00:00 24 Febbraio 2007

Il “Mondo Perduto” dell’ultima Glaciazione; un viaggio nel passato, per capire il futuro

Una finestra sul recente passato, per riflettere sul nostro presente e capire il prossimo futuro. Recenti scoperte, nel sud della Bolivia, raccontano di un mondo perduto alla fine dell’ultima glaciazione, degno del famoso romanzo di A. Conan Doyle.

Il “Mondo Perduto” dell’ultima Glaciazione; un viaggio nel passato, per capire il futuro

Ho avuto la fortuna di partecipare, negli anni scorsi, a diverse campagne di ricerca geo-paleontolgiche in Sudamerica. Mi ha molto colpito lo stridente contrasto tra ciò che si può osservare oggi e ciò che invece doveva essere questo mondo, appena 20 mila anni fa, ovvero all’apice dell’ultima era glaciale. In una delle nostre più recenti pubblicazioni, sulla rivista Naturwissenschaften, grazie ad uno studio multidisciplinare, viene ricostruito nei minimi dettagli lo straordinario scenario, dell’ultimo periodo glaciale, in una vasta regione del sud della Bolivia.

La regione prende il nome dalla città capoluogo: Tarija. Una città di poco più di centomila anime, raggiungibile ancora oggi solo con mezzi aerei (in alternativa 2-3 giorni di fuoristrada dalla città più vicina, a seconda della stagione). La città è situata in una enorme depressione, grande più o meno come il Molise, al limite orientale della Cordigliera delle Ande; cinturata da imponenti catene montuose che sfiorano i 5000 metri. L’altezza del fondovalle è, in media, a circa 1700 metri.

Ci troviamo a meno di 20° di latitudine, circa 500 km a nord del Tropico del Capricorno e 2000 km a sud dell’Equatore. Il paesaggio è brullo e arido, caratterizzato da vaste aree semi-desertiche, punteggiate di arbusti spinosi e cactus di vario tipo e dimensioni. L’acqua è garantita da un paio di fiumi che discendono dalla regione dell’Altiplano (una sorta di Tibet Sudamericano, che dal Perù arriva fino al Cile centrale, per un’estensione pari a 4 volte l’Italia) e da un lago artificiale, creato pochi anni fa, con lo sbarramento di uno di essi. Le precipitazioni sono a regime tropicale e la stagione delle piogge, quando va bene, dura circa 2 mesi, tra dicembre e febbraio. I quantitativi sono ovviamente tipici di un semi-deserto.

Strade bianche e polverose, si diramano in ogni dove, raggiungendo villaggi ai limiti di magri pascoli stepposi (vedi foto). In realtà questa regione nasconde un patrimonio geo-paleontologico unico al mondo, per ricchezza e varietà, noto già da un paio di secoli. In particolare è abbondante la fauna fossile relativa all’ultimo periodo glaciale (fine del Pleistocene) e a quello subito successivo, ossia l’inizio dell’Olocene; in date si va dai circa 45.000, ai 6-7000 anni fa.

Esclusi i cavalli e le vacche, importate dai conquistadores spagnoli, gli animali più grandi che si possono incontrare da queste parti, grazie ai quali i popoli nativi e anche gli Incas sono sopravvissuti per millenni, sono alcuni noti camelidi (Lama ed Alpaca), una specie di grosso maiale (il pecari) e altri strani e divertenti animali quali formichieri e armadilli. Più giù nelle foreste, ai confini col Brasile, si incontrano bradipi, capibara, giaguari e caimani. La fauna odierna del Sudamerica è in pratica tutta qui.

Le decine di migliaia di resti fossili invece, testimoniano di un mondo perduto, degno di un famoso romanzo di Arthur Conan Doyle. Nel caso specifico del Valle de Tarija si tratta, per uno strano scherzo della sorte, proprio come nel romanzo, di una valle poco nota e quasi irraggiungibile. In realtà questa fauna fossile si ritrova in varie altre zone del Sud e del Nordamerica, con forme anche diverse e altrettanto spettacolari. Ciò che colpisce, qui nel Valle de Tarija, è la stupefacente concentrazione di grandi mammiferi, in un’area così ristretta.

Dai nostri studi, basati su analisi sedimentologiche, stratigrafiche, geomorfologiche, geocronologiche, geochimiche e paleontologiche, emerge che il clima di questa valle tra i 45.000 e i 20.000 anni fa doveva essere molto più umido e solo leggermente più fresco di oggi. I fianchi delle montagne erano ricoperti da una rigogliosa vegetazione e nelle valli più strette si insinuavano imponenti lingue glaciali, originate dalla mini-calotta glaciale che ricopriva l’Altopiano. Tumultuosi torrenti e imponenti cascate davano origine a grandi fiumi, intervallati da paludi ed acquitrini, che serpeggiavano sul fondo della valle, prima di insinuarsi in strettissime gole, ancora oggi visibili, e fornire il loro tributo all’odierno Rio de La Plata. Il fondovalle era anch’esso ricoperto da una rigogliosa foresta, spesso aperta; in molte zone sostituita da un’umida savana; molto simile a quelle che oggi si trovano nell’Africa orientale o in India.

