19:28 29 Ottobre 2025

Cuba e Giamaica devastate dall’URAGANO MELISSA: tutte le info dettagliate e approfondite

Evacuazioni di massa a Cuba, mentre la Giamaica è dichiarata zona disastrata. Il bilancio delle vittime nei Caraibi si aggrava. Analizziamo la traiettoria e la potenza di questo mostro atmosferico.

Un ciclone di proporzioni storiche, l’uragano Melissa, ha scatenato la sua forza apocalittica sull’arcipelago dei Caraibi. Dopo aver raggiunto la terrificante Categoria 5, il massimo livello della scala Saffir-Simpson, e aver toccato lo status di “peggiore del secolo”, superando persino la memoria della feroce Katrina, ha lasciato una scia di devastazione e morte. Il bilancio, ancora tragicamente provvisorio, parla di almeno 15 vittime sparse tra Giamaica, Haiti e Repubblica Dominicana, prima che il ciclone, pur indebolito, approdasse sulla costa cubana.

La lunga notte della Giamaica

La Giamaica è stata l’epicentro della furia. Melissa ha toccato terra vicino a New Hope, nel sud-ovest dell’isola, annunciandosi con un rombo spaventoso. I venti hanno soffiato incessantemente a oltre 300 chilometri orari, accompagnati da piogge torrenziali e un’attività elettrica incessante. Il Primo Ministro, Andrew Holness, non ha usato mezzi termini, descrivendo la sua nazione come una “isola disastrata”.

Nella capitale, Kingston, le strade si sono svuotate ore prima dell’impatto. La fama del ciclone, definito “catastrofe e morte”, aveva preceduto il suo arrivo, spingendo migliaia di persone ad abbandonare le zone costiere. Si è trattato, secondo i dati storici, del ciclone più duro a colpire il paese in 174 anni di rilevazioni. Le webcam hanno restituito per ore immagini spettrali: una città fantasma, sferzata da piogge orizzontali, con alberi sradicati e detriti ovunque. I residenti, barricati in casa, avevano tentato di proteggere porte e finestre con sacchi di sabbia e pannelli di compensato.

“Siamo terrorizzati,” ha confidato Rebecca Allen da Southfield, “l’anno scorso Beryl ci ha devastato ed era ‘solo’ Categoria 4. Non sappiamo cosa aspettarci da questo”. Anche le aree turistiche non sono state risparmiate. A Negril, sulla costa occidentale, le onde hanno raggiunto i quattro metri. “Abbiamo messo quanti più turisti possibile sugli aerei,” ha spiegato Shaquille Clarke, operatore alberghiero, “ma una trentina sono rimasti. Nessuno di noi ha mai affrontato nulla di simile”.

I danni alle infrastrutture sono catastrofici. Intere parrocchie, come Clarendon e St. Elizabeth, sono descritte come “sommerse dall’acqua”. Quattro ospedali hanno riportato danni gravi e uno è rimasto senza elettricità, costringendo all’evacuazione d’urgenza di 75 pazienti. Oltre mezzo milione di utenti è rimasto al buio, senza energia elettrica, mentre le strade sono bloccate da alberi e linee elettriche abbattute. Persino il Sangster International Airport di Montego Bay è irriconocibile, gravemente danneggiato e allagato.

Cuba in stato di massima allerta

Dopo il suo passaggio distruttivo, il ciclone, pur declassato a Categoria 3, ha puntato dritto sulla costa sud-orientale di Cuba. L’impatto è avvenuto vicino a Chivirico, nella provincia di Santiago de Cuba, con venti ancora temibili a 195 km/h. Le autorità cubane, memori di eventi passati, hanno agito con estrema rapidità, dichiarando lo “stato di allerta” in sei province e disponendo l’evacuazione preventiva di oltre 600.000 residenti nelle aree a più alto rischio.

La preoccupazione maggiore, ora, non sono solo i venti, ma l’acqua. Si teme un’ondata di tempesta (l’innalzamento anomalo del livello del mare spinto dai venti) che potrebbe superare i 3,5 metri rispetto alla marea normale, minacciando di inghiottire intere comunità costiere. A questo si aggiungono le piogge: i nostri modelli prevedono accumuli diffusi da 25 a 50 centimetri, con picchi estremi che potrebbero toccare i 63 centimetri nelle aree montuose interne. Il rischio di inondazioni lampo e frane catastrofiche è altissimo e perdurerà per giorni.

La paura è palpabile. Secondo Colin Bogle di Mercy Corps, molti a Kingston non hanno evacuato nonostante gli ordini, sottovalutando il pericolo. “Ora c’è una profonda paura di morire, di perdere i propri cari o la casa,” ha spiegato. La Croce Rossa Internazionale stima che almeno 1,5 milioni di persone si trovino lungo la traiettoria diretta del ciclone.

