Guido Guidi a MeteoLive: uragani, freddi tardivi, trend climatico e molto altro!
Alessio Grosso ha intervistato il Ten.Colonnello Guido Guidi su: stagione degli uragani, El Niño, freddi tardivi, trend climatico, andamento dell'estate ed eventi estremi. Risposte assolutamente imperdibili. Ulteriori approfondimenti sull'andamento del clima si trovano su www.climatemonitor.it

GROSSO: perché si ritiene che la stagione degli uragani di quest’anno possa risultare modesta o comunque sotto la media?
GUIDI: Premettendo innanzi tutto che la NOAA, attraverso il suo National Hurricane Center, rilascerà il suo outlook per l’ormai prossima stagione degli uragani il giovedì 24 maggio e quindi siamo ancora in attesa dell’opinione di quelli che si possono definire i massimi esperti del settore, ci sono alcuni segnali, in effetti, che possono far ipotizzare una stagione prossima o lievemente inferiore alla norma climatica (1981-2010).
A riassumerli in un interessante documento pubblicato annualmente è il Tropical Meteorology Project, che benché si appoggi alla Colorado State University è però una iniziativa finanziata privatamente. Il loro metodo di previsione è quanto mai interessante, perché si avvale dello studio e dell’analisi di un certo numero di predittori per i mesi primaverili che nel tempo sono stati individuati su base climatologica.
I pilastri su cui si basa l’outlook della prossima stagione sono sostanzialmente tre:
a. un significativo raffreddamento subito negli ultimi mesi dalle acque di superficie e dello strato immediatamente sottostante dell’Atlantico sub-tropicale, area definita Main Developement Region (dove è più elevata la probabilità di formazione degli uragani).
b. la transizione da ENSO negativo, cioè da La Niña a Enso neutro o positivo, cioè verso El Niño, direzione verso cui vanno la maggior parte dei modelli di previsione climatica per l’area del Pacifico equatoriale, siano essi dinamici o statistici.
Tra questi, il più affidabile sembra essere quello del Centro Europeo per le Previsioni a Medio Termine (ECMWF).
c. La previsione di una circolazione atmosferica nell’area MDR caratterizzata da accentuato Wind Shear verticale, condizione che contribuisce ad inibire la formazione di uragani.
Questa previsione è in termini numerici condivisa anche dall’ECMWF, benché i dati su cui poggia questa analisi siano risalenti al mese di aprile, in particolare per il discorso legato al segno dell’ENSO. L’evoluzione verso El Niño, pur confermata per i mesi di agosto e settembre che costituiscono la fase di picco della stagione degli uragani, è attualmente meno certa, cioè presenta uno spread più accentuato e quindi anche una più bassa affidabilità. Se si dovesse protrarre la fase di neutralità, o, evoluzione questa molto meno probabile, si dovesse tornare verso La Niña, i fattori in gioco potrebbero cambiare in modo significativo, specialmente per l’ultima fase della stagione, che comunque finisce nominalmente il 30 novembre.
GROSSO: non sembra quantomeno singolare che le Alpi e la regione balcanica siano state recentemente visitate da nevicate a quote molto basse per la stagione, che normalmente si riscontrano ad aprile, ma assai raramente alla metà di maggio, con ben pochi precedenti ad esempio a Sarajevo?
GUIDI: La singolarità degli eventi atmosferici, pur mediaticamente interessante, ha senso in termini tecnici soltanto se opportunamente contestualizzata. Dal punto di vista statistico, delle nevicate tardive come quelle recenti vanno a popolare gli estremi della distribuzione, eventi rari, ma come sappiamo non unici.
Dal punto di vista della circolazione atmosferica, l’origine deve essere ricercata nella persistenza di una circolazione sì primaverile, ma più orientata verso la stagione precedente che non verso quella successiva. Guardando verso l’equatore, si nota che l’ITCZ (Zona di Convergenza Inter Tropicale) non è ancora salita, mentre guardando a nord, si nota che il Vortice Polare troposferico è ancora piuttosto espanso. La persistenza inoltre di frequenti anomalie bariche positive alle alte latitudini, continua a favorire flussi meridiani piuttosto profondi e quindi a causare temperature più basse di quelle attese per il periodo. Nonostante ciò, ovviamente, la stagione progredisce e l’energia disponibile tende ad aumentare. Questo accentua il contrasto alle medie latitudini e genera il passaggio di numerose perturbazioni. Direi che quello che caratterizza sin qui la stagione, è la prevalenza di disturbi appartenenti al flusso perturbato principale, piuttosto che al flusso umido derivato, che in altre annate aveva già provocato delle significative situazioni di caldo.
