00:00 23 Febbraio 2001

I problemi della meteorologia (parte seconda)

Urge un censimento meteorologico regionale di tutto il materiale a disposizione per rilevare le condizioni atmosferiche.

I problemi della meteorologia (parte seconda)

Oggi parleremo dello scottante problema delle reti meteorologiche presenti in Italia.
Non mi dilungherò sui numerosi vantaggi e sull’utilità di una rete nazionale affidabile, vorrei solo far presente che essendo in periodo di cambio climatico, il poter disporre di un adeguato sistema di rilevazione sarebbe quanto mai opportuno per poter prevedere gli scenari futuri, disponendo altresì di dati del passato e mediante opportuni indici climatici di cui dirò in altro articolo.

Detto questo è bene fare una utile premessa. In Italia non è che non ci siano strumenti meteorologici, anzi ce ne sono anche troppi. Basta ricordare il paradosso del comune di Lanzada che negli anni ’90 aveva installati sul proprio territorio sei pluviometri.

Ma vediamo di procedere con ordine, dando quei pochi elementi storici per comprendere la situazione odierna.

All’inizio la rilevazione meteorologica veniva fatta esclusivamente dagli osservatori astronomici, ad esempio si hanno dati climatici dell’Astronomico di Brera in Milano prima dell‘800.

Ma già agli inizi del ‘900 l’Italia aveva capito l’importanza di una più capillare copertura strumentale e della rilevazione sul territorio, essendosi dotata di reti di strumentazione meteorologica, idrometrica e sismologia, soprattutto mediante l’istituzione del Reale Servizio Meteorologico e dell’Istituto Geofisico Italiano.

La nascita della rete meteorologica rispondeva soprattutto a criteri di regimazione fluviale e controllo degli eventi alluvionali per cui i sensori, oltre a quelli idrometrici, erano di tipo pluviometrico, molto subordinati in numero vi erano poi quelli di temperatura e di umidità dell’aria. Inoltre veniva svolta, per le stazioni di montagna, una misurazione giornaliera della copertura del manto nevoso.

Contemporaneamente si evolvevano anche gli strumenti affiancando agli originali a lettura diretta, di gestione particolarmente gravosa, altri di concezione più moderna, registratori a banda cartacea, che consentivano una lettura a posteriori.

In periodi differenti, ma che per semplicità accorperemo, nascevano altre reti di misura che rispondevano ad esigenze specifiche (ad es. la rete aeroportuale, quella del Ministero dell’Agricoltura o quella dell’Enel).

Sostanzialmente la rete del Reale Servizio Meteorologico, o meglio le sue due filiazioni Magistrato alle Acque e Servizio idrografico, hanno svolto un apprezzabile lavoro di raccolta e di gestione dei dati climatologici fino agli anni ’60-’70. Il sistema è cominciato ad andare in crisi per più fattori fra i quali possiamo ricordare: l’esiguità del compenso dato ai gestori delle stazioni (a fronte di un notevole impegno che per i vecchi strumenti comportava tre letture), la riduzione del personale dei servizi stessi (con aumento pro capite di stazioni da gestire), lo spopolamento della collina e della montagna (difficoltà di reperire gestori), le nuove e diversificate esigenze da parte dell’utenza, oltre ai tagli alla spesa pubblica (di particolare rilevanza essendo il settore idrometeorologico “debole” nell’ambito del Ministero dei Lavori Pubblici) che colpivano soprattutto al modernizzazione della struttura (acquisizione, elaborazione e gestione dati mediante computer).

Bisogna inoltre far rilevare come a partire dalla fine degli anni ’70, lo sviluppo della microelettronica e delle telecomunicazioni abbiano dato un notevole impulso al settore. Così grazie ai personal computer, ai nuovi sensori elettronici, alle centraline di acquisizione e di registrazione su banda magnetica, alle tecniche di trasmissione dei dati (radiofonica, telefonica, satellitare), alla tradizionale raccolta di dati cartacei, si veniva sostituendo un sistema molto più efficiente che poteva garantire tecniche di gestione prima impensabili (ad esempio on line).

Come abbiamo prima ricordato si venivano a maturare nuove esigenze e l’evoluzione tecnologica avrebbe potuto aiutare a razionalizzare l’esistente ed aiutandone a programmare lo sviluppo.

Così non è stato ed i settori pubblici interessati hanno risposto, nella stragrande maggioranza dei casi, come è tipico italiano: ognuno per se senza nessun tipo di coordinamento, lascio ai lettori l’ovvia considerazione sullo spreco di denaro pubblico.

Così le reti e le installazioni di singoli sensori si sono moltiplicate favorendo una abnorme crescita del settore della produzione e della commercializzazione della strumentazione meteorologica.

Sull’argomento è inoltre utile fare una precisazione. La cultura delle scienze dell’atmosfera in Italia, a livello generale, è sempre stata scarsa. Così anche l’ente pubblico non sempre aveva chiaro cosa se ne dovesse fare dei dati una volta rilevati. Questo sembrerebbe assurdo, ma è una delle spiegazioni per cui una volta installate le stazioni sono state lasciate in balia di se stesse (es. sensori delle autostrade, della rete della ex Snam, della sezione meteorologica delle rete ambientale lombarda, etc.). Solo chi ha chiaro l’utilità del dato, valore aggiunto economico e sociale, è in grado di provvedere in modo corretto alla sua gestione.

Ma vediamo di fotografare meglio la situazione odierna per proporre dei rimedi.
Ovviamente non tutto quello che fin ora risulta malfatto o dannoso. A fronte di tanta strumentazione inutile, malfunzionante ed obsoleta, vi sono situazioni decisamente positive (ad es. le regioni Veneto e Piemonte) ed in generale è in atto un certo miglioramento. Vorrei solo far notare come le situazioni regionali migliori coincidano con la presenza di un organismo generale di gestione e programmazione, sempre Veneto e Piemonte (situazione che dovrebbe verificarsi anche a livello nazionale), e non di quelle regioni in cui i vari assessorati sono in guerra fra di loro.
Comunque prima di agire bisognerebbe avere un quadro chiaro della situazione.
A parte le “isole felici” in cui si conosce esaurientemente la presenza di strumentazione sul territorio, la validità dei dati rilevati e la lunghezza delle serie storiche, del resto dell’Italia si hanno notizie molto frammentarie. Intorno agli anni ’90 erano stati fatti censimenti di strumentazione della Lombardia ( curato dall’Istituto di Idraulica del Politecnico di Milano) e del territorio nazionale (curato dall’Enea). Il primo molto ben fatto, giace in qualche scantinato della regione, del secondo non si hanno notizie.
Stante queste condizioni, penso che un censimento a livello regionale (almeno in quelle regioni dove si hanno poche informazioni), andrebbe fatto. Vorrei chiarire come un censimento meteorologico (delle cui specificità potremmo dire a parte) non deve catalogare tutto l’esistente, certe stazioni che hanno funzionato o che funzionano poco e male non sono di nessun interesse, ma dovrebbe individuare quelle stazioni utili ad un discorso generale di pianificazione e di progetto meteoclimatico in cui necessita una copertura del territorio a maglia variabile (ad es. maggiore addensamento in montagna). (*)

(*) In questo articolo ho sempre fatto riferimento a strumentazione “tradizionale” e non mi sono occupato della “nuova” sensoristica, ad es. sodar, lidar, radar meteorologico, etc., che andrebbe integrata con quella tradizionale. Me ne occuperò prossimamente con un articolo specifico.
Autore : Antonio Ghezzi