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Quando il Re chiese conto dello stato dei ghiacciai...ECCEZIONALE documento!

Notevole contributo storico fornito da Fabio Malaspina.

Climatologia - 8 Aprile 2016, ore 15.34

Nel 1881, in occasione della seduta reale dei Lincei a Roma, l’Abate e stimato scienziato Antonio Stoppani (1824-1891) tenne il famoso discorso “Sull’attuale regresso dei ghiacciai sulle Alpi”, alla presenza di Re Umberto e di Margherita di Savoia.

A fine presentazione ricevette i complimenti, ancor più validi perché i due erano appassionati e conoscitori della montagna (esiste ancora “capanna Margherita” che è un rifugio e la stazione meteorologica più alta d’Europa).

Quando il Re chiese preoccupato quali saranno le conseguenze future, l’abate rispose candidamente: “Non si preoccupi, lasci fare alla provvidenza”. Nel suo lavoro il sacerdote fornì come causa del fenomeno, non tanto le variazioni della temperatura anche se erano di comune conoscenza, quanto e soprattutto la variazione nella quantità di nevosità.

Portò dati su quello che allora non si chiamava “cambiamento climatico”: dal 1797 al 1806 i giorni di neve a Milano erano stati 243 (cioè 26 di media all’anno), invece la situazione era sostanzialmente cambiata dal 1857 al 1876 con 166 giornate nevose (cioè 8 giornate l’anno).

Il numero di giorni di neve si era ridotto ad un terzo in soli 50 anni, fenomeno preoccupante specie perché in quel periodo, non esistendo dighe ed invasi artificiali, i ghiacciai erano tra le poche grandi riserve di acqua.

Abituati alla nostra epoca, dove la visione Gaia ha trasformato il nostro pianeta in qualcosa d’immobile che “cambia” solo in conseguenza alla reazione dell’azione umana, dove la semplice misura di una variazione è sempre motivo d’allarme, colpisce la serenità con cui padre Stoppani descrive il ritirarsi dei ghiacciai alpini sul suo libro più letto, “Il bel Paese”, la sua attenzione al comprendere i fenomeni più che a cercare un colpevole, la tranquillità delle persone che vedono accadere vicino loro fenomeni naturali non frequenti. “Le Alpi Svizzere sopra le nostre hanno sopra le nostre il vantaggio de’ loro famosi ghiacciai. E’ falso che alle Alpi Italiane manchi questo stupendo ornamento. Tutt’altro: i ghiacciai ci sono, e come sono belli! soltanto sono meno sviluppati. Una delle ragioni che determinano il livello delle nevi perpetue (e son quelle che producono ed alimentano i ghiacciai), sui diversi versanti, è la loro esposizione.” […]

Il ghiacciaio “del Forno vantava” una porta “fra le più stupende, ed è assai probabile che alla forma della porta ed alla profondità della porta debba appunto il poetico nome di Forno. Ma (credo sulla fine del settembre dell’anno precedente alla mia gita) nella più profonda oscurità della notte, uno spaventoso scroscio echeggiò nella valle. La volta di ghiaccio si era sfondata. I suoi ruderi, rappresentati da enormi masse di ghiaccio, venivano travolti dal torrente”.[…]

“Il piano di Santa Caterina venne, benché senza molto danno, inondato; e i beventi, levatisi a mane, videro estatici il piano tutto sparso di massi di ghiaccio. Il più allegro in questa occasione fu l’oste, il quale non tardò ad approfittare di quella grazia di Dio per rifornire con poca spesa le esauste ghiacciaje. Ma il ghiacciajo del Forno aveva perduto il suo principale ornamento.

Quando lo visitai nel 1864, nuove rovine l’avevano ancor più danneggiato[…]Non temete però; quando voi andrete a visitare il ghiacciajo del Forno forse esso avrà riparato le sue rovine; forse si sarà fabbricato una nuova porta, anzi un nuovo arco di trionfo più bello del primo”.

Come si può vedere all’epoca per la natura la variazione era la normalità, anche se Stoppani aggiunge una nota al testo: “L’augurio non valse. Il ghiacciajo del Forno andò sempre più peggiorando e perdendo terreno in questi ultimi anni, che segnano un periodo di regresso universale dei ghiacciai alpini. Esso diè luogo però ad altri fenomeni interessantissimi per la scienza, ch’io descrissi nell’opera Geologia d’Italia, vol II, che fa parte della grande pubblicazione L’Italia , edita dal Vallardi”.

Praticamente sono quelli gli anni in cui finisce un periodo freddo durato alcuni secoli, detto “piccola era glaciale”, ed inizia una fase relativamente più calda che dura fino ad i nostri giorni (con l’eccezione del periodo indicativamente compreso tra 1960 e il 1980 in cui i ghiacciai alpini ripresero a crescere).

Da metà ottocento gli uomini osservano un arretramento dei ghiacciai che li preoccupa evidenziando la loro impotenza; chissà cosa penserebbero di loro gli uomini della “piccola era glaciale” che invece vedevano con preoccupazione l’aumento dell’estensione dei ghiacciai e di questo alcune volte incolparono le streghe.

Ciò accadde, ad esempio, quando il ghiacciaio del Monte Bianco si allungò fino a minacciare i paesi sottostanti: “Gli abitanti di queste zone dicono che le valli di ghiaccio erano un tempo abitate, e che c’erano un gran numero di case; ma una fata che dominava su di loro, irritata per qualche lamentela, li maledì. Perciò da allora, il loro paese è sempre rimasto coperto di ghiaccio” (Pierre Martel, arrivo a Chamonix nel 1742).


Autore : A cura di Fabio Malaspina, sintesi Alessio Grosso

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