GROSSO: il nuovo millennio, nei suoi primi 12 anni, ha indubbiamente portato nevicate più frequenti in inverno, salvo qualche eccezione o pausa di riflessione.
GUIDI: le condizioni climatiche sono notoriamente soggette a oscillazioni a diversa frequenza. Quella per noi più tangibile è ovviamente la variabilità interannuale, sempre molto accentuata. Nel medio periodo, poi, certamente questi primi anni del secolo sembrano aver segnato delle differenze rispetto al passato meno recente. Volendo si potrebbe speculare che potrebbero essere in atto degli shift degli indici oceanici multidecadali, ovvero dei cambiamenti di fase capaci di influire sulla redistribuzione del calore sul Pianeta e quindi sulla circolazione atmosferica.
Ma, come è noto, per estrarre efficacemente dalle serie storiche il più recente precedente, quello della metà degli anni ’70, è stato necessario che i dati fossero nel tempo consolidati, cosa che attualmente non è possibile fare rispetto ai pochi anni su cui stiamo ragionando. Su tutto questo si innestano poi i discorsi sulla persistenza di una fase di bassa attività solare e sulla persistenza, ovviamente, di un segnale di fondo di lungo periodo che se non ha continuato ad andare nella direzione del riscaldamento, ha comunque tenuto le temperature medie superficiali globali al di sopra dei periodi di riferimento. In questo senso, parlare attualmente di trend nel senso climatico del termine è certamente prematuro.
E’ un segnale, questo sì, ma ci vorrà tempo per comprenderlo appieno. Non bisogna poi dimenticare che siamo partiti ragionando sulle nevicate in area alpina, cioè su di una scala spaziale molto limitata dal punto di vista climatico. Anche qui, fare raffronti con le tendenze osservabili a scala più ampia è estremamente difficile. Per fare un esempio, quest’anno abbiamo assistito ad una ondata di freddo come non se ne vedevano da quasi tre decadi. Ebbene questa è arrivata in una presunta fase di stasi o parziale raffreddamento, quella precedente arrivò invece in una fase di importante riscaldamento. Meglio non provare a metter in relazione un anno o pochi anni con il clima, si rischiano brutte sorprese!
GROSSO: in un mondo più caldo perché mai dovrebbero aumentare gli eventi estremi? Non è forse vero che il gradiente latitudinale di temperatura col caldo tende ad attenuarsi? E non è forse un gradiente importante a determinare le ondate di maltempo più marcate? O qualcosa non quadra?
GUIDI: Il discorso è esattamente questo. Le dinamiche della redistribuzione del calore sul Pianeta, per larga parte atmosferiche e per una parte inferiore ma ancora consistente oceaniche, sono tali da prevedere che un eccesso di calore debba risultare in un maggiore riscaldamento delle alte latitudini. Con riferimento al riscaldamento globale, sia esso del tutto o solo in parte antropico, questo è confermato dalle osservazioni. Sicché il gradiente latitudinale tende a divenire meno accentuato, cioè perde un po’ di spunto il motore dei sistemi perturbati, la corrente a getto. E’ pur vero che più calore vuol dire però maggiore quantità di energia disponibile, derivata da una maggiore evaporazione della superficie dei mari. La possibilità che gli eventi estremi aumentino in frequenza e/o intensità si fonda su questo secondo aspetto. Però mancano i riscontri delle osservazioni.
Dall’ultimo report dell’IPCC dedicato interamente a questo argomento, abbiamo infatti appreso che lo stato dell’arte della conoscenza scientifica impedisce di individuare dei trend significativi nella frequenza di occorrenza e intensità di molti tra gli eventi atmosferici più intensi, come ad esempio gli uragani, le piogge alluvionali etc. Anzi, nello stesso report si legge che si ritiene improbabile che nel breve/medio periodo si possa giungere alla definizione di un trend significativo per questi eventi e quindi ad una eventuale attribuzione di questo trend alle dinamiche della temperatura media superficiale globale.
Allo stesso tempo, è pur vero che c’è un livello di comprensione scientifica più elevato e quindi una maggiore confidenza, nel fatto che altri eventi intensi, più propriamente climatici come ad esempio le lunghe siccità, possano essere messi in relazione con l’aumento delle temperature consumatosi nelle ultime tre decadi del secolo scorso. Insomma, direi che al di là dei proclami di stampo mediatico, su questo argomento l’indagine è ancora decisamente ai preliminari.
