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Il deserto di Atacama

La terra più arida del mondo, salvo qualche imprevisto

In primo piano - 6 Luglio 2007, ore 10.23

Tutti gli scrittori cileni prima o poi ci arrivano. Con la penna e con la fantasia. E ciascun viaggiatore prima o poi dovrebbe arrivarci: per vedere con i propri occhi cos’è e com’è il deserto di Atacama, che si trova a circa 800 chilometri a nord di Santiago, nel Cile settentrionale. E’ un appuntamento da non mancare, questo. Per una serie di buone ragioni. Non è un deserto come gli altri. Prima di tutto per quel suo fiorire improvviso e spaventosamente bello che lo rende d’un tratto qualcosa d’altro che non una distesa di sabbia. E’ chiamato il deserto più arido del mondo, e lo è. Sarà per questo che nelle annate di pioggia ha una reazione così anomala. E dei colori così belli. Non è un deserto come gli altri, anche per quella sua somiglianza con il pianeta Marte. Per le saline disabitate e per la miniera di rame. E per la deliziosa – ma ormai un po’ vecchia – Miss Cile, trovata da queste parti duemila anni fa, che per merito del deserto s’è conservata a meraviglia. Infine, non è un deserto come gli altri per la varietà del paesaggio e delle attrazioni. Pianure di sale che si alternano a siti di interesse archeologico. Miniere di rame e paesi fantasma. Poi, basta spostarsi un poco più verso ovest e si trovano alcune delle migliori spiagge cilene. Se fosse come gli altri sarebbe solo il deserto più arido del mondo. E invece... Quando i semi si risvegliano, è un’esplosione di fiori!!! Non capita quasi mai. Ci vogliono degli incontri fortunati. Per fare in modo che accada ci vuole che il sole, il vento, la pioggia, i semi facciano ciascuno la propria parte. Nei tempi giusti. Con i modi giusti. Che poi sono quelli che solo la natura sa trovare. E però, quando finalmente accade, a distanza magari di dieci, venti anni, lo spettacolo che si presenta è straordinario. Per i colori, i contrasti, l’odore. Un colpo d’occhio di quelli che non si dimenticano. Quando uno è cresciuto sapendo che un deserto è secco, uniforme, senza sfumature, un marrone chiaro battuto dal sole e dalla sabbia, come fa poi a immaginarsi che all’improvviso un deserto così possa “esplodere” in mille fiori? L’ultima volta che il deserto di Atacama è “esploso” è stato nella primavera del Duemila. Le annate buone, nell’ultimo mezzo secolo, si contano su poche dita: 1963, 1972, 1987 e quella – a detta dei testimoni, la migliore – del 1991. Chissà se è un segnale propiziatorio. Di sicuro è un fenomeno raro. Se e quando si manifesta, lo fa solo in primavera: da settembre a dicembre (il deserto di Atacama è nella parte meridionale dell’emisfero Terra, quindi le stagioni sono invertite rispetto alle nostre). Ma già da come vanno le cose l’anno precedente forse qualche indizio lo si può ricavare. E’ infatti necessario che durante l’estate piova abbondantemente. Come non succede spesso da queste parti. Solo così i semi “addormentati” sotto la coltre del deserto più arido del mondo si risvegliano dopo anni di letargo. Si tratta di semi non comuni, particolarmente adattabili alle estreme condizioni di questa regione. Semi che dormono per decenni. Dimenticati dagli uomini, riparati dal deserto. Ma dal “cuore” buono: quando si aprono è un incanto e regalano alla terra che li ha coccolati a lungo un manto di petali rossi, gialli, viola... Le specie di fiori che fanno parte di questo “regalo” sono più di duecento. Molti addirittura quasi sconosciuti. Altri rarissimi, come il cosiddetto “artiglio di leone”. Perlopiù si tratta comunque di piante endemiche del Cile, che crescono cioè solo in questo Paese a causa della sua storia geologica. Ma spiegazioni scientifiche a parte, l’esplosione del deserto di Atacama è uno di quegli incroci di casualità e causalità di cui la natura ha l’esclusivo brevetto.

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