India: una terra in cui smarrirsi
Un cartello al confine di Stato annuncia: "benvenuti nella più grande democrazia del mondo" ma le contraddizioni sono molte.
La parola India ha una forza evocatrice come poche altre. Di tutti i paesi del mondo è forse uno dei più conosciuti e dei più sconosciuti allo stesso tempo.
Le Indie cercate con strana fortuna da Cristoforo Colombo e quelle raggiunte dagli esploratori del XVI secolo; le descrizioni di Salgari che hanno accompagnato le immagini della nostra infanzia; l’India dell’Impero Britannico raccontata da Foster e quella dell’indipendenza legata al volto di Gandhi; la separazione del Pakistan; la divisione in caste; la terra per eccellenza della spiritualità; il paese dove presente, passato e futuro sembrano mostrarsi attraverso un solo, unico volto.
La lista delle immagini legate all’India, stereotipate e non, potrebbe continuare molto a lungo ma difficilmente potrebbe oltrepassare la soglia della conoscenza superficiale.
Accanto all’ India mitica, quella raccontata dai libri di storia e geografia non sembra meno complessa. Vero e proprio subcontinente che rappresenta il 3% della superficie terrestre ma che accoglie un sesto della popolazione mondiale, l’India è una sorta di microcosmo umano e sociale praticamente impossibile da descrivere nel suo insieme.
Dalle cime del “tetto del mondo” alle calde spiagge del sud ornate di palmizi l’insieme del suo territorio può essere raggruppato in tre grandi macro-regioni ognuna delle quali rappresenta un vero e proprio tesoro dal punto di vista archeologico, paesaggistico e culturale: una catena montagnosa a nord, di cui fa parte l’Himalaya, la penisola del Deccan, e nel mezzo l’immensa pianura formata dai bacini dell’Indo e del Gange.
Repubblica federale suddivisa in 25 stati e 7 territori dell’Unione, la società indiana è principalmente organizzata intorno a piccoli villaggi di poche centinaia di persone che riuniscono l’80% della popolazione. Accanto a questi, si trovano le grandi metropoli come Bombay, Calcutta o New Delhi, simili talvolta a formicai umani che ci ricordano ancora una volta come questa sia una terra di grandi contrasti.
Per chi arrivi a Nuova Delhi, la capitale, e la guardi con occhi occidentali, la prima impressione è di smarrimento. Folla, odori, rumori investono lo straniero prima ancora che sia possibile distinguere le forme della città. Ma folla, odori e rumori – ed anche l’architettura dei centri urbani e rurali – tutto è intriso di religione. Ogni aspetto della vita, e della morte, di un indiano rivela l’esistenza dell’Induismo. Religione seguita dall’ottanta per cento della popolazione.
È difficile districarsi nel vasto olimpo degli dei, nella babele di libri sacri e nel labirinto di norme da osservare per far sì che lo spirito dell’uomo sia salvo. Questa è l’India: una confusione apparente, che cela un immobilismo lungo quattromila anni. È infatti una delle poche nazioni sulla terra in cui le strutture sociali e religiose siano rimaste intatte per un periodo tanto lungo.
Nonostante le invasioni, le persecuzioni e il colonialismo europeo. Ed è difficile anche capire quale sia la lingua ufficiale. Nella costituzione sono riconosciute diciotto lingue. Ma sono poche. Perché i dialetti indiani – meglio sarebbe parlare di lingue “minori” – registrati da uno degli ultimi censimenti sono milleseicento.
Per capire l’India bisognerebbe visitare anche Calcutta, la capitale intellettuale della nazione, scelta come centro amministrativo dai colonizzatori inglesi. E Bombay e Goa, e i villaggi in cui vive la maggior parte della popolazione.
Insediamenti in cui vige ancora la divisione in caste. Coloro che appartengono a una casta dominante di solito vivono al centro, mentre gli altri – quelli delle caste minori – occupano le periferie. Tutti credono nella reincarnazione. No, non è un paese facile da capire.
A cura di www.marcopolo.tv
Autore : Redazione