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A proposito di eventi estremi

In passato si sono verificati eventi geo-climatici davvero impressionanti; per nostra fortuna sono molto rari, ma vigilare e intervenire sulla vulnerabilità del territorio è un nostro dovere prioritario.

In primo piano - 24 Agosto 2009, ore 08.31

Al peggio non c’è limite, recita un noto adagio; ma anche all’estremo pare non ci sia un confine. Non bisogna certo scomodare la Bibbia e il suo mitico diluvio, oggetto peraltro di serie indagini storico-scientifiche, per immaginare che in passato si sono verificati eventi davvero estremi, fuori da ogni scala o parametro di valutazione usato per i fenomeni attuali. Negli archivi storici del XX secolo si legge di devastanti uragani come Hugo o tifoni come Vera; ondate di gelo impressionanti come quella del 1929; inondazioni e alluvioni come quella del 1951 in Polesine o del 1966 a Firenze; forti ondate di calore come quella del 1980 negli USA meridionali o del 2003 in Europa occidentale; solo per citare alcuni esempi. Tornando ancora indietro nel passato si viene a conoscenza di inverni spropositatamente gelidi per tutta l’Europa, del Tamigi che ghiacciava con una certa regolarità, così come la Laguna di Venezia tra il XV e il XVIII secolo; di tempeste di vento simili ad uragani sull’Inghilterra e l’Europa occidentale; ma anche di prolungate e devastanti siccità, come quelle del XIII secolo in Cina o nella Meso America, che provocarono milioni di morti. Eventi che appartengono ad un passato ormai lontano, ma che si sono pur sempre verificati e, in una certa misura, anche ripetuti, sebbene a distanza di secoli. Di molte altre zone e tempi passati mancano documenti e testimonianze, fino alla perdita totale di conoscenza. Ma dove non c’è memoria storica si può risalire con altre modalità, come ad esempio specifiche tracce dirette o indirette, oggetto di studio di geomorfologi e paleoclimatologi. Tracce dirette si possono riscontrare nella morfologia e nelle caratteristiche superficiali di un territorio, di una valle fluviale, o più semplicemente di un deposito di sedimenti. Tracce indirette si possono recuperare dai fondali marini, dai laghi, dai ghiacciai o da alberi millenari, o ancora da fossili di animali e piante o parti di essi come i pollini; o più in generale dalla scomparsa o comparsa di alcune specie viventi in una determinata zona. E dal passato emergono, col passare degli anni e degli studi, tracce di eventi climatici estremi e di enorme portata, di quelli che gareggiano con i cataclismi vulcanici, sismici o meteorici. Di questi restano molto più che delle tracce, perché il volto di un’intera regione viene modificato radicalmente; il paesaggio diviene allora irriconoscibile e intere popolazioni scompaiono o migrano. Non bastano decenni perché le cose tornino ad una certa normalità e nel frattempo le crude testimonianze dell’evento campeggiano come residuati incomprensibili di cui spesso la gente perde ogni memoria e significato. Gli uomini pertanto ritornano a popolare queste zone e a convivere con minacce che non sempre sono prevedibili e talvolta nemmeno immaginabili. Da qui nasce l’esigenza di un’attenta analisi e scrupoloso studio del territorio, a cominciare dalle aree più fragili e sospette, da quelle dove sono più evidenti e recenti i segnali di un passato oggetto di eventi davvero estremi come piene catastrofiche, frane gigantesche, impaludamenti di interi territori, crolli sotterranei e quant’altro Non sempre l’antichità di una città, di un borgo o di una località sono sinonimo di sicurezza, e in Italia gli esempi si sprecano, tra antichi borghi abbandonati ed altri pronti ad esserlo, sia per l’instabilità che per il continuo e pericoloso dissesto. Si dice che la legge non ammette ignoranza e questo, ahinoi vale anche per la legge di natura.

Autore : Dott.Prof.Giuseppe Tito

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