Storie di un clima che cambia, la Penisola Antartica (seconda parte)
Nella prima parte abbiamo analizzato sommariamente i fattori circolatori che caratterizzano la climatologia della penisola Antartica. Ora approfondiamo ulteriormente il discorso aggiungendo altri elementi di notevole interesse.
La tormentatissima zona oceanica intorno al continente antartico, oltre alle vicissitudini cui abbiamo accennato nella prima parte del nostro discorso https://www.meteolive.it/news/Climatologia/14/Quel-pezzetto-di-Antartide-che-ha-caldo–prima-parte-/37306/, è interessata anche da movimenti tettonici di un certo rilievo.
La zona di faglia ivi presente nella crosta terrestre si allunga dalla catena vulcanica delle Ande. Quest’ultima si inabissa al largo della Terra del Fuoco (Argentina) e si collega proprio alla penisola Antartica della quale ne è il naturale prolungamento geografico e morfologico. Il tratto di oceano circostante tale penisola viene così sottoposto a un’altra importante iniezione di acque calde dovute al rilascio di calore geotermico dovuto all’attività vulcanica sottomarina indubbiamente piuttosto attiva. Ciò è testimoniato anche dal ritrovamento di sedimenti cinerei intrappolati nelle masse glaciali.
I dati sono stati raccolti dalla British Antartic Survey e supportano la doppia tesi del riscaldamento locale che vi abbiamo proposto, quella relativa alla modificata circolazione oceanica circumpolare e quella inerente la morfologia tettonica della zona. Naturalmente, in ultima istanza, è da non sottovalutare anche la notevole spinta dinamica, verso questo oceano non proprio gelido, dei ghiacci che premono dal Continente e dalle stesse montagne dislocate lungo la Penisola, alte fino a 4200 metri.
Ecco subito che questi iceberg sgretolati in realtà seguono il normale ciclo glaciale di accumulo-ablazione che li porta alla deriva, mentre altro ghiacco si forma nella zona di accumulo bilanciando in tal modo i bilanci di massa globali del continente antartico, attualmente al di sopra della media trentennale di 1 milione e 250 mila kmq. Il fenomeno dello scioglimento pertanto, dato spesso in pasto alla gente quale cassandrata di una imminente catastrofe, assume invero una dimensione ben diversa, più reale e verosimile da quella che il professionismo apocalittico ci vuol far credere.
Quanto emerge risulta difatti in palese contrasto con la tesi che addebiti totalmente e irreversibilmente all’aumento delle temperature globali (che in ogni caso ha avuto anch’esso un impatto trasversale) quanto avviene in quell’angolo così remoto del nostro Pianeta.
Autore : Luca Angelini