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Sarà pure caldo, ma gli orsi polari aumentano e non vanno alla deriva

Un articolo per fare chiarezza sugli orsi polari.

In primo piano - 10 Settembre 2008, ore 09.45

Delle 20 diverse sottospecie di orsi polari, una o forse due sono attualmente in declino, le altre hanno popolazioni stabili e alcune in aumento. Dal 1960 all’inizio di questo secolo complessivamente gli orsi polari sono passati da 5.000 a 25.000 esemplari, due terzi dei quali vivono in Canada. La comunità studiata meglio abita sulla costa occidentale della baia di Hudson. I mass media hanno dato molto risalto al fatto che dal 1987 al 2004 è scesa da 1.200 a meno di 950 animali, riducendosi del 17%. Se però si prendesse come riferimento il 1981 si scoprirebbe che da allora la comunità si è arricchita di ben 500 esemplari. Questo e altro spiega con la consueta ricchezza di fonti e dati Bjorn Lomborg, autore di L’ambientalista scettico, nel nuovo libro tradotto in italiano da Mondadori nel 2008, Stiamo freschi. Nel capitolo dedicato alla sorte degli orsi polari, scopriamo anche che ogni anno nella baia di Hudson il riscaldamento del clima uccide 15 esemplari e i cacciatori 49. Combattendo il riscaldamento globale con il Protocollo di Kyoto, vale a dire intervenendo sui gas serra prodotti dalle attività umane, se ne salverebbero forse 0,06 all’anno, ma ne morirebbero comunque 49. Lomborg allora conclude: “Se davvero vogliamo che la quantità di orsi polari rimanga stabile, sarebbe più intelligente e realistico occuparsi prima di tutto di quei 49 animali uccisi a colpi di fucile. (...). Dobbiamo chiederci se ha più senso aiutare 49 orsi in modo rapido ed efficace o 0,06 orsi in un tempo molto più lungo e a costi elevati”. Secondo Lomborg, che pure si dice possibilista circa il processo di riscaldamento del pianeta indotto anche dall'uomo origine, questo ragionamento va applicato all’insieme dei problemi legati al clima se si vogliono trovare soluzioni semplici, intelligenti ed efficaci: e per farlo è indispensabile innanzi tutto non perdere di vista il fatto che l’obiettivo primario deve essere il miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente, compromessi oggi soprattutto da fame, povertà e malattie, e quindi che è imprudente concentrare troppe risorse nel tentativo di ridurre i gas serra a scapito della lotta al sottosviluppo e alle sue catastrofiche conseguenze sulla vita umana. Naturalmente chi considera l’umanità più o meno alla stregua di un cancro del pianeta o di un virus penserà che combattere fame, povertà e malattie comporta un aumento delle attività inquinanti e che l’incremento demografico risultante da quelle attività, in caso avessero successo, non farà che peggiorare le prospettive. Peraltro, se i dati riportati da Lomborg sono esatti, il riscaldamento del pianeta da questo punto di vista sarà davvero un problema perché ridurrà notevolmente il numero dei morti a causa di fattori climatici dal momento che il freddo fa molte più vittime del caldo. Questo è tanto più vero in quanto il global warming si manifesterà con un minimo incremento del caldo diurno ed estivo (di cui la salute umana risentirà poco) mentre influirà più nettamente sulle temperature fredde elevando quelle notturne e invernali. Allo stesso modo le temperature saliranno molto di più nelle regioni temperate e artiche che in quelle tropicali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Europa ogni anno muoiono circa 200.000 persone per il caldo e 1,5 milioni per il freddo. Se la temperatura crescesse di 2°, in Gran Bretagna, ad esempio, approssimativamente morirebbero 2.000 persone in più per il caldo, ma ben 20.000 in meno a causa del freddo. Naturalmente queste e altre proiezioni sono calcolate sulla base dei dati disponibili al momento. Ma la capacità di adattamento che è la caratteristica e la grande risorsa del genere umano può modificarle drasticamente mitigando in gran parte gli effetti negativi del caldo maggiore: “dato che i nostri antenati sono riusciti a farlo – è l’ovvia osservazione di Lomborg – dobbiamo pensare che saremo altrettanto capaci di ripetere l’impresa, considerando anche che siamo più ricchi e possediamo conoscenze tecniche più ampie”. Nei centri urbani, dove le temperature salgono di più e più rapidamente, basterebbe moltiplicare alberi, vegetazione, acqua e dipingere di bianco manto stradale ed edifici per contenere l’aumento della temperatura. Costerebbe assai meno dell’applicazione del Protocollo di Kyoto e darebbe migliori risultati, oltre ad abbellire le nostre città.

Autore : Anna Bono, a cura Svipop

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