Clima e ghiacciai alpini, non solo ritiro
L'aumento delle temperature all'uscita della Piccola Era Glaciale, terminata nel 1850, ha causato il vistoso arretramento delle fronti ma ora in quota le cose vanno diversamente
I ghiacciai alpini arretrano: vero ma non del tutto. Lo stato di salute di un ghiacciaio non dipende solo dalla collocazione della sua fronte ma dal bilancio di massa. Un arretramento o un avanzamento possono inoltre essere la spia di un cambiamento climatico in atto ma altri fattori incidono su questo settore delicato della lingua glaciale.
Alcuni ghiacciai presentano progressivi arretramenti intervallati da improvvise e repentine fasi di avanzamento e i capricci climatici incidono per lo più in modo indiretto su quello che noi apparentemente constatiamo. Si tratta dei cosiddetti ghiacciai “surge”.
Famoso l’esempio del ghiacciaio Belvedere sul versante est del Monte Rosa alle spalle di Macugnaga. Si tratta dell’unico in tutto l’arco alpino che negli ultimi tempi ha mostrato un imponente avanzmento della fronte con tanto di dissesto idro-geologico: la formazione di un lago all’interno della massa glaciale in fusione ha messo infatti in pericolo nell’estate del 2003 gli abitanti di Macugnaga.
Una serie di monitoraggi recenti condotti dalla Fondazione Montagna Sicura di Courmayeur sul versante italiano e francese del Monte Bianco ha constatato che il cambiamento climatico in atto ha mutato profondamente la morfologia dei ghiacciai alpini.
Nel gruppo del Bianco ad esempio è stato constatato un arretramento del ghiacciaio Prè de Bar a livello della lingua di ablazione posta a 2100m di quota (arretramento che ha raggiunto i 12cm al giorno nel luglio del 2003) ma allo stesso tempo ha fatto da contraltare un cospicuo ispessimento al di sopra dei 3600-3700m.
Ulteriori indagini hanno appurato che l’ampia calotta glaciale del Tetto delle Alpi ha guadagnato ben 2,15 metri di spessore negli ultimi 2 anni e la quota massima del massiccio ora ha toccato nuovamente i 4810m sul livello del mare.
Anche il suo volume alle alte quote è cresciuto, anzi quasi raddoppiato al di sopra dei 4500m, passando dai 14.600 metri cubi rilevati nel 2003 ai 24.100 metri cubi attuali.
Insomma, una notizia controcorrente rispetto ai catastrofici scenari che vedevano Alpi brulle fino alle quote più elevate e, soprattutto, una buona notizia se si pensa che le nostre montagne si stanno adattando al nuovo regime climatico che ne potrà mutare la morfologia ma non la sostanza.
Autore : Luca Angelini