Il nubifragio del Vibonese: perché?
Cerchiamo di capire quali sono state le peculiarità della situazione barica che si è venuta a creare.

Un disastro quello verificatosi a Vibo Valentia e dintorni.
Un vero e proprio nubifragio nel senso tecnico del termine, che però rientra nella possibile casistica dei fenomeni temporaleschi in Italia, specie durante i peggioramenti estivi ed autunnali.
Il grosso problema riguardante fenomeni del genere è la loro prevedibilità, praticamente nulla; si può al più arrivare a prevedere la possibilità di forti temporali, ma spesso e volentieri i nubifragi di questo tipo sfuggono alle maglie dei modelli matematici ed anche all’abilità dei meteorologi.
Può essere quindi utile cercare di mettere dei “paletti” per poter così sperare che le considerazioni qui riportate possano essere utili all’eventuale previsione di nuovi eventi del genere.
Strutture temporalesche di questo tipo infatti non hanno un tempo di ritorno così elevato: basta ad esempio pensare alla tragedia delle Alpi Apuane del 19 giugno ’96, scatenata da una struttura temporalesca simile in tutto e per tutto (per consistenza, sinottica favorevole, posizione relativa rispetto al mare ed orografia della zona) a quella del Vibonese.
Proviamo allora a fare alcune considerazioni utili:
– La struttura temporalesca (un insieme di cumulonembi) era ad asse obliquo. Questo che conseguenze porta? Le correnti umide e calde che risalivano i vari cumulonembi dal suolo verso l’alto non incontravano mai le correnti fredde accompagnate dalla pioggia e dalla grandine che scendevano verso il basso. Di conseguenza il rifornimento di carburante dal basso non veniva mai tagliato, e la struttura poteva rigenerarsi continuamente (assumendo i connotati di un temporale, appunto, autorigenerante).
– Ma l’asse obliquo del temporale era dovuto sia ai deboli venti al suolo sia (soprattutto) al passaggio ravvicinato di una “Jet Streak”, ossia di un ramo della Corrente a Getto che aveva portato all’improvviso quanto rapido rinforzo dei venti d’alta quota nelle zone vicine a quella in oggetto. Si è quindi generata divergenza in quota ed il “risucchio” di aria dal basso si è fatto ancora più potente, sviluppando continuamente cumulonembi che rapidamente dalla costa si spostavano verso le montagne lasciando subito il posto a nuovi cumulonembi in formazione, proprio come una catena di montaggio.
– Perché i cumulonembi continuavano a rigenerarsi? Perché le piogge e le grandinate che andavano a scaricarsi SOPRATTUTTO nelle zone montuose e collinari riversavano tanta aria fredda verso il basso, aria fredda che ruzzolava giù dai pendii per poi arrivare nuovamente in mare dove incontrava l’aria più calda e umida, accentuando i contrasti e generando nuovamente i cumulonembi.
– Perché il temporale si è formato proprio in quel punto e non su altre zone della Calabria? Bisogna tornare alla Jet Streak. I temporali autorigeneranti si formano quasi sempre sul bordo cosiddetto “interno” della Jet Streak, ossia quello rivolto verso il centro della saccatura (a volte si formano sul bordo esterno, ma sono nella stragrande maggioranza dei casi più deboli). Ebbene, la Jet streak durante la mattinata ed il pomeriggio di ieri è passata con forti venti da nord-ovest tra il Reggino, il Messinese, il Catanese ed il Ragusano, incentivando i moti convettivi più violenti proprio sul Vibonese, dove i venti alle basse quote son rimasti più deboli.
– Perché allora ad un certo punto il temporale si è esaurito? Quando i temporali divengono così persistenti in qualche caso assumono anche una leggera rotazione antioraria nel loro nucleo generativo (quello sul mare), insomma tendono a sviluppare una di quelle che vengono chiamate supercelle. Tali configurazioni sono estremamente persistenti SE le condizioni sinottiche (pressione, venti, temperatura, umidità alle varie quote) si mantengono STAZIONARIE, ovvero non cambiano nel tempo. Si possono invece fare due ipotesi del tutto logiche:
a) la Jet Streak nella sua ondulazione è passata per qualche ora un po’ più a nord, facendo aumentare la forza del vento alle alte quote e portando raffiche più forti anche a quote più basse nella zona del Vibonese, fenomeno questo che ha praticamente spento la “quasi-supercella”, dissolvendola e facendo quindi mancare l’alimentazione a tutta la struttura temporalesca.
b) Semplicemente per poche decine di minuti la Jet Streak ha perso parte della sua forza (capita sovente) facendo diminuire la divergenza delle masse d’aria alle alte quote e di conseguenza attenuando i moti convettivi, portando alla morte del temporale.
Autore : Lorenzo Catania
