Allarme ghiacci Groenlandia? Si, ma gli effetti sono davvero gravi?
La Groenlandia si scioglie, ma quanto e come incide sul livello dei mari? Lo scioglimento progressivo della calotta glaciale groenlandese contribuisce all’innalzamento del livello medio dei mari, ma la realtà è molto più complessa di quanto si immagini, e gli effetti sono al momento irrisori. Un approfondito articolo del Prof. Giuseppe Tito.

Centinaia, anzi migliaia di articoli, da alcuni decenni a questa parte affrontano il tema dello scioglimento progressivo delle calotte polari, soprattutto di quella groenlandese, che per motivi di vicinanza e vulnerabilità è decisamente più intrigante e preoccupante.

Oggetto degli articoli sono tutti gli aspetti legati alle dinamiche glaciologiche e meteo-climatiche della grande isola e dei mari circostanti. Spesso trattano delle lingue glaciali che scendono dalla calotta centrale verso i mari circostanti, che anno dopo anno testimoniano un drammatico arretramento dei rispettivi fronti.
Altri affrontano l’estensione delle aree soggette a scioglimento parziale durante la stagione calda, o l’espansione temporale dello stesso periodo di scioglimento. Si vanno a cercare fatti ed eventi eccezionali, come la registrazione di temperature da record, o episodi di pioggia nel cuore della grande isola.
Altri ancora affrontano il complicato bilancio di massa del ghiaccio groenlandese, alla ricerca spasmodica di un trend e di effetti che, dopo decenni di proclami, devono pur portare a qualche conseguenza. Quella più immediata, quella che più preoccupa anche chi vive dall’altra parte del pianeta, è l’innalzamento del livello medio dei mari.

I calcoli si inseguono e si perfezionano tutti gli anni. C’è persino un sito che registra ormai da oltre 30 anni il livello medio degli oceani, e che l’aumento è ormai prossimo ai 100mm… Ma quanto incide la Groenlandia, e lo scioglimento dei suoi ghiacciai in tutto questo?
Abbiamo navigato tra i vari lavori che quantificano il bilancio di massa del ghiaccio presente sull’isola e, al netto di altri fattori, si evince che dalla metà degli anni ’80 ad oggi, è andata perduta una quantità stimata di circa 5000 gigatonnellate di ghiaccio, ovvero 5×1015 kg d’acqua.
Con le dovute approssimazioni, trasformando questa quantità di ghiaccio in acqua, e distribuendola sui circa 350 milioni di kmq di superficie degli oceani globali, ovvero di circa 3,5×1014 mq, viene fuori una quantità di circa 14mm di acqua sul livello medio di tutti gli oceani del pianeta.
Si tratta ovviamente del contributo totale degli ultimi 40 anni circa, ma è necessario fare delle precisazioni non di poco conto, che rendono testimonianza, da un lato della complessità delle dinamiche in gioco, dall’altro del trend di dettaglio del fenomeno.
In primo luogo bisogna precisare che il calcolo della massa glaciale perduta è complessivo anche della neve e del ghiaccio accumulatisi negli inverni che precedono lo scioglimento, e quindi non si tratta solo di ghiaccio “fossile”, ma anche di ghiaccio e neve recente, più facile da sciogliere e rimandare in circolo. Ma ciò non toglie, né aggiunge nulla, in linea di massima al calcolo generale.
Veniamo invece alle “lingue glaciali” che scendono sui bordi dell’inlandsis e che si “tuffano” in mare, con tanto di rilascio di iceberg e pezzi di piattaforme galleggianti. Sono questi ghiacciai che segnano il ritmo di riduzione della calotta, almeno nella parte visibile. Bisogna però precisare che gran parte delle porzioni distali di questi ghiacciai sono già galleggianti, ovvero non incidono sul livello dei mari, in quanto rappresentano la porzione emersa derivante dalla spinta di Archimede sull’intera massa glaciale galleggiante.

