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Livello dei mari, quello che NON ci dicono

Sull’innalzamento del livello dei mari hanno letteralmente sprecato fiumi di inchiostro, hanno terrorizzato almeno due generazioni, omettendo dettagli e considerazioni talvolta banali e alla portata di molti. Ora le previsioni, per incutere timore, devono proiettarsi oltre il 2100!

In primo piano - 5 Marzo 2019, ore 12.59

 

 

Maldive, simbolo della lotta all’innalzamento del livello dei mari. Panorama della capitale Malé, città di oltre 100 mila abitanti, che occupa interamente l’atollo su cui è stata costruita. L’insediamento esiste da oltre 4 secoli e, come si può notare, le barriere frangiflutto lo proteggono dalle mareggiate. Il peso degli edifici e il collasso delle strutture calcaree su cui è costruito, sono decisamente più preoccupanti dell’innalzamento del livello dei mari.

Fin dai primi report dell’IPCC, e di altri organismi internazionali di studio e vigilanza sui cambiamenti climatici, la previsione di un innalzamento del livello dei mari è stata l’arma più efficace per generare ansia e preoccupazioni nell’opinione pubblica.

Non possiamo in questa sede citare tutti gli “autorevoli” articoli che hanno previsto catastrofiche conseguenze causate dal crescente livello del mare, talvolta dell’ordine dei metri, ma più spesso delle decine di centimetri, ma comunque capace di sommergere milioni di kmq di pianure costiere, fino ad inghiottire intere metropoli: Amsterdam, New Orleans, Londra, Venezia, Shanghai, Miami, Calcutta ecc. ecc. Le previsioni della fine degli anni ’80, inizi degli anni ’90, sono ormai vecchie di oltre 30 anni, ma soprattutto appaiono ridicole di fronte alla realtà evidente, che è quella di un innalzamento medio di una manciata di cm in un secolo!

Eppure basta una navigazione “sotto-costa” nella rete per visualizzare innumerevoli carte di previsione mozzafiato di città, pianure costiere, interi continenti sommersi! C’è una carta mondiale prevista per il 2086 in cui si vede scomparire oltre la metà delle terre emerse…

Le stime più ottimistiche parlano di 40-50 cm entro la fine del secolo, le più pessimistiche vanno oltre il metro e mezzo. In realtà basterebbero davvero poche decine di cm per generare allagamenti devastanti e irreversibili di tante zone abitate del globo. Tutto questo però non sta accadendo e probabilmente non accadrà nei prossimi decenni, semplicemente perché non ci dicono tutto. Di seguito vi riportiamo alcune considerazioni in merito: L’innalzamento del livello dei mari è attualmente dell’ordine di 3 mm all’anno, considerando l’intervallo degli ultimi 20 anni, ma negli ultimi 3 anni l’aumento è pressoché nullo.

Mantenendo comunque una media di 3 mm all’anno, si arriva a meno di 25 cm nel 2100. I mari si “gonfiano” per lo più a causa della dilatazione termica dell’acqua che si riscalda. Questa dilatazione però, non è né lineare, né indefinita, né uniformemente distribuita nello spazio e nel tempo; ma soprattutto, fatto più importante, coinvolge solo gli strati più superficiali. Gran parte della massa d’acqua degli oceani, ovvero oltre il 90%, ha infatti una temperatura inferiore ai 5 gradi °C.

Persino negli oceani tropicali basta scendere sotto i 200m di profondità (la zona fotica in cui penetrano i raggi solari) per trovare temperature medie inferiori ai 10°C. La profondità media degli oceani è superiore ai 4000 metri! Gli scambi di temperatura nella colonna d’acqua avvengono anche verso il basso, specie dove le acque più dense e salate precipitano verso le piane abissali trascinando al loro interno il calore accumulato in superficie. Gli scambi avvengono anche lateralmente, in un effetto domino che si propaga anche al di là delle zone interessate dai movimenti dell’acqua.

La capacità termica dell’acqua è notevole, così come la sua inerzia termica; in altre parole il mix tra capacità di assorbire calore e tempo di restituzione dello stesso, fa degli oceani il più efficiente termostato del pianeta, centinaia di volte più efficace dell’atmosfera, delle calotte glaciali e delle terre emerse messe insieme. Non abbiamo idea di quanto calore gli oceani abbiano accumulato durante l’optimum climatico dell’olocene, un periodo che va dai 9 mila ai 6 mila anni fa circa, periodo nel quale il livello dei mari era mediamente di circa 2 m più alto dell’attuale. Probabilmente non lo hanno ancora restituito del tutto, e ciò li aiuta ad opporsi alla prossima incipiente glaciazione.

