Gli scettici dello sviluppo sostenibile
Cosa si nasconde dietro queste parole?

Ogni punto geografico del pianeta sembra debba ormai sottoporsi al test della sostenibilità.
Oggi tutti parlano di industria sostenibile, agricoltura sostenibile, turismo sostenibile. Il concetto di sviluppo sostenibile parte dagli anni 70 quando il movimento ambientalista si unisce al movimento per il controllo delle nascite.
Il club di Roma, un salotto di pensatori che riuniva anche premi Nobel, pubblicò nel 72 un rapporto sui limiti dello sviluppo in cui venivano individuati 4 pericoli mortali per l’umanità: l’esplosione demografica, la mancanza di cibo, la scarsità di risorse e la crisi energetica.
Da lì al lancio della “Carta della Terra” nel 1987 il passo è breve. Si definisce il concetto di: sviluppo sostenibile quale sviluppo che incontri i bisogni del presente senza compromettere la possibilità per le future generazioni di incontrare i loro bisogni.
La crescita della popolazione viene indicata quale responsabile del sottosviluppo e del degrado ambientale.
Da questo momento le battaglie per legalizzare aborto ed eutanasia entrano a pieno titolo nelle politiche di sviluppo sostenibile.
L’impostazione data alla commissione ambientale dell’ONU contraddice, secondo gli oppositori dell’ambientalsmo, l’esperienza di tutti i Paesi sviluppati, dove lo stabilizzarsi della popolazione è l’esito dello sviluppo e non la condizione, così come frutto dello sviluppo è il miglioramento delle condizoni ambientali.
Nei vari congressi sull’ambiente tuttavia l’idea di uno sviluppo sostenibile e controllato diventa ormai lo slogan di tutta la politica ambientale.
Secondo gli ottimismi tecnologici e gli anti-ambientalisti, oltre a dimostrare razzismo nei confronti delle nazioni più povere, queste tesi poggiano sul principio che la povertà, la degradazione dell’ambiente, le malattie ed altri problemi del genere sono causati dai livelli di consumo dei Paesi ricchi.
Sembra altresì un ritornello ascoltato molte volte: il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse ed è responsabile di gran parte delle emissioni inquinanti.
Il terzomondismo insomma, secondo gli oppositori dell’ambientalismo, che pure si presenta con il volto buono di chi si batte per i poveri, è la forma più subdola di razzismo perchè, incolpando l’Occidente di ogni problema del Terzo mondo, evita di porsi dei dubbi sulla gestione criminale di certi Stai africani da parte di dittatori senza scrupoli.
Gli oppositori delle associazioni ambientaliste fanno notare che il maggiore inquinamento e i maggiori danni all’ambiente si verificano nel Terzo Mondo, per cui l’unica strada possibile sarebbe quella di accelerarne lo sviluppo.
La soluzione secondo costoro è la liberalizzazione del mercato, del riconoscimento del diritto di proprietà, dell’affermarsi di stati di diritto e del buon governo.
Uno sviluppo che deve essere favorito anche nei paesi industrializzati, perchè questa è l’unica possibilità di avere fondi per lo sviluppo di tecnologie pulite, perchè riducendo la produzione di beni, ridurremo anche le importazioni dal Terzo Mondo.
Gli scettici dell’ambientalismo esasperato aggiungono anche che l’attenzione per la salvaguardia della farfalla monaca o delle foreste del Borneo hanno un senso solo se al centro c’è il bene dell’Uomo.
E’ il solito antropocentrismo cristiano, una forma di egoismo oppure sono affermazioni condivisibili?
Lasciamo a voi ogni altro giudizio.
Autore : Report di Alessio Grosso