La riduzione della calotta glaciale si manifesta però, soprattutto nella stagione meno fredda, anche attraverso estesi e diffusi fenomeni di ablazione, ovvero di asportazione di ghiaccio e neve a causa del vento, per sublimazione e con temperature anche abbondantemente sotto lo zero. Non sono infatti, le alte temperature a sciogliere i ghiacci più interni, laddove raramente si arriva a raggiungere o superare lo zero. L’ablazione avviene anche con temperature di decine di gradi al di sotto del punto di congelamento dell’acqua.
L’acqua dolce derivante dai fenomeni sopra esposti, non finisce però esclusivamente in mare. Gran parte dei fenomeni di ablazione contribuiscono infatti, all’aumento dell’umidità nell’aria, e quindi delle precipitazioni, spesso altrove, dal momento che le zone artiche sono piuttosto aride e avare di tali fenomeni, specie nelle aree lontane dal mare.
Gran parte dell’acqua dolce invece, si accumula nelle falde delle aree continentali, specialmente in quelle zone dove vi è uno sfruttamento e un consumo maggiore di acqua. Lo stesso dicasi per il bio-accumulo dell’acqua, che favorisce il cosiddetto rinverdimento di molti territori, oltre all’aumento della biomassa vegetale che, come noto, è costituita principalmente da acqua e carbonio organico (organismi fotosintetici).
In buona sostanza, il ghiaccio che si scioglie in Groenlandia non finisce solo in mare, anzi ne finisce solo una minima parte. Non si può infatti trascurare, che il livello medio dei mari aumenta anche solo per effetto della dilatazione termica degli strati più superficiali, nei primi 2-300 metri di profondità, ovvero quelli più soggetti al riscaldamento.
Tale effetto contrasta però con l’iniezione supplementare di acqua dolce e fredda, come quella che proviene appunto dalla Groenlandia, quando questa entra nella circolazione sottomarina globale, dal momento che induce un parziale raffreddamento della massa totale, ovvero il fenomeno opposto alla dilatazione.
Infine, ma non meno trascurabile, è l’effetto di sollevamento della crosta terrestre al di sotto della calotta glaciale groenlandese. Questo effetto trascina i fondali circostanti verso l’alto aggiungendo, se così si può dire, volume aggiuntivo di crosta terrestre che, in un modo o nell’altro, favorisce l’innalzamento medio del livello del mare. Questo fenomeno però, è già in corso da millenni, e precisamente dalla fine dell’ultima glaciazione circa 12000 anni fa, quando enormi calotte glaciali sono scomparse su vasti territori dell’emisfero nord, con particolare riferimento alla Scandinavia e all’artico canadese.
Il Mar Baltico e la Baia di Hudson non sono altro se non depressioni delle terre emerse, ancora sommerse da un mare poco profondo, che indicano il centro delle calotte glaciali pre-esistenti, e che stanno lentamente riemergendo dopo essersi liberate di uno spessore di ghiaccio compreso tra i 4 e i 5km di spessore. Un peso anomalo che ha fatto sprofondare la crosta terrestre di queste zone, alcune centinaia di metri nel mantello terrestre, fluido e plastico. Questo fenomeno aggiunge, in generale, nuova terra e contribuisce anch’esso all’aumento del livello medio dei mari su tutto il pianeta.
Se la temperatura globale dovesse continuare ad aumentare, e non è scontato; se dovesse farlo a questi ritmi, e non è scontato nemmeno questo, è inevitabile che tutto il ghiaccio della Groenlandia scomparirà, ma in questo modo ci vorranno più di 2000 anni, e l’effetto sarebbe un aumento di 6-8 metri, senza però considerare gli inevitabili feedback che ciò comporterebbe, e di cui non si parla mai. Una catastrofe certamente, ma lenta e prevedibile, alla quale potremo tranquillamente adattarci, senza panico ed inutili isterie. Lo abbiamo già fatto nei secoli addietro, e senza tecnologie, lo faremo ancora e meglio.
Prof. Giuseppe Tito

