L’Etna fa paura? Il Vesuvio molto di più!
Un approfondimento per capire come e perchè si verifichino queste eruzioni.
Preambolo
L’ultima eruzione dell’Etna minaccia l’abitato di Nicolosi. La lava, secondo il direttore della Protezione civile Barberi, potrebbe infatti aggirare i Monti Rossi per raggiungere gli abitati di Mompilieri e la zona nord di Nicolosi. Particolarmente forte la degassazione dalla bocca a 2100 m con lancio di detriti e bombe vulcaniche.
Approfondimento
Vediamo di capirci qualcosa di più analizzando la storia e le caratteristiche di questo vulcano.
L’Italia, in epoche geologiche molto antiche, è stata già teatro di numerosi cicli di eruzioni vulcaniche disseminate su tutto il territorio. Anche oggi la nostra Penisola è interessata da continui fenomeni geodinamici, cioè terremoti ed eventi vulcanici di diversa entità.
Il vulcanismo dell’Etna è legato sostanzialmente ad un fenomeno di assottigliamento della crosta terrestre che, fratturandosi, dà la possibilità al magma di risalire in superficie. Nasce così l’eruzione effusiva: il magma misto a gas risale fino alla superficie e quest’ultimo prorompe con violenza trascinando all’esterno e lanciando in aria brandelli di lava.
Questi frammenti ricadono al suolo ancora incandescenti attorno ad un punto chiamato “bocca vulcanica” e dopo queste prime esplosioni la lava arriva a traboccare con tale veemenza da formare, a volte, fontane con zampilli alti anche centinaia di metri.
Essa poi trabocca e scorre tranquillamente in colate o si espande tutto attorno, a seconda della morfologia del terreno prossimo al punto di eruzione. Tali effusioni possono durare mesi o addirittura anni, finchè all’interno del condotto il magma, ormai degassato e tornato più denso, non rifluisce in profondità.
Le effusioni vulcaniche possono avvenire lungo i fianchi (eruzioni laterali) quando il vulcano si è accresciuto fino a diventare un alto cono. In tal caso la lava fuoriesce da fratture che partono dal condotto principale, lungo il quale il magma sta risalendo trascinato dai gas.
Sull’Etna tale fenomeno è frequente: nell’eruzione del 1971, l’attività effusiva iniziata a quota 3000, presso la sommità, nel giro di 69 giorni si spostò gradualmente lungo il fianco orientale del rilievo fino a quota 1800, alimentando in successione una serie di bocche, allineate lungo una grossa frattura.
Grazie a vari interventi effettuati per deviare il flusso della lava si è spesso scongiurato il peggio, come la distruzione di paesi e città e la perdita soprattutto di vite umane.
L’Etna non è però pericoloso come potrebbe esserlo il Vesuvio che, dal 1944, data dell’ultima eruzione, dorme un sonno apparente.
Il Vesuvio, infatti, fa parte della schiera dei vulcani cosiddetti esplosivi: il suo stato di quiete viene controllato minuziosamente, data l’alta pericolosità dei suoi eventi e dato che le sue pendici, considerate ad alto rischio in caso di eruzione, fra abusivismo e incoscienza, sono fittamente popolate. Nelle nove stazioni sismiche dislocate sul monte vengono costantemente controllati i movimenti tellurici, mentre clinometri e geodimeri verificano rispettivamente le eventuali variazioni di pendenza dei versanti e della distanza tra due punti fissi; le stazioni analizzano anche i gas vulcanici: le variazioni nelle concentrazioni di elementi come zolfo e carbonio indicano la presenza di una massa magmatica in risalita. In caso di un’esplosione improvvisa, si avrebbe meno di un’ora per evacuare un milione di persone a rischio diretto. Ogni commento è superfluo.
Autore : Dott. Geol. Sofia Fabbri