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ALLUVIONE del novembre 1994 in Piemonte: "quelle carcasse di bestiame che galleggiavano"

Riviviamo nel ricordo commosso di Davide Dedomenici quei giorni tremendi in cui la natura si accanì contro il Piemonte.

In primo piano - 10 Novembre 2015, ore 14.58

Sono passati 21 anni da quel tragico 6 novembre 1994, quando il Tanaro ad Alessandria tracimò disastrosamente, lasciando dietro di sé una lunga scia di vittime e danni. All’epoca avevo 18 anni e ancor oggi ho una serie impressionante di precisi ricordi di quel giorno che ha segnato la mia vita come quelle di tutti gli alessandrini.

Quelli che seguono sono i ricordi e le sensazioni di quel giorno e dei giorni precedenti visti con gli occhi di un amante della meteorologia fin da bambino, che si è trovato, seppur non interessato in primissima persona, a vedere gli elementi della natura, che ha sempre amato, rivoltarsi contro, e generare un qualcosa che ad Alessandria nessuno aveva mai visto: l’alluvione del 6 novembre 1994.

MARTEDÌ 1° NOVEMBRE: già da un paio di giorni, il meteo televisivo aveva messo in guardia sulla possibile realizzazione di una marcata fase di maltempo dovuta ad una profonda depressione sul vicino Atlantico e ad un anticiclone di blocco sull’Europa orientale, la classica situazione che avrebbe portato tanta pioggia al NW dopo le ripetute perturbazioni delle settimane precedenti. Verso l’imbrunire, infatti, il cielo ha cominciato a coprirsi da SW con cirri e nubi alte stratificate, tipiche avanguardie del fronte caldo.

MERCOLEDÌ 2 NOVEMBRE: ci si sveglia con la classica giornata autunnale col cielo invisibile, con nebbia, foschia densa e con una sottilissima ma insistente pioviggine durata tutto il giorno in graduale intensificazione. Verso sera, in effetti non capivo se questa precipitazione che comunque aveva accumulato nel corso della giornata diversi millimetri, fosse causata da una semplice condensazione della nebbia o fosse riconducibile al fronte in lento avvicinamento. Aspettai l’appuntamento con il meteo televisivo per vedere il satellite (allora Internet era quasi inarrivabile) e ricordo che rimasi impressionato nel vedere il sistema frontale allungarsi per migliaia di chilometri dal NW italiano sino sulle coste atlantiche marocchine ed oltre. Per di più il suo movimento era da SW verso NE, e lì mi resi conto che se avesse mantenuto quella direzione, sarebbero passati giorni prima che quel treno di nubi mi transitasse tutto sulla testa. Nel contempo il meteo in Tv ribadiva il rischio di forti fenomeni per i giorni seguenti, in particolare su cuneese e basso Piemonte.

GIOVEDÌ 3 NOVEMBRE: il tempo sembra peggiorare più decisamente: la pioggia, che già il giorno precedente aveva generosamente interessato l’Appennino ligure occidentale e le Alpi marittime, anche ad Alessandria, sin dal mattino, aveva sostituito la pioviggine del giorno prima. Da una pioggia abbastanza debole in mattinata, ci fu una graduale intensificazione dal primo pomeriggio fino ad avere pioggia battente in serata.

VENERDÌ 4 NOVEMBRE: la giornata si apre come si era conclusa, con la pioggia intensa, battente che si era protratta per tutta la notte senza sosta. Arriva dalla televisione la notizia che dopo tre giorni di pioggia ininterrotta sui rilievi sud-occidentali del Piemonte, i fiumi della zona, in particolar modo il Tanaro, avevano iniziato a creare problemi nell’alta valle, si parlava di allagamenti nella zona fra Garessio e Ceva, ma le notizie erano molto frammentarie. Contemporaneamente giungevano notizie di allagamenti nell’alta Val Bormida e le previsioni davano un ulteriore peggioramento per il giorno seguente. Per tutta la giornata la pioggia ha contato a cadere battente, senza soste e senza attenuazioni neppure parziali. In serata i telegiornali parlavano di gravi danni per la pioggia in alta Val Tanaro con un’onda di piena che stava scendendo lungo il corso del fiume e veniva riportata anche la notizia di allagamenti in Val Bormida, ma senza ulteriori notizie. Inoltre mia madre mi raccontava che il mattino, sia andando che tornando in treno dal suo lavoro ad Asti, aveva avuto modo di notare alcuni campi già completamente allagati ai lati della ferrovia che corre parallela al Tanaro ed a poche centinaia di metri da esso. In quelle ore quella sorta di fascino che provavo da buon appassionato meteo, cominciava ad essere in me sostituito da una certa inquietudine dettata dagli avvenimenti che stavano accadendo quella sera. Me ne andai a letto sotto violenti rovesci e sporadici tuoni.

