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Vulcano Agung: il FREDDO che viene dal FUOCO!

Uno sconosciuto vulcano sull’isola di Bali, in Indonesia, da alcune settimane sta dando segnali di risveglio. L’Agung, come tanti vulcani indonesiani, è attivo e pericoloso, ma soprattutto ci riporta alla memoria cataclismi epocali, come quelli provocati da alcuni suoi “vicini”: Krakatoa eTambora, capaci di influenzare il clima dell’intero pianeta.

In primo piano - 2 Ottobre 2017, ore 08.45

Il vulcano Agung durante l’ultima eruzione. Photo by K. Kusumadinata, 12 marzo 1963 (Volcanological Survey of Indonesia).  

L’isola di Bali è una delle più note località turistiche dell’Indonesia e dell’intero sud-est asiatico. Poco più grande del Molise, ma più popolosa dell’Emilia Romagna, è costellata di crateri vulcanici, più o meno antichi, al pari di buona parte dell’arcipelago indonesiano.

Alcuni coni vulcanici sono abbastanza recenti, per formazione e attività; altri invece si sono estinti e, dopo aver subito fenomeni erosivi più o meno diffusi e importanti, sono stati letteralmente inghiottiti dalla giungla equatoriale. In alcune caldere si sono originati dei laghi vulcanici, al pari dei nostri laghi di Bolsena e Bracciano.
Spostandosi sulla carta geografica si nota che gran parte dell’isola è il prodotto di edifici vulcanici più o meno antichi, ma ancora oggi i vulcani attivi contribuiscono al modellamento e alla “costruzione” del territorio.

Immagine satellitare della parte nord-est dell’isola di Bali (fonte Google maps – modificata). La freccia rossa indica il vulcano Agung, si notano anche le colate di lava delle precedenti eruzioni che lambiscono la costa. I cerchi rossi sfumati, e parzialmente sovrapposti, indicano gli altri edifici vulcanici attivi, ma soprattutto le antiche caldere, frutto di immani eruzioni vulcaniche del passato
Da sempre considerati nel contempo fonte di ricchezza e di maledizioni, questi mostri geologici sono anche in grado di modificare il clima del pianeta, di poco e per poco tempo, ma talvolta per tempi piuttosto lunghi, dell’ordine dei decenni, e con conseguenze piuttosto gravi.

A poco meno di 200 km più a est del vulcano Agung, sull’isola di Sumbawa, si staglia la caldera del vulcano Tambora, autore di uno dei più disastrosi eventi vulcanici della storia. Correva l’anno 1815, e dalla sera dell’11 aprile, per circa 3 mesi, si susseguirono una serie di potenti esplosioni, che proiettarono nell’atmosfera oltre 150 km cubi di materiale roccioso, soprattutto in forma di polveri, ceneri e lapilli. L’intera montagna si sgretolò, abbassandosi dai circa 4000 metri di altitudine, agli attuali 2850. Un po’ come accadde al Vesuvio nel 79 d.c., quando a seguito dell’eruzione lasciò una montagna sventrata e più bassa di oltre 700 metri, nota oggi come caldera del Monte Somma. 

La grande quantità di materiale in sospensione raggiunse e superò il limite della troposfera, riversandosi nella bassa stratosfera che, complice la posizione prossima all’equatore, favorì una rapida espansione intorno a tutto il globo. La radiazione solare fu parzialmente schermata, provocando un rapido e diffuso raffreddamento del clima, con estati brevi e fredde, e inverni lunghi e gelidi. Il 1816 sarà ricordato appunto, come l’anno senza estate.

Circa 70 anni più tardi, nel 1883, un altro vulcano indonesiano fece parlare di sé, ma soprattutto si fece udire in buona parte del sud-est asiatico. Si trattava del Krakatoa, un’isola vulcanica stretta tra Giava e Sumatra, che esplose letteralmente il 27 agosto di quell’anno, eruttando oltre 20 km cubi di materiale vulcanico.

Gli effetti sul clima globale, benché più moderati di quelli del Tambora, si fecero sentire per alcuni anni, sempre sotto forma di un improvviso raffreddamento e deterioramento climatico.
Nella storia più antica di queste isole si narra di immani catastrofi, con annessi maremoti e devastazioni apocalittiche, ma i dati sono spesso incompleti e farraginosi, e non sempre corrispondenti con gli studi geologici. 

D’altronde il territorio indonesiano è molto giovane e soggetto ad alterazione rapida, sia per la rigogliosa vegetazione, che per gli eventi atmosferici intensi. Notevole è anche la pressione antropica, che contribuisce ad obliterare parte delle testimonianze geologiche.
In ogni caso una buona parte degli improvvisi deterioramenti climatici, soprattutto in termini di raffreddamento, sono da imputare a improvvise, quanto colossali, eruzioni vulcaniche, e tra gli imputati più probabili ci sono proprio i vulcani della cintura di fuoco del Pacifico, ivi compresi quelli indonesiani.

Studi sulle deformazioni del suolo, specie in termini di sollevamento, segnale inequivocabile della risalita di magma, occorsi su alcuni vulcani indonesiani, hanno evidenziato che, tra gli altri (Sinabung e Kerinci sull’isola di Sumatra; Slamet, Lawu e Lamongan sull’isola di Giava), proprio l’Agung era quello con i tassi più elevati, dell’ordine di 10-15 cm all’anno.

L’ultima eruzione dell’Agung risale al febbraio del 1963, durò quasi un anno e si portò via oltre 1000 abitanti dell’isola. Precedentemente si ha notizia di un’eruzione simile nel 1843. Si tratterebbe comunque di eruzioni di medio-alta intensità (VEI – Indice di esplosività vulcanica – pari a 5; a confronto l’eruzione del Pinatubo è stata catalogata come VEI 6). In ogni caso si avrebbero conseguenze localmente devastanti, specie sull’isola di Bali, ma anche su isole vicine, altrettanto popolose.
Non si escluderebbero inoltre effetti a medio termine sul clima globale, ovvero nell’arco di alcuni mesi o 1-2 anni al massimo, ovviamente in termini di raffreddamento e deterioramento climatico.

Ci si augura che tutto ciò non avvenga, che il vulcano Agung, dall’alto dei suoi 3000 metri, si decida per un’eruzione anche lunga, ma di intensità moderata, capace di dare sfogo all’indomita spinta delle placche tettoniche di quell’area, senza arrecare danni eccessivi al genere umano.

Purtroppo l’eruzione resta molto probabile, per non dire imminente, e le previsioni sono alquanto incerte. 145 mila persone sono state fatte evacuare, ma molte altre potrebbero essere invitate ad allontanarsi dalle zone circostanti il vulcano. Quasi 200 scosse di terremoto hanno tempestato il ventre e i fianchi del vulcano, mentre fumarole e vapori fuoriescono dal suo cratere sommitale.

Si tratta di uno strato-vulcano che sta per scrivere un’altra pagina geologica della sua storia, ma cosa accadrà da qui ai prossimi giorni o mesi è arduo da prevedere. Per ciò che potrebbe accadere al clima si può fantasticare fino all’inverosimile, ma niente si può escludere in questi casi, cioè quando ad esprimersi sono i giganteschi vulcani indonesiani.

 
 


Autore : Prof. Giuseppe Tito

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