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Nemeth
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Messaggio da Nemeth »

Chiamate quelli di Mistero!! :lol: :lol:
Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

Un altro degli argomenti che storicamente scatenano un soprannaturale istinto alla moderazione inteso come diritto degli ignoranti a rimanere tali senza essere risvegliati dal letargo neuronale (e dovere degli altri di lasciarli in tale miserevole stato), è il “nucleare”.

Ma non tanto e non solo dal punto di vista dei “numeri”, che rendono improponibile quanto spassoso qualunque tipo di replica da parte di chi si è costruito una “cultura” in merito discorrendo amabilmente col proprio pescivendolo, quanto piuttosto dal punto di vista della storia dei soldatini senza se e senza ma a proposito di tale “argomento”.

A fine anni ’50-inizio anni ’60, quando il “paradiso russo” era impegnato in una vertiginosa rincorsa al “livello” nucleare, sia civile sia militare, dell’inferno stars and stripes, i soldatini senza se e senza ma erano impegnati in tutte le piazze d’italia ad urlare senza se e senza ma che l’energia nucleare fosse quella più sicura e pulita esistente (e che sempre lo sarebbe stata).

Quando pochi anni dopo al movimento sessantottino venne ordinato di invertire la rotta per contrastare l’evidente, pericoloso strapotere nucleare nel frattempo raggiunto dagli USA nel pianeta, i soldatini iniziarono ad urlare nelle piazze senza se e senza ma che il nucleare fosse “sporco e letale, senza se e senza ma, ora e sempre”.

Ma pochi anni dopo, fine anni ’70, Santa Madre Russia partecipò attivamente alla costruzione del più avanzato prototipo di centrale nucleare d’Europa a due passi da “bologna la rossa” (che divenne meta di pellegrinaggio rosso da tutto lo stivale), quindi i soldatini rossi invertirono ancora una volta la marcia e scesero in piazza a gridare che il nucleare era miracolosamente, istantaneamente tornato “pulito e sicuro senza se e senza ma, ora e sempre”.

Ma pochi anni dopo, l’incidente di Chernobyl fece partire il millesimo “contrordine, compagni!”, e tutti i soldatini andarono in piazza a gridare che il nucleare era sporco e pericoloso, senza se e senza ma, ora e sempre.



Ora che il bello e abbronzato ha deciso di aumentare la percentuale “nucleare” della produzione di energia degli USA, qualche malpensante ipotizza che tra poco tempo troveremo i soldatini in piazza a gridare che il nucleare sarà miracolosamente, istantaneamente tornato il più pulito e sicuro, senza se e senza ma, ora e sempre…….
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Cribbio
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Messaggio da Cribbio »

Ma che sta a di questo?? :shock:
stefano75

Messaggio da stefano75 »

Cribbio ha scritto:Ma che sta a di questo?? :shock:
in maniera un po' contorta, ha espresso la tesi secondo la quale l'opinione di una certa parte sul nucleare è basata sulla politica e sulle sue schizofrenie.

10 euro per la traduzione
:D
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finland77
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Messaggio da finland77 »

Nemeth ha scritto:Chiamate quelli di Mistero!! :lol: :lol:

:lol: :P :D
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davide0861
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Messaggio da davide0861 »

ma perchè tutta quella roba?? io quando ho aperto questo TD e ho visto tutta quella roba me so cascate le braccia.......esagerato
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cristiano69
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Messaggio da cristiano69 »

davide0861 ha scritto:ma perchè tutta quella roba?? io quando ho aperto questo TD e ho visto tutta quella roba me so cascate le braccia.......esagerato
Pero' sono sicuro che c'è qualcosa che ti interesserebbe nella prima pagina di questo 3D :wink:

Le leggende degli eroi partigiani che hanno salvato la patria sono stati smascherati miseramente come degli avidi assassini.
Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

Albert E. ha scritto:[SEGUE]
........................................................................................

Albertazzi Ugo, da Riccardo e Teresa Totti; n. l’8/11/1924 a Medicina; ivi residente nel 1943.
Macellaio.
Militò nella 5a brg Bonvicini Matteotti.
Ferito.
Riconosciuto partigiano dal marzo 1944 alla Liberazione.[/i]

[CONTINUA]


...... ma anche no, poichè chi ha deciso di non tenere più il cervello in folle, sta già cercando il libro in blblioteca :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:
Cambiato idea, ve ne sparo qualche altra decina, così, giusto perchè sia chiaro "chi erano veramente gli eroici partigiani rossi bolognesi (i migliori d'italia)"



Alberti Alberto, da Angelo e Maria Baldassarri; n. il 12/11/1911 a Pesaro.
Nel 1943 residente a Bologna.
Avvocato.
Riconosciuto partigiano dal gennaio 1944 alla Liberazione.
Segretario provinciale della DC di Bologna dopo la Liberazione.











Alberti Arturo, da Pietro e Teresa Tomasini; n. il 6/1/1894 a S. Giorgio di Piano; ivi residente nel 1943.
4a elementare.
Operaio canapino.
Prestò servizio militare in fanteria nella prima guerra mondiale.
Fu attivo a Cinquanta (S. Giorgio di Piano) nel btg Tampellini della 2a brg Paolo Garibaldi.
Riconosciuto patriota dal gennaio 1944 alla Liberazione.










