11:43 16 Ottobre 2026

Neve: sarà davvero più abbondante quest’inverno?

Inverno 2026-2027: tra influenze del Niño, montagne più innevate ma anche...

Neve abbondante nelle Alpi quest'inverno?

L’inverno che attende l’Italia potrebbe presentare caratteristiche piuttosto particolari, segnate da una circolazione atmosferica spesso dinamica e da temperature mediamente superiori alle vecchie medie climatiche. Tra i fattori da monitorare vi è anche l’evoluzione delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale, che mostrano segnali compatibili con un possibile episodio di Niño intenso. Pur trattandosi di un fenomeno che agisce a migliaia di chilometri dall’Europa, le sue ripercussioni possono influenzare indirettamente la disposizione delle grandi figure bariche emisferiche e, di conseguenza, il tempo sul bacino del Mediterraneo.

Va comunque ricordato che il collegamento tra El Niño e il clima invernale europeo è molto meno diretto rispetto a quanto accade sul continente americano. Tuttavia, in alcune configurazioni, il fenomeno può favorire una maggiore attività del flusso perturbato atlantico, con il passaggio più frequente di depressioni e fronti organizzati diretti verso l’Europa occidentale e centrale.

Se questo scenario dovesse concretizzarsi, l’Italia potrebbe vivere una stagione caratterizzata dal passaggio di numerose perturbazioni, soprattutto sulle regioni settentrionali e lungo il versante tirrenico. Le precipitazioni risulterebbero dunque spesso presenti, ma non sempre accompagnate dal freddo necessario per garantire nevicate a bassa quota.

Proprio questo rappresenta uno degli aspetti più interessanti della prossima stagione. La frequenza delle precipitazioni potrebbe infatti tradursi in accumuli nevosi molto abbondanti alle quote medio-alte delle Alpi e dell’Appennino. Oltre i 1500 metri, dove la temperatura riesce a mantenersi più facilmente sotto lo zero durante gli episodi perturbati, la neve potrebbe cadere con notevole regolarità, favorendo un innevamento superiore alla media in molte località montane.

Le grandi stazioni alpine potrebbero quindi beneficiare di una stagione particolarmente favorevole, non tanto per le irruzioni gelide continentali, quanto per la continuità degli apporti nevosi. In molte situazioni il limite della neve potrebbe oscillare tra 1200 e 1800 metri, con temporanei abbassamenti durante le fasi più fredde, consentendo comunque importanti accumuli nei comprensori situati alle quote più elevate.

Di contro, per le pianure italiane la prospettiva appare meno incoraggiante. Le fasi davvero fredde potrebbero risultare relativamente rare e di breve durata. L’afflusso di masse d’aria atlantiche, spesso temperate e umide, tenderebbe infatti a prevalere sulle irruzioni artiche o continentali capaci di portare gelo diffuso e persistente.

La conseguenza sarebbe una drastica riduzione delle occasioni di neve al piano. Le grandi nevicate che in passato caratterizzavano alcuni inverni del Nord Italia potrebbero rimanere un evento eccezionale, limitato a singoli episodi e a particolari incastri tra aria fredda preesistente e perturbazioni in arrivo dal Mediterraneo. In alcune aree della Pianura Padana non si può nemmeno escludere un’intera stagione priva di nevicate significative.

L’impressione generale è quindi quella di un inverno diviso tra due realtà. Da un lato, le montagne potrebbero ricevere abbondanti quantità di neve grazie alla frequenza delle perturbazioni; dall’altro, le pianure continuerebbero a confrontarsi con un clima più mite rispetto al passato, nel quale la neve diventa sempre più episodica e difficile da osservare. Un inverno probabilmente ricco di precipitazioni, ma non necessariamente freddo, che confermerebbe ancora una volta la tendenza verso stagioni sempre più diverse tra alta montagna e basse quote.