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Meteolive sul Ghiacciaio del Calderone! (prima parte)

Due spedizioni, una proveniente da Prati di Tivo, l'altra da Campo Imperatore, si sono date appuntamento sul ghiacciaio più meridionale d'Europa, nel gruppo del Gran Sasso d'Italia, in Abruzzo, per analizzarne lo stato di salute. Esperienza epica per tutti i partecipanti...

In primo piano - 14 Luglio 2003, ore 15.12

Non è per nulla facile trovarsi qui, in questo momento, a render conto dell'esperienza che chi vi scrive ha vissuto, assieme alla spedizione di MeteoLive.it, sui pendii innevati del Gran Sasso d'Italia. Compito arduo e difficile, quello di riesaminare a ritroso la commistione di sensazioni, fulgide emozioni e livide vedute, in un ambito in cui la retorica e la più bassa banalità cedono il passo all’esperienza più vera, protagonista assoluta di un’emozione senza tempo, intrecciata tra le guglie aguzze di inediti, spettacolari balzi rocciosi. Tutto comincia in un grigio pomeriggio di venerdi, quando dalla strada bagnata che da Pietracamela sale ai Prati di Tivo lo sguardo volge preoccupato alle tante nubi che affollano i cieli d’Abruzzo. L’ora è tarda e alla fin fine le alternative non ci sono: bisogna salire! In pochi conoscono le insidie atmosferiche dell’area montana del Gran Sasso d’Italia meglio di Marco Scozzafava (coordinatore della spedizione assieme ad Emanuele Latini), e così tutti ci fidiamo delle sue acute osservazioni. L’ingegnere aquilano opta per una partenza immediata, e così ci affrettiamo ad acquistare i biglietti degli impianti di risalita della Siget. In un quarto d’ora la seggiovia ci porta sui duemila metri di quota, in prossimità della Madonnina dell’Arapietra, sul crinale che dal Corno Piccolo scende ripido in direzione nord-est. Arriviamo al termine dell’impianto con il cielo che si presenta completamente coperto, le nubi che a tratti ci avvolgono interamente, ed una visibilità che a tratti rasenta i trenta metri. Improvvisamente, sui 2100 metri del Passo delle Scalette, la vista sulla Valle delle Cornacchie si apre magicamente, come a volerci sorprendere stupiti mentre, di sasso, rimaniamo a contemplare un panorama di rara sublime bellezza. Il Prena ed il Camicia si affacciano, tra le nubi, dietro lo strapiombante contrafforte roccioso del Corno Grande, mentre alle nostre spalle la distesa verde dell’Arapietra sfugge all’anonima conquista di nebbie opache, corsare e traboccanti. Ogni passo è un panorama diverso, un orizzonte nuovo, un fotogramma da preservare alla furia del tempo. Ogni metro in più verso l’alto è una sensazione nuova, e la salita si tramuta presto in un’iperbolica conquista verso nuove nuove spinte emotive. Compaiono presto i primi nevai, testimoni e superstiti di un inverno ritrovato, sublimato ai tiepidi vapori della bella stagione da un’estate ossessiva, ruggente e precoce. Noi siamo lì, sul rado confine tra l’emozione più pura e la ricerca del dato. Ci lega un’emozione senza tempo, e per un attimo ci sentiamo intrusi nel silenzio d’alta quota, nel regno selvaggio delle cornacchie e dei loro nidi. Il sentiero sale scontroso tra ripidi pendii, tagliando balze rocciose, fino ad ammorbidirsi in un candido nevaio. Alla fine conquista i 2433 metri del Rifugio Carlo Franchetti, mentre nella salita il nostro gruppo ha già affrontato un rovescio improvviso. A quel punto tutto si ferma. Il crepuscolo invita agli ultimi scatti, i più belli, quelli dei colori contrastanti, delle silouettes, dei merletti rosati e dei cobalti oltremare. C’è un grande nevaio proprio sotto il contrafforte roccioso su cui è adagiato il rifugio. Dopo una calda zuppa di farro, una passeggiata sulla neve è proprio quel che ci vuole prima di abbandonarsi alla notte stellata delle alte quote. Ci stupiamo di fronte ai notevoli spessori della coltre bianca, mentre in silenzio ascoltiamo il trabordare dei rigagnoli che da quassù precipitano a valle. E’ una dolce attesa, quella della notte che avanza. Gli ultimi momenti di luce ci consentono di tornare al rifugio, prima che la notte dica la sua ultima, silenziosa parola sulle emozioni di quel giorno, da quel momento affidate alle pagine più liete delle nostre più intime, commosse, memorie.

Autore : Emanuele Latini

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