Nuovo DOSSIER ACQUA: urge pianificare il futuro, basta coltivare il MAIS!
Dopo il Sole, è all’acqua che la vita deve la sua esistenza. L’acqua non è una risorsa, come il petrolio, il suolo o il bosco; l’acqua è l’essenza stessa della vita. La vita vegetale e animale, quella umana; ma soprattutto quella della nostra civiltà in tutte le sue manifestazioni, ne ha bisogno in maniera viscerale.

Ci sono solo due tipologie di luoghi dove l’acqua non c’è allo stato liquido, ossia disponibile per la vita: nei deserti e tra i ghiacci polari. In effetti, sia nei primi che nei secondi, ce n’è una notevole quantità, non prontamente disponibile, ma sufficiente per garantire la sopravvivenza di molti esseri viventi, uomo compreso.
Si tratta però di un’acqua “antica”, per meglio dire “fossile”, non proveniente, se non in piccolissima parte, da precipitazioni attuali.
Le più antiche civiltà della storia sono nate intorno all’acqua; dai Sumeri, agli Egizi ai Cinesi. Il fatto straordinario è che in tutte queste zone, non piove quasi mai!
Inoltre le temperature si mantengono su valori molto elevati per gran parte dell’anno, così che qualsiasi quantità d’acqua, lasciata per breve tempo all’aperto, si dissolve più o meno rapidamente.
Eppure si trattava delle civiltà più ricche e potenti, quelle che erano in grado di produrre più di quanto avessero bisogno, al cospetto dei popoli loro contemporanei.
Lo sapevano bene anche i Romani, quanto fosse preziosa e necessaria l’acqua, allo sviluppo e alla ricchezza; tanto che tra le cariche politico-economiche più importanti e influenti dell’antica Roma, c’era quella dell’Aquarium: il gestore dell’acqua pubblica e degli acquedotti.
Nel corso della storia successiva l’acqua ha apparentemente perso importanza, come fonte di ricchezza e potere; è sempre passata quindi in secondo piano. Fino a pochi decenni fa però, la popolazione si è concentrata solo in zone in cui c’era abbondanza d’acqua; di qui il primato dell’Europa e delle regioni temperate.
Nonostante tutto, a causa dei capricci del clima, soprattutto sotto forma di annate siccitose, si sono verificate carestie di portata apocalittica, tali da far scomparire intere popolazioni. Dagli indiani Anasazi della Mesoamerica, ai popoli della Cina centrale, a quelli del Sahel.
In realtà non furono solo i capricci del clima, la causa di tali sciagure; ma anche e soprattutto l’uso scorretto dell’acqua e della terra che la conteneva. Dagli incendi, alla pastorizia, alle coltivazioni eccessivamente idrofile, o peggio ancora idrovore.
Di recente ho partecipato ad alcune campagne di studio geologico e geo-morfologico nel sud della Bolivia e abbiamo potuto constatare, quanto la mano dell’uomo ha pesato, e tutt’ora contribuisce, al processo di desertificazione di tali zone. Grazie anche a documenti forniti dalla locale missione francescana: “San Francisco”, come testimonianze dei movimenti economici, produttivi e demografici dell’intera regione fin dagli inizi del 1600; siamo venuti a conoscenza di un progressivo decremento ed impoverimento della popolazione in virtù del processo in corso di desertificazione.
Abbiamo inoltre riscontrato, in studi di dettaglio ed analisi sul territorio, che fino a pochi secoli prima della venuta dei “conquistatori” europei, quando ancora erano attivamente produttive le popolazioni locali del ceppo Incarico; molte zone erano ricoperte da foreste rigogliose, a testimonianza delle quali ci sono diversi strati di suolo fossile, anche piuttosto spessi, al di sotto dell’attuale sterile crosta stepposa. Anche parte dell’Altopiano Andino era ricoperto di boscaglie e tratti di foresta; tanto è vero che abbiamo riscontrato l’esistenza di numerosi siti abitati in tempi protostorici pre-incaici, in zone oggi inospitali, non per la temperatura, quanto per l’aridità e la mancanza di vegetazione.
La scorretta e miope gestione agricola, pastorale e del suolo in genere, ma soprattutto dell’acqua, ha creato dunque i presupposti per una lenta agonia che, in occasione di una serie di annate siccitose, ha inferto il colpo di grazia a intere popolazioni.
Oggi le necessità idriche si sono moltiplicate ovunque, ma per motivi talvolta differenti.
Nei paesi poveri è l’aumento della popolazione e delle sue esigenze primarie a gravare sui bisogni d’acqua; mentre nei paesi industrializzati (non casualmente distribuiti nella fascia climatica temperata) sono aumentate le tipologie di utilizzo, specie in campo industriale. Ne sa qualcosa la Cina, che ha da poco inaugurato la più grande diga della storia dell’uomo. Ricordiamo che le necessità in questo caso non sono riferibili ai bisogni primari della popolazione, ma prettamente all’industria.
