Esclusivo: il clima a tinte forti del Milford Sound
Appunti di viaggio sul tempestoso clima che regola la vita nell'aspra terra dei fiordi in Nuova Zelanda.
La traversata in traghetto del più famoso fiordo della Nuova Zelanda non può lasciare indifferenti. Abbandonato il molo ci si inoltra nel lungo corridoio d’acqua per ben 22 Km. alla volta dell’ampio sbocco sul Mar di Tasman.
Il colpo d’occhio alla partenza è indimenticabile. La celeberrima vetta imbiancata del Mitre Peak, riflessa sulle placide acque del fiordo, è un’icona che lascia il segno, un’emozione forte che coglie quasi impreparati al termine degli innumerevoli ed angusti tornanti che scendono dall’Homer Tunnel.
Iniziata la navigazione, la traversata è un susseguirsi di scenari mutevoli dominati dalle impressionanti pareti di roccia calcarea a picco sul mare e dalle montagne ricoperte di fitta vegetazione. Le vette più elevate sono perennemente innevate e sui fianchi del fiordo si incontrano sovente belle e fragorose cascate, continuamente alimentate della fusione dei ghiacciai d’alta quota.
Proprio l’interazione tra i diversi tipi d’acqua, dolce meteorica e salata marina, appare essenziale nel perpetuare i complessi cicli vitali che rendono uniche la flora e la fauna di questa regione chiamata Fiordland.
Pochi ambienti sulla Terra offrono i vertiginosi panorami del Fiordland, il decantato parco naturale situato nell’estremità meridionale della grande Isola del Sud. Un equilibrio perfetto tra bellezza incontaminata e ruvida vita selvaggia è valso a questo lembo di terra l’elezione a patrimonio dell’umanità. Ci sono voluti 500 milioni d’anni per plasmare i tortuosi panorami di cui oggi possiamo godere. L’ultima fase glaciale, durata circa 55.000 anni, ha inciso in modo definitivo sulla topografia dell’area.
Il ritiro degli immensi ghiacciai ha innescato possenti azioni moreniche favorendo la formazione di grandi laghi e straordinari fiordi.
La graduale fusione dei ghiacci ha costituito un importante strato d’acqua dolce superficiale creando un complesso ecosistema, ancor oggi intatto, nei numerosi fiordi del parco. L’acqua del mare, molto salata e quindi più densa, tende a sprofondare rispetto alla massa d’acqua dolce di origine piovana. Affinché il sistema funzioni e si conservi nel tempo è quindi indispensabile un alto tasso di precipitazioni ed un clima sufficientemente freddo in inverno, tale da rifornire di materia prima i ghiacciai montani. Qual è il motore capace di mantenere in vita questo ricchissimo microcosmo la cui genesi si perde nei tempi remoti della geologia?
Il merito principale va certamente alla locale, inconfondibile “impronta climatica”.
Alcune fotografie esposte all’interno del Mitre Peak Lodge, sono un buon inizio per comprendere quanto debba essere stato duro l’impatto con la natura di questi luoghi per i primi coraggiosi esploratori. Contendere spazio vitale all’esuberanza delle foreste che ricoprono le aspre montagne, si è spesso rivelata un’impresa estrema. Se fosse ancora vivo Mr. Donald Southerland, “l’eremita di Milford” che a fine ‘800 per primo gestì un albergo nei pressi dell’attuale molo, potrebbe raccontare di una dura lotta sostenuta contro la pressione degli elementi.
Devo ammettere che il personaggio dimostrò una tenacia granitica ed una forza di volontà non comune per sopravvivere in quest’angolo di mondo. Credo anche nutrisse un amore sviscerato per la bellezza dei luoghi se decise di farne la sua dimora in vita e la sua tomba da estinto. Donald, infatti, giace oggi nei pressi dell’unico lodge esistente a Milford e ha dato il suo onorato nome alle vicine Southerland Falls. Per capire le difficoltà dei primi settlers è necessario conoscere il clima del Fiordland o, più in generale, il clima di tutta la frastagliata ed affascinante costa occidentale dell’Isola del Sud. Il cardine di questa breve analisi è la posizione geografica in cui è situata tutta la Nuova Zelanda.