GROSSO: perché le proiezioni per l’estate mostrano la possibilità che il bacino del Mediterraneo possa essere interessato da condizioni mediamente instabili e da un numero di ondate di calore piuttosto modesto?
GUIDI: per la verità, con riferimento agli output stagionali dell’ECMWF, il segnale per l’ormai imminente stagione estiva è tutt’altro che chiaro. Pur persistendo l’indicazione di temperature generalmente superiori alla media sul Mediterraneo centro-orientale e su tutto l’est europeo – segnalando però che tale modello accusa dei problemi proprio sul parametro temperatura – non sono presenti indicazioni significative né per la pressione atmosferica, né per le precipitazioni. Di conseguenza, la previsione di riferimento più attendibile torna ad essere quella statistica o, se si preferisce, di norma climatica.
Questo significa che non è possibile assegnare un marchio di stabilità o instabilità ai prossimi mesi diverso da quello che sarebbe lecito attendersi e che, analogamente ma con riferimento alle temperature, non si può escludere l’occorrenza di fasi di caldo accentuato, sia pure non particolarmente lunghe e significative.
Però, tornando ad aver fiducia negli output numerici, se è vero che questi riescono a cogliere le anomalie quando sono particolarmente significative cioè quando si entra negli estremi della distribuzione statistica, non avendo segnali in tal senso si può provare ad escludere che la prossima stagione estiva possa essere ricordata per il gran caldo, intendendo con esso visite prolungate e spazialmente diffuse sul comparto Euro-Mediterraneo di aria calda di origine sub-tropicale, quella normalmente responsabile delle ondate di calore. In fondo, la norma climatica per l’estate mediterranea è l’espansione più o meno persistente dell’anticiclone delle Azzorre.
GROSSO: durante la fase di optimum climatico medievale la temperatura era effettivamente più alta di quella odierna?
GUIDI: Questa è la domanda del secolo, anzi, dei secoli, visto che si tratta di una delle questioni centrali del dibattito sul riscaldamento globale e sulle dinamiche del clima da esso derivate che dura ormai da un ventennio. Una domanda alla quale attualmente credo non si possa rispondere. Certamente i dati di prossimità utilizzati per stimare la temperatura del Periodo Caldo Medioevale forniscono indicazioni in questo senso, ma è pur vero che il margine di errore che necessariamente hanno questi dati assegna la soluzione del problema a procedure statistiche, cioè al trattamento dei dati più che alla precisione e quindi possibilità di essere valutati degli stessi. Se la differenza con l’attuale periodo, quale sia il suo segno, rientra in questo margine di errore o addirittura nel margine di errore con cui attualmente si stima la temperatura media superficiale del Pianeta, rispondere alla domanda è impossibile. Diverso potrebbe essere il discorso sulla velocità di questo riscaldamento, ma anche lì ci sono parecchi studi su dati di prossimità con buona densità temporale che identificano delle ampie similitudini tra l’attualità e il PCM. Stante questa incertezza, appare forse fuori luogo affermare che la recente fase climatica, più precisamente le ultime decadi del secolo scorso, possano essere del tutto senza precedenti. Aggiungerei anche però, che questo non significa entrare nel merito delle origini di queste oscillazioni. Mentre con riferimento a mille anni fa si deve necessariamente far riferimento esclusivamente alla variabilità naturale del clima, attualmente questo non è possibile, perché sappiamo che l’accrescimento della concentrazione dei gas serra genera comunque una porzione di riscaldamento. E’ però una porzione che per spiegare interamente l’evoluzione recente delle temperature necessita di fattori di amplificazione, al pari di quanto sarebbe necessario per attribuire ad esempio una parte importante di questo riscaldamento alle dinamiche solari. Su questi fattori di amplificazione e su come essi possano agire dipingendo infine l’immagine del clima futuro cade il confine tra un atteggiamento scettico che preferisce guardare al passato come quello appena descritto per cercare la chiave del futuro, e la fiducia nelle simulazioni climatiche che invece assegnano alla forzante antropica un ruolo di sostanziale predominio. In questo contesto, la recente pur relativamente breve stasi delle temperature – che le simulazioni climatiche hanno fallito di cogliere – sembrerebbe far prevalere la prima ipotesi, ma è decisamente presto per dirlo.
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Autore : Intervista a cura di Alessio Grosso