SABATO 5 NOVEMBRE: appena alzato, come d’abitudine fin da bambino, mi avvicino alla finestra e subito mi accorgo che il cielo è inaspettatamente luminoso, più aperto rispetto ai giorni precedenti e in qualche squarcio tra gli altostrati si intravede addirittura l’azzurro del cielo. Per qualche secondo il senso d’ansia che mi opprimeva appena alzato, si era dissolta ma in quella visione attraverso la finestra, quella mattina c’era comunque qualcosa di “insolito” che i miei occhi ancora assonnati non riuscivano a mettere a fuoco. Passò qualche secondo prima di riuscire a rendermi conto che i campi cento metri davanti a casa mia, nella notte erano stati allagati dall’esondazione del Bormida, poco più distante. Subito accesi il televisore per le previsioni meteo e sentii dalla solita voce fuori campo delle parole che mai mi sarei aspettato di sentire: “Su Piemonte, Liguria e Lombardia piogge forti ed estese, localmente a carattere eccezionale su cuneese e alessandrino”. Questa frase, che ancor oggi non ricordo in me precisamente nelle esatte parole, mi inchiodò alla sedia. “Non è possibile, mi è straripato il Bormida vicino a casa e qui mi parlano di piogge eccezionali…”.

Quella mattina, vedendo che comunque timidamente il cielo si apriva, pensai che forse quella previsione fosse un po’ in ritardo, che in realtà il peggioramento a cui si riferiva fosse passato la notte appena trascorsa. Dalla tarda mattinata ricominciò a piovere. Nel frattempo, grazie alla pausa delle precipitazioni del mattino, il livello del Bormida era sceso e l’acqua si era allontanata dai campi vicino a dove abitavo io. Ormai, però, tutti i telegiornali raccontavano delle devastazioni in alta Val Tanaro, si parlava di un numero imprecisato di vittime (saranno poi ventisei in tutto il cuneese), mentre l’onda di piena procedeva verso valle, allagando la parte bassa della città di Alba, devastando, fra le altre, la famosa industria dolciaria “Ferrero”.

Ad Alessandria, il Tanaro, ormai faceva paura, superava i limiti di guardia ed allagava fuori città ampie zone di campagna. Il sabato pomeriggio trascorse sotto un cielo plumbeo, sotto una pioggia continua e fitta e diversi rovesci. Nonostante tutte le notizie che giungevano in città, lo stato d’animo che dominava le persone erano però quello di una relativa tranquillità, il Tanaro in Alessandria scorre fra argini molto alti e in un letto parecchio ampio, anche se, per lunghi tratti, occupato da una folta vegetazione. Questa sensazione di sicurezza, era sicuramente amplificata dalla mancanza di una memoria storica di eventi di quella portata: insomma, di piene del Tanaro ne erano passate tante e non era mai successo niente di particolarmente grave.
In questo contesto, si inserisce anche la grave mancanza da parte delle amministrazioni locali, che tanto peso avrebbe avuto il giorno successivo: quel sabato pomeriggio in municipio e prefettura arrivarono vari fax d’allerta prima, e d’allarme poi, su quel che stava per accadere; purtroppo, essendo appunto un sabato pomeriggio, gli uffici erano chiusi e i fax vennero letti (incredibile a dirsi, ma purtroppo vero) soltanto il lunedì successivo.

DOMENICA 6 NOVEMBRE: la mattina si apre sotto una pioggia ancora battente, il fronte freddo si stava approssimando alle Alpi occidentali, causando un’ultima accentuazione della pioggia. Le precipitazioni del giorno precedente e della nottata, avevano causato la nuova esondazione del Bormida, senza però, che l’acqua arrivasse ad interessare zone abitate, se si eccettuano alcuni cascinali isolati. Ma dalla parte opposta era il Tanaro a fare paura: alle 6 del mattino il fiume aveva già allagato Asti, 30 chilometri a monte alluvionando oltre la stazione ferroviaria, Piazza Alfieri e Piazza del Palio, tutta la parte bassa della città, causando alcune vittime. Durante la notte, anche altri corsi d’acqua minori, erano rovinosamente esondati, tra cui il Belbo, che aveva travolto i centri di Canelli e Nizza Monferrato. Soltanto quella mattina, forse, Alessandria cominciava a realizzare quel che stava per accadere. Ricordo il volto di mio padre quando, uscito da Messa, mi venne incontro visibilmente turbato, dicendomi preoccupato che mai in vita sua aveva visto, come pochi minuti prima, l’acqua del Tanaro lambire il punto più alto delle arcate del ponte Cittadella. Guardando i volti delle persone che incrociavo, si leggeva il timore e l’angoscia che lentamente si impadronivano delle loro anime.