Da quelle parti con il termine inglese “Roaring Forties” s’intende brillantemente definire una ben determinata impronta meteorologica. I “ruggenti quaranta” indicano quella fascia oceanica, compresa tra i 40° ed i 50° di latitudine nell’emisfero australe, nota per il suo bizzarro e tumultuoso carattere, temuta e rispettata dai naviganti. Su quei mari le correnti tendono a spirare per quasi tutto l’anno da ovest verso est modulando la loro forza e presentandosi a volte come tiepide brezze ma, nella maggior parte dei casi, come improvvise e violente tempeste.
La costante provenienza occidentale dei venti, sia al suolo che in quota, può in realtà generare effetti molto diversi. Quando il flusso si orienta tra ovest e nord-ovest l’aria giunge direttamente dal Mar di Tasman e risulta relativamente mite anche se carica di umidità. Ben diversa è la situazione quando i vettori si dispongono franchi tra sud e sud-ovest, convogliando gelide folate dall’Antartico capaci di portare la neve fin a livello del mare in tutto il Fiordland.
Tuttavia il fattore importante, vero esaltatore degli eventi climatici costieri, è la distribuzione orografica sull’Isola del Sud. Su quasi tutta la sua lunghezza, infatti, si distende l’imponente catena delle Southern Alps (la cima del Mount Cook, vetta più alta dell’Australasia, raggiunge i 3.755 metri), vera e propria barriera naturale nei confronti dei menzionati, preminenti venti occidentali. E’ intuitivo quindi che dal punto di vista pluviometrico non cambia molto per la terra dei fiordi, nord-ovest o sud-ovest pari sono.
Potrà fare più o meno freddo ma le precipitazioni saranno in tutti i casi importanti ed annualmente garantite. In estate le correnti nord-occidentali sono spesso piacevolmente miti, di rado anche relativamente calde. Mediamente, nel corso dell’estate, si superano i 25° C in non più di cinque giorni. Si consideri però che in questa stessa stagione la piovosità giornaliera può facilmente raggiungere i 250 mm.
Nel resto dell’anno il clima si mantiene fresco, addirittura freddo nel trimestre giugno-luglio-agosto, quando la temperatura può scendere al di sotto degli 0° C anche a livello del mare. L’aria marittima, molto umida, spinta dal flusso occidentale (si pensi che il vento raggiunge forza di tempesta per ben 6 mesi nel corso di un anno), si trova costretta a risalire violentemente i ripidi pendii raffreddandosi con la quota e condensando. Le montagne sono spesso avvolte da densa nuvolosità e, con una frequenza che ha pochi eguali nel mondo, le precipitazioni si rovesciano copiose, gonfiando improvvisamente torrenti, cascate e scoli montani d’ogni sorta. Questo poderoso e reiterato effetto Stau é senza dubbio la causa principale di una fenomenologia meteorologica da Guinnes dei primati.
Nel Milford Sound piove in media per la bellezza di 182 giorni l’anno con accumuli precipitativi impressionanti, prossimi ai 7.200 mm. (sul versante orientale dell’isola ne cadono appena 330!). Gli apporti nevosi in quota sono tali da garantire depositi perenni a partire da altitudini modeste, spesso inferiori ai 1.800 – 2.000 metri. La nebbia ricopre non di rado i fondovalle e le zone interne dei fiordi nelle prime ore del mattino. Proprio la presenza costante di notevoli tassi di umidità dà continuità al delicato ecosistema dei fiordi neozelandesi.
Le piogge abbondanti sommate allo scioglimento estivo delle nevi rappresentano una solida certezza per le specie acquatiche che popolano questo strano mare, salato in profondità ma dolce in super!
ficie. L’acqua, generosamente dispensata in tutte le sue forme, è l’elemento principe per l’esistenza rigogliosa delle innumerevoli specialità botaniche, immenso patrimonio delle terre emerse e non del Fiordland. Trascorrere una giornata intera con cielo sereno nel fiordo, come mi è capitato nel marzo 2001, vuol dire essere favoriti dal destino perché il calcolo delle probabilità gioca decisamente contro il visitatore. Attenzione però. I voraci pappataci che imperversano sulla terraferma durante le giornate soleggiate disdegnano la pioggia. Ecco un ottimo motivo per tentare di affrontare i marosi del Milford Sound tra rovesci, tempeste di vento e rutilanti cascate. Qualcuno giura si tratti di un’esperienza unica, forse per pochi intimi ma decisamente pregnante.
Autore : Marco Virgilio