Ma altre forze, generalmente di natura tettonica e geomorfologica, interferiscono a piccola e grande scala con il livello del mare e la sua influenza costiera. A piccola scala vari fenomeni di natura tettonico-vulcanica, quali bradisismi, collassi vulcanici, sprofondamenti di interi tratti costieri, ma anche sollevamenti rapidi, generano alterazioni locali del livello del mare. Un caso particolare è quello degli atolli corallini, dove il collasso degli edifici vulcanici sui quali si sono costruite le barriere coralline nei millenni precedenti, procede inesorabile a ritmi paragonabili a quelli dell’innalzamento attuale, ovvero di 1-2mm all’anno.

Molte aree costiere, largamente abitate, industrializzate e urbanizzate, sono soggette inoltre a fenomeni di subsidenza dovuti al prelievo di fluidi dal sottosuolo (acqua, petrolio, gas naturale, ecc.), e al contemporaneo compattamento dei sedimenti a causa dell’aumento di peso dei manufatti antropici. È il caso tipico del litorale dell’alto Adriatico, che ha subito un’incalzante subsidenza a partire dagli anni ’50 e ‘60’ del secolo scorso, con tassi di oltre 2mm all’anno, fin quasi a 5mm annui alla fine degli anni ‘60. Le maree del secolo scorso sono sottostimate di circa 20 cm rispetto a quelle attuali, eppure Venezia è sempre lì, con qualche cm di acqua in più a battere sui gradoni delle case. A grande scala troviamo fenomeni invece molto estesi, a carattere pressoché continentale, i cui effetti si estendono su periodi temporali dell’ordine dei secoli. Tra questi il continuo sollevamento della crosta terrestre nelle aree un tempo occupate dalle calotte glaciali nell’emisfero nord (Scandinavia e Canada centro – orientale).

Questi territori, che coprono complessivamente quasi 15 milioni di kmq, erano ricoperti da immense calotte glaciali, probabilmente più spesse anche di quella Antartica, che li hanno compressi verso il basso, facendoli sprofondare nel mantello terrestre. Dopo la fine dell’ultima glaciazione, tali territori si stanno ancora sollevando a ritmi di 3-5mm annui, e in alcune aree anche superiori (Baia di Hudson e Golfo di Botnia) e vanno ad occupare aree sommerse, spingendo via il mare. Il livello di quest’ultimo tende di conseguenza ad aumentare altrove, cioè su tutto il resto della superficie terrestre. Il ritmo però è in leggera e costante diminuzione, a mano a mano che si avvicina l’equilibrio iniziale.

Per contro molte zone periferiche (Stati Uniti centrali e nord-orientali ed Europa settentrionale che si affaccia sul Mar Baltico e sul Mare del Nord), per un effetto di rimbalzo, sono in lento sprofondamento a compensazione del sollevamento delle aree suddette. Un ultimo, ma non meno importante effetto da non sottovalutare, è la grande penuria d’acqua delle zone interne continentali, definite per questo areiche, ovvero non tributarie dei mari.

Molte aree oggi desertiche e semidesertiche nel cuore dei continenti settentrionali, dell’Africa meridionale e dell’Australia, sono tali per carenza di acqua nelle falde più superficiali. È noto che durante l’optimum climatico dell’Olocene, allorché le temperature globali erano di circa 2-3 gradi superiori a quelle attuali, la maggiore disponibilità di acqua da evaporazione, le differenti condizioni circolatorie globali, permettevano a questi territori di essere raggiunti da precipitazioni periodiche e probabilmente abbondanti, che li rendevano fertili e ricchi di acque, spesso veri e propri laghi interni, talvolta paludosi e/o salmastri, circondati da vegetazione e faune tipiche di ambienti di savana. Un eventuale riscaldamento del clima non farebbe altro che rinnovare questo effetto di maggiore piovosità nelle zone desertiche e conseguente ricarica di questi immensi serbatoi idrici nel cuore dei continenti, attualmente inariditi e con livelli di falda anche centinaia di metri sotto la superficie. Una sorta di lento e continuo travaso, se si vuole, dei ghiacci polari nei deserti infuocati delle zone tropicali.

Altri effetti di portata minore e locale, come la variazione dei tassi di sedimentazione, l’incremento dell’erosione costiera, causati dalla costruzione di dighe, o dal prelievo idrico e/o solido a monte; l’alterazione delle morfologie litoranee, con la costruzione di barriere, pennelli, ecc. generano nel profano l’impressione che il mare avanzi verso la terra, che divori le spiagge e inghiotta gli stabilimenti balneari. Purtroppo tanti giornalismo pseudo-scientifico cavalca gli eventi puntiformi per dare un’idea della linea evolutiva dei processi in corso. È proprio il caso di dire che: una rondine non fa primavera, ma due articoli ben scritti si! 



 


Autore : Giuseppe Tito

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