Gruppi di animali popolavano gli spazi aperti, le rive dei corsi d’acqua e i loro alvei meno profondi. Mandrie di due specie di cavalli, di lama giganti, di cervi e di mammiferi chiamati Macrauchenie, simili a cammelli con tre dita e proboscide, pascolavano qua e là sfuggendo ai vari branchi di piccoli canidi, simili a sciacalli. Enormi mastodonti, una specie di primitivi elefanti; scelidoteri e milodonti, bradipi giganti grossi come rinoceronti, ma lenti come tartarughe, si aggiravano tra gli arbusti, alla ricerca di ombra, germogli e termitai.

Varie specie di Gliptodonti, mammiferi imparentati con gli armadilli, ma molto più simili alle testuggini, grandi come utilitarie, pascolavano nella savana, evitando i pendii e facendosi beffa dei loro temuti predatori: le tigri dai denti a sciabola. Roditori giganti, pecari e armadilli di grandi dimensioni, chiamati pampateri, si intrufolavano tra i cespugli per sfuggire agli agguati di puma e giaguari. Su tutti spiccavano i megateri e i lestodon, mammiferi giganteschi (lunghi oltre 6-7metri) imparentati con i bradipi; lenti ma micidiali, grazie ai loro enormi unghioni. Tra le tante falangi ungueali, ne ho misurata una di circa 35cm; con l’astuccio corneo doveva superare abbondantemente i 60cm!

L’uomo non era ancora giunto in questo paradiso perduto, ma lo farà di lì a poco; nel frattempo, grazie a ponti di terraferma, causati dall’imponente abbassamento del livello marino nel pieno dell’era glaciale, ha appena attraversato lo stretto di Bering, in direzione delle Americhe. Alcuni gruppi si stanno spingendo giù, attraverso il Messico, fino all’Istmo di Panama; ma al loro arrivo troveranno ben poco di ciò che ho appena descritto.

Nel mentre che sparuti gruppi di discendenti mongolici si fanno strada, tra imponenti catene montuose, sconfinate e selvagge pianure, attardandosi lungo giganteschi fiumi, del Centro e del Sud America, si sta consumando uno dei più impressionanti e sconvolgenti cambiamenti del clima recente. Dalle nostre analisi è emerso che l’ultima fase della glaciazione, così come evidenziato anche da altri studiosi, è stata molto più intensa e cruenta in termini di freddo che non durante tutto il periodo glaciale (ossia tra 90.000 e 12.000 anni fa).

Nell’intervallo di pochi secoli il clima si è rapidamente deteriorato, diventando molto più secco e decisamente più freddo. I ghiacciai dell’Altiplano, sovra-alimentati nei decenni precedenti, hanno cominciato ad allungarsi e a prendere contatto verso il fondovalle, divenuto ormai più freddo, arido e stepposo. Gigantesche morene, da noi ritrovate in varie zone del Valle, testimoniano come nel giro di pochi secoli, i fertili suoli di lussureggianti foreste, siano stati letteralmente spazzati e piallati dalla pressione dei ghiacci e del loro carico sedimentario.

Il 95% della fauna sopra descritta, come evidenziato dai ritrovamenti e dalle incredibili concentrazioni fossili, in gran parte fisicamente incapace di abbandonare quel lussureggiante paradiso, ormai trasformato in una trappola mortale, si è irrimediabilmente estinta. Lo stesso pare sia accaduto contemporaneamente in gran parte del globo ed anche l’uomo, sebbene già sapiens sapiens, abbia rischiato di estinguersi in massa, se non fosse stato per la sua proverbiale onnivoria e capacità di adattamento.

In alcune aree, cosiddette “rifugio”, molti rappresentanti di questa fauna riuscirono a sopravvivere, tra stenti, malattie e restrizioni. Il clima tornò a mutare, questa volta verso il caldo, così che alcuni di essi ritornarono a popolare il Valle de Tarija, ormai libero dai ghiacci e rinverdito per l’aumento di umidità e calore. Purtroppo non conosciamo il dettaglio che va dai 20.000 ai 9.000 anni fa; periodo in cui si concentrarono altri rapidi cambiamenti climatici, alcuni dell’ordine di pochi decenni. Niente di simile a quanto avvenne nel periodo descritto, ma tale da causare l’estinzione definitiva di pressoché tutta la fauna descritta. In questo periodo però giunge anche l’uomo, avido e affamato, sconosciuto ad una fauna, quella delle Americhe, vissuta in isolamento per milioni di anni. Non ci volle molto ai nuovi “predatori”: gli ultimi rappresentanti della cosiddetta megafauna li abbiamo datati a circa 6.500 anni. Ma questa è un’altra storia…
Autore : Giuseppe Tito