La primavera a 2000 metri!
Un'affascinante itinerario escursionistico lungo il versante occidentale dell'Appennino Laziale ci lascia scoprire gli incredibili volti di quest'anomala stagione...
Credo che quello che sto per raccontarvi ha dell’incredibile… Il giorno martedì 13 febbraio 2001, in pratica una manciata di giorni fa, mi sono recato con un mio amico, Emilio, in vetta al Pizzo Deta, nota ed affascinante cima dei Monti Ernici, sullo spartiacque tra Lazio ed Abruzzo.
Ebbene, l’itinerario – che io avevo già percorso in altre due precedenti occasioni, l’ultima delle quali il 27.11.1999, prevede di lasciare l’auto al termine di una strada asfaltata in località Prato di Campoli, meta del classico turismo da pic-nic in primavera-estate, e poi letteralmente abbandonato negli altri mesi, quando invece se ne coglie la vera naturale bellezza di luogo solitario e silenzioso.
Prato di Campoli sorge a quota 1.143 metri slm, ed è esposto sul versante sud-occidentale della catena montuosa; motivo per cui, dopo il libeccio sfornato dalle correnti in questi ultimi giorni, era impossibile aspettarsi della neve già sulla strada. La vista che ci si apriva innanzi, appena arrivati, era di quelle che si ricordano a lungo, ma più che in febbraio, sembrava essere ad aprile inoltrato!
La neve compariva solo oltre i 1.600 metri, e un vero e proprio manto bianco compatto che non lasciava trasparire tratti di nuda roccia si poteva intravvedere solo oltre i 1.800! Inoltre, sui versanti esposti a meridione, solo verdi prati a contrastare il bianco della neve ed il marrone dei boschi spogli. Il colpo d’occhio, comunque, era davvero notevole.
L’ultima nevicata risaliva a quattro giorni prima, per la precisione venerdì 9 cm, e – pur nella sua abbondanza – sembra essersi vistosamente ridotta. Scendiamo dalla macchina e ci accorgiamo che non serve nemmeno la giacca a vento! Iniziamo a salire, e mentre prendiamo coscienza che è il caso di metterci addirittura in t-shirt, dei fiori compaiono sotto i nostri piedi: Prato di Campoli sta conoscendo di già il disgelo! Ed è solo il 13 di febbraio: dov’è il cuore freddo dell’inverno! Qui siamo a 1.200 metri!
I ricordi dell’ultima mia escursione da queste parti, come precedentemente detto effettuata nel novembre del ’99, mi dicevano che già a quota 1.300 compariva la prima neve. E invece qui perpetuavano i fiori! La prima neve? Bah, solo nei canaloni oltre i 1.450, per parlare di innevamento si doveva aspettare i 1.600/1.650! Già a quota 1.700 si registravano accumuli decenti (intorno ai 50 cm) che diventavano 60/70 100 metri più in alto, ma nulla di più. Il caldo quasi soffocante aveva reso la neve fradicia, ed i nostri corpi sprofondavano nel manto bianco rendendo a tratti quasi impossibile la salita.
Ad un certo punto vedo Emilio, avanti a me, in chiara difficoltà nella neve, e sento proprio il manto bianco smussarsi intorno alle mie gambe: ci sono dei principi di distacco, la temperatura è troppo alta. Inizio a credere nella possibilità di una piccola valanga, anche se è difficile da quelle parti: il bosco che arriva fino a quota 1.700m e l’esposizione a sud-ovest non permettono accumuli di neve tali da giustificare valanghe degne di tal nome.
Eppure sono preso dallo spavento e compongo sul mio cellulare il numero di Roberto, la mia guida alpina oggi rimasta a Roma per lavoro: Roberto mi rassicura convincendomi di quanto già sapevo per esperienza, così trovo la forza per proseguire, perché la cosa si faceva davvero pesante! Due ore per salire i primi 600 metri, altrettante per salire gli ultimi 250! Alla fine, arriviamo alla sella sottostante la vetta, e rimaniamo col fiato sospeso: lo sguardo poteva spaziare dal Monte Amaro nel massiccio della Maiella al Corno Grande del Grans Sasso, dal Sirente alla coppia Velino-Cafornia, e addirittura al Vettore e, a sud, al Petroso, alle Mainarde fino al Matese!
Ma l’ora era tarda, erano già le 14 e dopo tre ore avrebbe fatto buio. In un quarto d’ora eravamo finalmente in cima: il tempo di una rinfrescata e di quei pensieri che vorresti sempre con te, e poi la veloce discesa in una lotta contro il ghiaccio che nel frattempo in quota si stava formando, e contro il tempo che ci imponeva la solita fretta da rientro. Una volta arrivati alla base, il tempo per tornare con lo sguardo al lungo cammino percorso, illuminato dall’ultimo sole al tramonto, e per capire che giorni così non capitano spesso nel breve e confusionario corso della nostra vita.
Autore : Emanuele Latini