Vero, gli scempi in montagna non mancano ma non facciamoci del male proprio ora…
Repubblica pubblica un articolo denuncia sull'abbandono degli impianti sciistici sulle nostre Alpi proprio nel momento di massima intensità turistica e durante una stagione eccezionalmente nevosa. Una nota stonata.
Una nota stonata. Più volte MeteoLive si è scagliato contro gli ecomostri, ha denunciato lo scempio perpetrato in molte stazioni sciistiche e balneari con alberghi “alveare” costruiti ed abbandonati in riva al mare o a un passo da scenari naturalistici fantastici, la cui bellezza è stata sicuramente intaccata dall’opera scellerata dell’uomo.
Però, però, la scelta di “Repubblica” di pubblicare questo piccolo dossier proprio durante una delle annate più nevose degli ultimi decenni, sotto Natale, mentre milioni di turisti italiani e stranieri affollano le località di villeggiatura alpine mi sembra tanto autolesionista.
Del resto alberghi e seggiovie sono sorti all’epoca della grande illusione, quella degli anni 70, quando tutti credevano che l’era glaciale stesse per tornare e l’odore di business convinse gli imprenditori locali che l’unico modo per non spopolare i borghi di montagna, l’unica ancora di salvezza, fosse lo sci.
Poi ci sono stati gli inverni “neri”, cioè senza neve, infine dal 2000 la neve spesso è tornata, gli impianti di innevamento artificiale ormai sono una realtà quasi ovunque, specialmente nelle regioni più ricche che hanno potuto investire molti soldi, per non rimanere a secco nelle annate avare di materia prima.
Dal 90 ad oggi però qualcuno in Alto Adige ha compreso finalmente che la montagna non è solo sci ma molto altro e la gente, che ha una voglia matta di natura, ha riscoperto le nostre Alpi sotto altri aspetti.
L’Alto Adige ha contribuito non poco a mutare questa mentalità con attività di ogni tipo che hanno valorizzato il turismo in ogni stagione: scoperta delle tradizioni, mercatini di Natale, miniere, passeggiate, sentieri di meditazione, ciaspolate, percorsi naturalistici per ogni età e certamente anche sci e snow-board.
Runiz invece nel suo pezzo ci riporta nella montagna che è stata, fa un viaggio in un passato che l’Italia deve dimenticare, rimuovere con forza, non riesumare costantemente facendosi del male.
Ci parla di “seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz’anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali”.
Fa riferimento come sempre al riscaldamento climatico, perchè quello era come sempre l’obiettivo, poi c’è la speculazione immobiliare, meno male che almeno viene citata.
Gli impianti chiusi sarebbero 180 nel solo nord Italia. Sono lì da molti anni, eppure quasi si fa credere che siano nati ieri. Ne abbiamo visti tanti anche noi, ma la gran parte di essi sono lì dal 1980. Ne cito giusto tre raccolti in pochi km nella bergamasca: sciovia Vandullo, Oltre il Colle, Alpe Arera, Conca dell’Alben, in alta Valle Serina.
I vincoli comunitari per molti di essi sono arrivati dopo. Vero: bisogna rimuoverli. Perchè Repubblica allora non si fa promotrice di una simile campagna, martellando ogni giorno chi di dovere? Sarebbe un bel gesto di sano ambientalismo e saremmo d’accordo tutti, credo.
Si parla di Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, quale monumento al disastro. La località, è vero, ha inghiottito soldi pubblici ma il rilancio impossibile non è stato certo dovuto alla mancanza di neve, ma allo spopolamento dei borghi di montagna che è un fenomeno molto ma molto piemontese, purtroppo.
Sempre sul Piemonte si batte, dove non è stato fatto nulla per migliorare la qualità delle abitazioni, armonizzandole con la natura circostante. Si cita la Val Susa: piloni nel vento, “scheletri di alberghi nati morti”,
E poi ecco la Lombardia, altra regione che avrebbe molto da imparare dal Trentino Alto Adige, Livigno esclusa. “Facile parlare quando si è regione autonoma o valle extradoganale” mi rispondono. Invece i soldi per costruire funivie inutili certamente sono arrivati anche alle altre comunità montane; mantenerle in vita è indubbiamente una follia, l’importante però è non costruirne altre con quella mentalità.
Repubblica cita Albosaggia, Chiesa Valmalenco, Oga presso con la pista iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani che sta franando.
Si passa a Sella Nevea nelle Alpi Giulie, ed ecco che si torna indietro di quasi 40 anni: “le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messi all’asta in questi giorni”. Non si salva nemmeno Cervinia con otto impianti dismessi.
Runiz ci parla poi dei morti viventi. “Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica”. Un po’ pesante il riferimento a Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobie, ma anche al Trentino: La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino. Però non si citano mai le stazioni che STANNO BENE, che lavorano a pieno ritmo con belle strutture e alberghi ben integrati con il contesto naturale.
La gente è stufa di pagare tasse per innevare piste dove si scia poco e c’è poca gente? Bene, si cambi mentalità, l’ho detto sopra, si prende ad esempio chi sta facendo bene.
Sui nuovi disastri sono invece d’accordo che si debbano levare gli scudi:
NO al collegamento fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio,
NO al “demanio sciabile” da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve.
NO al maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un’area che è patrimonio Unesco.
Sono però casi isolati rispetto ai terribili anni 70.
Il modello di sviluppo va ridisegnato? E allora forza. Con i soldi che arrivano dalla regione riattiamo malghe, sistemiamo sentieri, valorizziamo i prodotti locali è la conclusione che porta Runiz. Come non essere in piena sintonia, evitiamo però di farci ulteriormente del male.
Autore : Report e commento di Alessio Grosso