In casa nostra il fabbisogno energetico dell’industria si somma a quello di una popolazione che, sebbene non in crescita come nei paesi poco sviluppati, è diventata più esigente, ma soprattutto più sprecona. A questo proposito non mi riferisco allo sciacquone, alla doccia o alla lavatrice; bensì alla pianificazione della risorsa idrica in senso lato e del suo utilizzo. Raffreddare i circuiti di una centrale a gas richiede l’acqua degli sciacquoni di tutta Roma!
In entrambi i casi l’acqua non va perduta, ma resa temporaneamente inutilizzabile, per non dire nociva; occorre quindi altra energia per renderla di nuovo fruibile: e il serpente si mangia la coda.
È urgente quindi che i legislatori, i pianificatori, i governatori mettano mano al progetto “Acqua”. L’uso dell’acqua deve essere da subito pianificato in tutte le sue manifestazioni, altrimenti dovremo abituarci al suo razionamento, che a volte è programmato, ma sempre più spesso ci piomba addosso all’improvviso (es. i black-out elettrici).
Si dovrebbe cominciare dall’agricoltura, dai suoi metodi scellerati di irrigazione (altro che una lavatrice in più o in meno); ma soprattutto dalle colture. Spesso vengono coltivate piante di scarso interesse economico e sociale, ma che necessitano di enormi quantitativi idrici e sfruttano il suolo in maniera eccessiva.
Mi riferisco in particolare al mais, utilizzato prevalentemente come foraggio, che potrebbe essere benissimo sostituito da altre graminacee. Anche il riso dovrebbe a mio parere essere in gran parte sostituito, viste le ripetute annate siccitose al nord-ovest. Non si può pensare di continuare a coltivare la stessa cosa, nella stessa zona, nello stesso modo e per sempre. Fino agli inizi del ‘600 in Scozia coltivavano la vite, poi ci hanno rinunciato, visto che il raccolto non era più conveniente come nei secoli addietro, o addirittura non ce n’era per niente.
Cosa dire poi delle sorgenti, in gran parte svendute o captate dai privati per trasformarle in “acque minerali” dalle presunte proprietà miracolose. Le stesse acque che fino a una ventina di anni fa uscivano dai rubinetti di casa nostra e che ora stazionano nelle bottiglie di plastica di migliaia di depositi sparsi per tutta l’Italia. E come la mettiamo con gli acquedotti? Qualcuno dice che la rete degli antichi romani era anche più efficiente; magari non così capillare, ma decisamente più controllata. Oggi una notevole parte dell’acqua pubblica si perde attraverso le innumerevoli falle di una fatiscente rete idrica.
La nota dolente resta però l’industria ed in cima a tutto la produzione dell’elettricità. Molta gente forse non sa che le centrali elettriche, soprattutto quelle nucleari, hanno bisogno prima di tutto di una consistente quantità di acqua di raffreddamento. Acqua che solo i grandi fiumi, in particolare quelli perenni, possono supportare. Ecco perché nel centro Europa (Francia in testa) abbiamo numerose centrali nucleari.
Stiano dunque tranquilli gli abitanti dell’estremo sud dell’Italia in tema di centrali nucleari, dal momento che non esistono fiumi né grandi né perenni; tutt’al più possono depositarvi le scorie, come d’altronde hanno già tentato di fare.
Per nostra fortuna abbiamo solo quattro centrali nucleari, ma in compenso molte centrali a combustibili fossili che, sebbene necessitino di meno acqua, ne “sporcano” molta di più, direttamente, ma soprattutto indirettamente, per via dei fumi prodotti.
Ci sono poi le centrali idroelettriche che sono sparse su tutto il territorio, ovunque c’era acqua abbondante e un dislivello sufficiente. Molte di esse furono costruite quando i ghiacciai alpini godevano di una salute migliore; addirittura a cavallo tra gli anni sessanta e settanta hanno tentato addirittura un’avanzata!
Ma parliamo di 40 anni fa e anche più, se si considerano molte altre centrali. Oggi continuano a lavorare a pieno regime nonostante le riserve idriche, specie quelle alpine, siano ridotte al lumicino.
Tra queste spicca il caso del lago d’Idro, tra le province di Brescia e Trento, che già “declassato” a lago artificiale, continua a perdere consistenza e vitalità. Il livello si è talmente abbassato che il suo emissario non riceve acqua ormai da decenni! Con tutte le problematiche connesse. Perché in Italia non si sfrutta l’energia solare? Perché nemmeno quella geotermica, molto più valorizzata nel secolo scorso!? Esse non richiedono acqua e il nostro paese ne potrebbe usufruire in abbondanza.
L’Alto Adige ci sta insegnando qualcosa ma non basta, dobbiamo tutti e subito cambiare mentalità.
Autore : Dott. Giuseppe Tito
