00:00 15 Giugno 2001

Sud Africa: una speranza che si chiama turismo

Previsioni incoraggianti nel futuro della regione.

La previsione è di quelle che incoraggiano, e molto. Soprattutto poi tenendo conto che riguarda i paesi sub-sahariani, cioè tutta quella fascia di nazioni africane che si trovano a sud del deserto del Sahara. E soprattutto immaginando che – se la previsione si rivelasse fortunata – ne beneficerebbe anche l’economia di questi stessi paesi. Ecco di cosa si tratta: nei prossimi dieci anni il giro turistico d’affari nella zona sub-sahariana raddoppierà.

Finora il turismo godeva di un discreto terzo posto nella classifica delle risorse principali, subito dopo l’industria mineraria e l’agricoltura. Ma adesso l’obiettivo diventa accelerare e guadagnare qualche scalino in più. E sembra che in quanto a tendenza ci siamo. Infatti, nel corso del XXVI Festival internazionale dell’African Travel Association, che si è svolto a Cape Town dal 20 al 25 maggio 2001, i dati emersi sono davvero incoraggianti. Uno su tutti: per ogni otto visitatori che arrivano in Sud Africa si crea un posto di lavoro.

Questo diventa il punto di partenza. La speranza. Il progetto. Il filo da non lasciarsi sfuggire di mano. Bisogna creare occupazione. Bisogna soprattutto creare occupazione. E’ l’unico modo per far fronte ai problemi di disadattamento creati dalla povertà in molti strati della popolazione. Per questo il turismo diventa una sorta di catena di montaggio. Perché se arrivano i turisti sarà necessario costruire nuove strutture – a cominciare da alberghi e ristoranti – e per costruirle ci vuole manodopera, e per tenerle poi in vita ci vogliono operatori del settore, gestori, camerieri, cuochi, portieri. Insomma, gente che ci lavori.

Non a caso poi uno degli obiettivi fondamentali dell’African Travel Association è proprio quello di coinvolgere – in città come Cape Town – la comunità nera più disagiata, quella che vive per la maggior parte nelle bidonville. Fare in modo che il turismo diventi – e venga visto – come una fonte di vita, e non come una minaccia. Qualche passo, in questo senso, lo si è già fatto: cominciano a sorgere, quasi timidamente, bed and bredfast, pub e strutture di questo tipo anche nei quartieri più poveri. E qui non c’entra solo la creazione di posti di lavoro, ma anche un accenno, un tentativo di “conoscenza reciproca” tra turista e abitante del posto. Così da varcare quella soglia di diffidenza che esiste anche nel mercato italiano. Quest’ultimo si posiziona infatti al sesto posto dopo Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Olanda, Francia e Australia.

A cura di www.marcopolo.tv
Autore : Redazione