Permafrost in scioglimento sulle Alpi, c’è pericolo? Valtellina e pilone Bonatti
Notizie dall'ambiente alpino.

Ghiaccio permanente: questo è in sostanza il significato della parola permafrost. Per essere più precisi si tratta del materiale del sottosuolo che per tutto l’arco dell’anno è ghiacciato.
Nelle spaccature della roccia in alta montagna spesso si nota la presenza di ghiaccio in profondità.
Generalmente il permafrost nel settore alpino si ritrova appena sotto i ghiacciai, anche se talvolta si ritrovano tratti di permafrost anche alle quote meno elevate.
Ma perchè parliamo di permafrost alpino? Cosa sta succedendo? C’è qualche pericolo?
Lo strato del permafrost va generalmente dai 2 fin oltre i 100 metri con temperature che oscillano da 0 a -10°C. In estate i primi strati tendono generalmente a scongelarsi sino ad un massimo di 4 o 5 metri a bassa quota.
Innevamento, radiazione solare e temperature ne condizionano il comportamento.
L’aumento delle temperature medie riscontrato negli ultimi anni ha
innalzato il limite del permafrost di quasi 300m e ne ha considerevolmente ridotto lo spessore.
Il problema è che questa riduzione potrebbe mettere a rischio la stabilità delle costruzioni dei villaggi di montagna, anche le pareti rocciose perderebbero tenuta con rischio di frane.
Si ipotizza che la frana della Valtellina, quella tristemente famosa del luglio 87 del Monte Coppetto in Val Pola, sia stata provocata da una rapida fusione del permafrost a seguito delle piogge intense.
Pare che oltre la metà delle frane verificatesi negli ultimi anni sulle Alpi siano dovute a questo fenomeno, non ultimo lo sgretolamento del pilone Bonatti sul Monte Bianco.
Per saperne di più consultare i manuali della Cipra: la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi.
Autore : Report di Alessio Grosso
