I biocarburanti saranno veramente l’energia del futuro?
C'è scetticismo nel mondo scientifico sulla possibilità di sostituire il petrolio con i biocarburanti senza provocare un serio impatto sulle riserve di cibo e di acqua del Pianeta.

Per alcuni queste nuove fonti energetiche potrebbero essere la soluzione all’esaurimento annunciato delle risorse fossili, all’inquinamento atmosferico, all’elevato prezzo della benzina, persino alla difficile situazione in Medioriente. C’è chi invece è convinto che il gioco non valga la candela.
Allora, qual è la verità sui biocarburanti, cioè i combustibili derivati dalle coltivazioni agricole? Rappresentano veramente la promessa alternativa sostenibile alla domanda di energia del Pianeta?
Stando alle proiezioni delle grandi multinazionali, la risposta sembrerebbe affermativa. Dalle ultime notizie, sull’esempio del boom brasiliano di bioetanolo, sembra che gli USA abbiano stabilito di ottenere entro il 2016 più della metà del carburante necessario alla popolazione direttamente dai prodotti agricoli. L’Europa punta nella stessa direzione, incoraggiando i paesi ad abbattere la percentuale di petrolio usato nei trasporti ed anche l’Italia comincia ad abbracciare risorse energetiche più rispettose dell’ambiente.
Ma le perplessità nel mondo scientifico sull’effettiva convenienza di produrre etanolo e biodiesel aumentano rispetto all’ottimismo di qualche anno fa, quando il gasolio derivato dalla soia era presentato come la benzina ecologica del futuro e il confronto con gli idrocarburi risultava nettamente vincente per i biocarburanti. Coltivare, concimare, mietere, trasportare e convertire la soia in biodiesel risulta piuttosto conveniente, con un vantaggio netto rispetto ai costi di estrazione e raffinazione del petrolio.
Tuttavia oggi si respira uno scetticismo maggiore, considerando che nessuno dei due biocarburanti è in grado di rimpiazzare il petrolio senza provocare un serio impatto sulle riserve di cibo e di acqua del Pianeta. In altre parole, dicono i ricercatori della University of California, il prezzo da pagare, come l’erosione del suolo e la scarsità di nutrienti, potrebbe essere troppo alto. A questo si aggiunga che, se anche tutto il mais prodotto in un anno negli USA fosse destinato alle bioraffinerie e sottratto alla filiera alimentare, l’etanolo risultante basterebbe a soddisfare appena il 12 per cento della domanda di benzina del paese. A questo punto le grandi superpotenze si vedrebbero “costrette” ad attingere risorse agricole dai paesi “più poveri”, sottraendo loro cibo e le poche riserve idriche presenti nel sottosuolo, scatenando inevitabili nuove tensioni internazionali.
Al momento, l’opzione “verde” più competitiva è probabilmente la cellulosa, la fibra legnosa da cui è possibile estrarre etanolo per fermentazione batterica. Secondo il Department of Energy statunitense, nel 2030 la cellulosa potrà fornire il 30 per cento del carburante utilizzato nei trasporti; ma si rischia inevitabilmente di finire al “disboscamento totale” con gravi ripercussioni sulla vita e sul clima dell’intero Pianeta.
C’è quindi ancora molto da fare per affinare le tecniche di produzione industriale, ottimizzare il bilancio energetico. Insomma sostituire il petrolio, non sembra attualmente un’impresa facile anche se prima o poi sarà assolutamente necessario correre ai ripari.
Autore : Luca Savorani
