi lamentarsi delle ondate di caldo estive che, insistendo su territori fortemente urbanizzati, trasformano le città in fornaci insopportabili, dove ogni anno crollano i record di caldo stabiliti negli anni precedenti!
 
D’altra parte, è nel microclima urbano che vanno ricercati i maggiori effetti del cambiamento climatico, molto più che nelle variazioni termiche su scala globale. Me ne accorgo in prima persona io che ho ancora la fortuna di vivere in un’area semi rurale dell’Ovest Leccese, dove in condizioni di cielo sereno e calma di vento, la dispersione termica in aria limpida genera una differenza di temperatura fino a 6°C tra il centro cittadino e la retrostante valle della Cupa, determinando in Inverno, persino in tempi di global warming, condizioni favorevoli alle nebbie, alle brinate e alle gelate, eventi questi assai rari nel centro del capoluogo salentino, così come in tante città della pianura padana. 
 
E’ chiaro poi, che in un futuro distopico, in cui si immagina che percentuali ancora più alte di territorio possano essere occupate dall’asfalto e dal cemento, con le campagne inghiottite dalle città, sarebbe logico attendersi un forte aumento specie delle temperature minime (con tutto ciò che ne consegue).
 
Inoltre, è lecito sospettare che l’incremento termico che si registra oggi su scala globale sia, in larga parte, conseguenza dell’urbanizzazione delle aree che ospitano le stazioni meteorologiche, dove le temperature, proprio per effetto della forte antropizzazione dei siti di misurazione, risultano notevolmente più alte di quelle registrate in quegli stessi siti che, decenni addietro, erano rurali.
Probabilmente tornare indietro è impossibile, sperare che l’urbanizzazione selvaggia si arresti di colpo è utopistico, ma se anche per l’edilizia venisse adottato a breve lo stesso provvedimento che mette al bando le macchine a benzina e gasolio, cioè, basta case o industrie se prima non si riqualificano quelle fatiscenti o si ricostruisce sulle loro macerie, forse le cose cambierebbero davvero.

 

                                                                                        

                                                                                   

Autore : Prof. Pier Paolo Talamo