Un mostro meteorologico che eguaglia i record

Il bilancio umano, purtroppo, è destinato a salire. Oltre alle quattro vittime in Giamaica, si contano almeno dieci morti ad Haiti, dove l’esondazione improvvisa di un fiume ha travolto diverse abitazioni, e una vittima nella Repubblica Dominicana, dove si cerca ancora un disperso.

Melissa non è solo una tragedia, è un fenomeno da manuale. I dati raccolti sono sbalorditivi. Ha ufficialmente eguagliato il primato della storica tempesta del “Labor Day” del 1935 come ciclone atlantico più intenso al momento dell’approdo sulla terraferma. La sua pressione centrale è crollata a 892 hPa (ettopascal), un valore incredibilmente basso che segnala un’energia spaventosa.

Le rilevazioni degli “Hurricane Hunters”, gli aerei specializzati che volano dentro i cicloni, hanno registrato dati quasi inconcepibili: venti medi sostenuti di 318 km/h, con raffiche che hanno sfiorato i 400 km/h nei bassi strati dell’atmosfera, all’interno dell’occhio. Numeri che la pongono al fianco di “super cicloni” del passato come Wilma (2005) e Gilbert (1988).

Il carburante del ciclone l’oceano bollente

Ma cosa ha creato un mostro simile, specialmente a fine ottobre? La risposta, come spesso accade, si trova nell’oceano. I cicloni tropicali sono motori termici che traggono la loro energia dal calore. Generalmente si formano quando l’acqua superficiale supera i 26°C. L’aria calda e umida sale rapidamente, creando un vuoto che richiama altra aria, innescando il vortice. Questa colonna d’aria in ascesa si ferma solo quando raggiunge la tropopausa (il “soffitto” della nostra atmosfera, dove le condizioni fisiche bloccano la salita verticale e costringono l’energia a espandersi orizzontalmente, aumentando il diametro della tempesta).

Nel caso di Melissa, il “carburante” era eccezionale. Le sonde oceaniche hanno registrato temperature marine di 30°C, ovvero 2-3 gradi sopra la media stagionale. Ma il dettaglio cruciale è un altro: l’acqua era caldissima anche in profondità. Di solito, i venti forti del ciclone rimescolano l’oceano, portando in superficie acqua più fredda che finisce per indebolire la tempesta stessa. Con Melissa, questo non è accaduto. L’acqua profonda era così calda che il ciclone ha potuto continuare ad alimentarsi senza sosta.

L’ombra inequivocabile del cambiamento climatico

A stupire gli esperti non è stata solo la potenza finale, ma la sua rapidissima intensificazione: Melissa è passata da tempesta minore a mostro di Categoria 4 in pochissimo tempo, un’accelerazione di oltre 50 km/h in sole 24 ore.

Questo tipo di evoluzione esplosiva, un tempo rara, sta diventando sempre più frequente. La causa è chiara: le acque del Golfo del Messico e dell’Atlantico tropicale presentano temperature costantemente superiori alla media. Un mare così caldo fornisce una quantità enorme di energia latente al sistema. Per molti scienziati, come Michael Taylor dell’Università di Kingston, il collegamento con il riscaldamento globale è inequivocabile. Melissa diventa così un tragico monito in vista dei prossimi summit sul clima.

Nessuna minaccia diretta per l’Europa e l’Italia

Per chi ci segue dall’Italia, possiamo rassicurare tutti: Melissa si trova a migliaia di chilometri di distanza e non avrà alcun impatto diretto sul nostro Paese o sull’Europa. È pressoché impossibile per un ciclone tropicale mantenere tale struttura e intensità attraversando l’intero Oceano Atlantico, poiché incontrerebbe acque più fredde e correnti sfavorevoli. Gli eventuali effetti indiretti sui flussi atmosferici europei sono, al momento, del tutto trascurabili.

Mentre le agenzie ONU e le ONG predispongono scorte di cibo e medicine, e mentre il ciclone si dirige ora verso l’Atlantico aperto, per i Caraibi inizia la lunga conta dei danni. La ricostruzione sarà lunga e difficile. Ma come ha esortato un residente giamaicano citando l’eroe nazionale Bob Marley: “Noi, la gente, possiamo far funzionare le cose. Che il mondo se lo ricordi e ci aiuti a rimetterci in piedi”.

Riepilogo dell’articolo

L’uragano Melissa, il peggiore del secolo, ha devastato i Caraibi, raggiungendo la Categoria 5 e causando almeno 15 morti tra Giamaica, Haiti e Repubblica Dominicana. La Giamaica è “zona disastrata”, con venti a 300 km/h, allagamenti, ospedali danneggiati e mezzo milione di persone senza elettricità. Melissa ha poi colpito Cuba come Categoria 3, costringendo all’evacuazione di 600.000 persone per il rischio di frane e onde di tempesta. Il ciclone ha eguagliato i record del 1935, con una pressione di 892 hPa, alimentato da acque oceaniche insolitamente calde (30°C) fino in profondità, un fenomeno legato ai cambiamenti climatici. Nessun pericolo per l’Italia.