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Inverno 2004-05: Alpi ko, Appennino terzo anno d'oro consecutivo

Dopo le due precedenti stagioni fredde, particolarmente generose di neve e longeve nel tempo per l'Appennino, ci avviamo verso la fase matura di questa nuova edizione invernale, che sembra non far rimpiangere nulla delle sue precedenti. Per le Alpi, invece, la situazione è molto delicata...

In primo piano - 9 Febbraio 2005, ore 12.27

Dopo le due precedenti stagioni fredde, particolarmente generose di neve e longeve nel tempo, ci avviamo verso la fase matura di questa nuova edizione invernale, che sembra non far rimpiangere nulla delle sue precedenti. Per le Alpi, invece, la situazione è molto delicata... E' proprio il caso di dirlo: l'inverno italico difficilmente accontenta tutti. L'orografia, la collocazione mediterranea, la disposizione meridiana e molteplici altri fattori climatico-geografici determinano sul nostro Stivale condizioni di tempo spesso diametralmente opposte da settore a settore, condizionando di fatto un'intera stagione. Se infatti mettiamo nel gran calderone delle variabili la pigrizia che la circolazione atmosferica ostenta nell'organizzare un cambio, ovvero nel prendere una strada diversa da quella già intrapresa, allora ci rendiamo conto di come una stagione da record positivo per una certa zona d'Italia possa rivelarsi opposto su altre aree geografiche. Parlando di neve e, in particolare, di innevamento, si deve asserire che sono rare quelle configurazioni bariche che dispensano precipitazioni importanti per tutti, quandanche in montagna. Ci sarà sempre qualcuno che rimarrà fuori dai giochi, se non altro parzialmente. E così succede che, alla stregua delle annate precedenti, l'Appennino riceva il suo giusto carico di neve, di fatto superiore alla media, mentre le Alpi siano destinate a vivere l'ennesima stagione sul labile confine tra la sopravvivenza e la disperazione, per una neve diventata ormai merce sempre più rara. (eccetto la stagione 2003-3004 e quella 2000-2001) Fino allo scorso Natale sembrava che i ruoli fossero invertiti: sull'arco alpino l'innevamento si mostrava più che soddisfacente e le basi per una buona stagione sciistica sembravano solide. Viceversa, sulla catena appenninica, l'alternanza di stabilità atmosferica e di correnti miti meridionali aveva privato gran parte delle località di sports invernali della possibilità di ricevere neve per le festività natalizie. Poi è arrivata una svolta importante: il baricentro del tempo perturbato si è spostato sul Centro-Sud, lasciando gradualmente posto, sul settore settentrionale, alle periodiche pulsazioni anticicloniche. Che di fatto hanno consentito alla neve di cadere abbondante sui versanti alpini esteri, nel momento in cui le ritirate verso ovest dell'alta pressione coincidevano con discese improvvise di aria fredda di estrazione polare marittima, ancorate al vortice polare. Logica conseguenza: nell'ultimo mese e mezzo le Alpi "nostrane" hanno visto cadere non più di 5-10 cm di neve, mentre oltre i crinali di confine si sono contati a metri gli spessori di località poste alla medesima altitudine. Una situazione che sembra reiterarsi anche per il prossimo futuro, stando a quello che ci propinano i modelli matematici, e che difficilmente potrà essere gestita, sui versanti esposti a sud, nella fase più "calda" del turismo invernale. Servono nuovi apporti, nuove precipitazioni, specialmente sul settore alpino occidentale, pena una crisi che potrebbe aprirsi già dalla prossima settimana. Le basse temperature degli ultimi venti giorni hanno consentito la conservazione e la programmazione del manto nevoso, ma il sole sale ogni giorno di più sulla linea dell'orizzonte; le temperature sono quindi destinate a salire, se non altro nei valori diurni, e tutto questo renderà più difficoltosa la conservazione del manto nevoso. Viceversa, l'Appennino conferma per il terzo anno consecutivo lo scettro di montagna più innevata, merito di una reiterata corrente orientale che ha dispensato accumuli importanti dal settore emiliano-romagnolo a quello siculo, Sardegna compresa. I record, bene o male, li conosciamo tutti, con i tre metri di neve abbondanti accumulatisi anche sotto i 2000 metri dai Sibillini al Matese, passando ovviamente per Maiella e Gran Sasso. In particolare, è stato il settore centro-meridionale a ricevere il maggior quantitativo di precipitazioni: dal Carpegna alla Val di Sangro un inverno in questo stile non si ricordava da anni, migliore (nel parziale di metà febbraio) addirittura dei due precedenti, comunque importanti. Anche al Sud le cose stanno andando sorprendentemente bene, come confermano i due metri caduti a 1600 metri su Sannio, Cilento, Sirino, Pollino e Sila, con il sorprendente Appennino Siculo che non vedeva un inverno così longevo da tempo immemore. Lo scorso anno era stato viceversa il settore settentrionale a dominare la scena, complici soprattutto continue ciclogenesi mediterranee sommate ad una primavera fredda e ad un colpo di coda invernale intorno a metà maggio; mentre l'anno prima (2002-03) era stato l'Appennino centrale a beneficiare dell'anomalia barica scandinava: un anticiclone capace di convogliare per quasi due mesi continui impulsi freddi dall'Europa orientale verso il settore adriatico. Nel prossimo mese vedremo se l'andamento di questa stagione invernale verrà stravolto, oppure se verranno confermati i dati emersi in questo primo parziale. Per le Alpi ci si augura ovviamente una netta inversione di marcia, per l'Appennino invece il bilancio è già in positivo...

Autore : Emanuele Latini

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