La statale davanti a casa mia, era ormai rimasta l’unica arteria di grande comunicazione, visto che i ponti e la viabilità al di là del Tanaro era impraticabile; cominciò ad essere percorsa da un numero sempre maggiore di mezzi di soccorso a sirene spiegate. Prima di mezzogiorno, l’acqua cominciò gradatamente ad interessare i quartieri rivieraschi, come la zona piscine e,soprattutto, il quartiere Orti, con 20-30 centimetri di acqua torbida e melma che aveva invaso vie, piazze e piani terra delle abitazioni. Ora il cielo, oltre che dalla pioggia, veniva solcato sempre più frequentemente da elicotteri che portavano in salvo le molte persone che nelle campagne ad ovest di Alessandria erano state costrette a rifugiarsi sui tetti. Purtroppo il peggio doveva ancora venire; il Tanaro stava per impazzire. Le strette arcate del ponte ferrovia, immediatamente a monte della città, erano ormai completamente ostruite da detriti di ogni genere, trasportati dalla corrente molto violenta. L’acqua non riusciva più a defluire regolarmente a valle. A monte di esso e della ferrovia per Asti, si venne così a creare un vero e proprio lago ampio vari chilometri in costante crescita. Intorno alle 15 la massicciata della ferrovia che, sino a quel momento aveva funzionato da argine, non resse più alla pressione crescente, e collassò contemporaneamente in vari punti in località Astuti, sommergendola. In seguito a questa falla, si creò una vera e propria onda dell’altezza di 3-4 metri, che dopo aver letteralmente travolto la frazione di San Michele, si abbatteva con tutta la sua forza sul quartiere Orti, il più basso di Alessandria, arrivando in alcuni punti ad interessare gli edifici fin quasi al secondo piano, e poi allargandosi sino a raggiungere l’intero centro storico di Alessandria. Abitando all’estrema periferia orientale della città, dalla parte opposta del Tanaro, il mio fu uno dei pochi quartieri non allagati e, forse per questo, pur consci della gravità della situazione, non riuscivamo a cogliere nella giusta dimensione quel che stava accadendo.

Abitavo in una delle poche vie in cui c’era ancora la corrente elettrica, seppur con molte interruzioni (il telefono mi pare fosse saltato ovunque),e questo ci permetteva di avere qualche frammentaria notizia da una radio locale che ancora riusciva a trasmettere. Quando tutt’ad un tratto anch’essa saltò, dopo uno scambio di sguardi fra il terrorizzato e l’incredulo, io e mio padre decidemmo di cercare di andare a renderci conto su quel che succedeva. Dalla tangenziale, i cui campi adiacenti erano allagati dal Bormida, si vedeva il cielo sopra la città solcato da diversi elicotteri che facevano la spola con le zone allagate. In quelle ore la pioggia si stava finalmente attenuando, anche se ormai era tardi. Avvicinandoci alla frazione di Casalbagliano, ad un certo punto, ci trovammo con la strada bloccata dalle acque del Tanaro arrivate sin lì, e pochi metri avanti un anziano signore si aggirava stranito con una barca attraverso le case. Ma la situazione peggiore era proprio in città. In prossimità della stazione, l’acqua saliva lentamente ma costantemente, mentre in diverse zone del centro storico e di Borgo Rovereto, il nucleo storico della città, l’acqua affluiva come da un torrente in piena, trascinando con se fiumi maleodoranti di gasolio fuoriuscito dalle cisterne piene in vista dell’inverno. Dalle altre zone alluvionate non si sapeva niente, arrivavano voci incontrollate del crollo di ponti e palazzi, fortunatamente poi smentite, ma alimentate dal fatto che, di tutta la zona rivierasca, non era possibile aver alcun tipo di notizia.

L’acqua era ormai arrivata a centinaia di metri dal letto naturale del Tanaro, in qualche punto si era spinta sin oltre il chilometro, e addirittura il quartiere Orti si era venuto a trovare al centro del fiume dove la corrente era più impetuosa, dove nemmeno i mezzi dei vigili del fuoco riuscivano ad arrivare. Nel frattempo aveva smesso di piovere. Visto l’approssimarsi dell’oscurità, decidemmo di tornare a casa. Ricordo le lacrime di mia sorella, fissata davanti alle immagini di una televisione locale che riusciva a trasmettere le immagini drammatiche registrate lungo tutto quel pomeriggio e riprese da un elicottero. Facevano vedere campagne allagate sino a perdita d’occhio, con centinaia di persone rifugiate sui tetti delle case di due piani allagate da metri d’acqua, molte carcasse di bestiame sorpreso dalla piena nelle stalle, galleggiavano fra le vie dei paesi. Ricordo i drammatici appelli del sindaco ai proprietari di gommoni di metterli a disposizione, ricordo le colonne di mezzi di soccorso che sfilavano davanti a casa mia, ricordo il nauseabondo odore di gasolio che impestava l’aria di tutta la città. Alessandria, una città di 93.000 abitanti, era allagata per due terzi della sua estensione: furono allagati ed evacuati tre ospedali, allagato da due metri d’acqua lo storico stadio Moccagatta, allagato l’intero centro storico con l’antica chiesa di Santa Maria di Castello, irrimediabilmente lesionato il ponte Cittadella, il simbolo di Alessandria, una decina e più di istituti scolastici impraticabili per settimane, ma, soprattutto, quattordici persone travolte ed uccise dalla piena e migliaia di miei concittadini trovarsi da un momento all’altro senza casa, senza la propria attività, senza la propria auto. Persone queste contraddistintesi nelle settimane e i mesi successivi per l’orgoglio con cui reagirono al disastro e per la forza di aver ricostruito quel che gli elementi della natura aveva distrutto.
 


Autore : Alessio Grosso

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