Il mercato dei crediti, ecco come l’ONU sperpera i fondi destinati alla ricerca
Il meccanismo, impostato dal protocollo di Kyoto, non solo non garantisce il rispetto del limite nelle emissioni di CO2 in atmosfera da parte del settore industriale ma favorisce speculazioni e abusi

Che il clima stia sempre più diventando una macchina da soldi l’abbiamo più volte ribadito. Spesso però il subdolo substrato che collega mondo industriale, politico e alcuni scienziati compiancenti non salta all’occhio con logica immediata.
Ma si sa, ogni qualvolta ci sia odore di soldi tutto va a farsi friggere, il clima, la salute e quant’altro. I buoni propositi impostati durante la stesura del protocollo di Kyoto, seppur rimasti finora sulla carta come una irraggiungibile chimera (e tra l’altro non vi è nemmeno mai stata dimostrazione che sarebbero stati efficaci), stanno sconfinando nel freddo meccanismo delle manovre speculative.
Naturalmente non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio, tuttavia proprio dall’ONU giungono con ritmo martellante solleciti a raddrizzare il tiro sulle emissioni ma la mancanza di controlli sull’effettivo rispetto dei provvedimenti adottati manda tutto in alto mare allungando i tempi laddove invece, come loro stessi sottolineano, occorrerebbe agire senza indugio.
Un articolo uscito sul quotidiano britannico “The Guardian” mette in discussione una ricerca condotta negli Stati Uniti e smentisce fermamente che i finanziamenti erogati a favore del clima rispecchino un proporzionale calo delle emissioni.
Il mercato dei crediti al momento vanta un giro d’affari di 20 miliardi di dollari ed è in veloce e continuo incremento. Una ricerca compiuta dalla Stanford University mette in luce un fatto piuttosto grave affermando che almeno un terzo dei progetti che si servono del mercato dei crediti non va a buon fine, ossia non rispetta la riduzione delle emissioni necessaria per ricevere i finanziamenti stessi.
In sostanza il meccanismo prevede che un azienda, portando avanti un progetto che agevoli la riduzione delle proprie emissioni, acquista dei crediti finanziari i quali poi possono confluire verso un’altra azienda la quale può mantenere proporzionalmente alto il proprio livello di emissioni fintantochè non sia in grado di mettersi in regola.
Ma fatta la legge, trovato l’inganno, eccolo: parte il progetto da parte della azienda pilota che vanta i crediti, tuttavia non esiste alcuna effettiva verifica della contemporanea riduzione delle emissioni da parte della medesima. In tal modo il passaggio dei finanziamenti sotto forma di credito di emissioni alla seconda azienda autorizza di fatto quest’ultima a sforare le quote inquinando a piacere con buona pace per il clima ma soprattutto per la salute di noi tutti.
Autore : Luca Angelini