Alberti Bruno, da Anselmo;n. il 18/11/1919 a Cento (FE).
Nel 1943 residente a Bologna.
Dopo l’8/9/1943 combattè nelle file della Resistenza in Grecia.
Riconosciuto partigiano.









Alberti Delfino, «Belzebù», da Umberto e Anna Tomasini; n. il 20/1/1911 a S. Giorgio di Piano.
Nel 1943 residente a Bologna.
Licenza di avviamento professionale.
Impiegato.
Prestò servizio militare in artiglieria.
Militò nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi.
Riconosciuto partigiano con il grado di tenente, dall'1/2/44 alla Liberazione.













Alberti Egidio, da Remolo e Augusta Librenti; n. il 23/2/1923 a Malalbergo; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Operaio meccanico.
Prestò servizio militare in marina fino all'8/9/43.
Militò nel btg Gotti della 4a brg Venturoli Garibaldi. Catturato dai nazifascisti, venne fucilato a Bologna il 5/3/1945.
Riconosciuto partigiano dal 4/6/44 al 5/3/45.

















Alberti Enrica, da Callisto ed Ermelinda Gubellini; n. il 25/7/1901 a Sala Bolognese.
Nel 43 residente a Bologna.
Colona.
Militò nella 4a brg Venturoli Garibaldi.
Uccisa per rappresaglia dalle forze armate tedesche, assieme al marito Calisto Checchi *, ai figli Carolina * e Luigi * ed ad altre ventinove persone (partigiani, civili, donne), il 14/10/1944, in località Sabbiuno di Castel Maggiore (in via Saliceto), dopo uno scontro avvenuto nei pressi nella stessa giornata fra partigiani (guidati da Franco Franchini *) e fascisti.
Riconosciuta partigiana dal 7/4/44 al 14/10/44. [AR]
























Alberti Gino, da Benedetto e Caterina Lodovisi; n. il 2/11/1916 a Camugnano; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Operaio.
Militò nella brg Stella rossa Lupo.
Riconosciuto partigiano dal luglio 1944 alla Liberazione.







Alberti Gino, da Riccardo e Maria Manfredi; n. il 3/11/1920 a S. Giovanni in Persiceto; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Bracciante.
Prestò servizio militare in fanteria dal 12/3/40 all'8/9/43.
Nella casa colonica della sua famiglia ebbe sede una base partigiana.
Militò nel btg Marzocchi della 63a brg Bolero Garibaldi.
Rastrellato ad Amola (S. Giovanni in Persiceto) il 5/12/44 insieme al padre Riccardo *, venne fucilato il 14/12/1944 ai Colli di Paderno (Bologna).
Riconosciuto partigiano dall'1/11/43 al 14/12/44.











Alberti Giorgio, «Ioio», da Romeo e Giulia Cavara; n. il 15/9/1920 a Bologna; ivi residente nel 1943.
Licenza di avviamento.
Impiegato.
Prestò servizio militare negli autieri dal 1940 al 1943.
Militò nella 36a brg Bianconcini Garibaldi dal 5/4/44 al 22/2/45.
Si arruolò poi nella div Cremona.
Cadde combattendo contro i tedeschi a S. Maria sul Po di Goro il 24/4/1945.
Secondo altra versione morì il 25/4 ad Ariano Polesine (Ro).
Riconosciuto partigiano dal 5/5/44 al 22/2/45.
Gli è stata conferita la medagli ad’argento alla memorìa con la seguente motivazione: «Volontario entusiasta, durante un ardito attacco contro postazioni nemiche era sempre tra i primi. Incurante del pericolo a cui si esponeva nel tentativo di offendere con la sua arma il nemico che avanzava a distanza ravvicinata, veniva colpito da una bomba a mano. Luminoso esempio di sprezzo del pericolo e di supremo sacrificio». S. Maria sul Po di Goro 24 aprile 1945.














Alberti Giovanni, «Stovel», da Luigi e Bernardina Fiori; n. il 13/12/1906 a Marzabotto; ivi residente nel 1943.
Analfabeta.
Cartaio.
Prestò servizio militare in fanteria.
Militò nella brg Stella rossa Lupo e nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi.
Riconosciuto partigiano dall'1/10/43 alla Liberazione.










Alberti Luigi, da Giovanni ed Emma Storti; n. il 12/6/1918 a S. Agostino (FE).
Nel 1943 residente a Casalecchio di Reno.
Riconosciuto patriota dall'1/8/44 alla Liberazione.








Alberti Mario, da Pietro e Maria Bertaccini; n. il 23/1/1924 a Gaggio Montano; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Operaio.
Militò nella 7a brg Modena della div Armando.
Riconosciuto partigiano dal giugno 1944 alla Liberazione.









Alberti Riccardo, da Davide e Liberata Stopazzini; n. il 24/3/1890 a Castelfranco Emilia (BO).
Nel 1943 residente a S. Giovanni in Persiceto.
La sua abitazione era base partigiana.
Fu attivo nella 63a brg Bolero Garibaldi. Catturato in un rastrellamento tedesco ad Amola (S. Giovanni in Persiceto) il 5/12/44, insieme al figlio Gino *, fu rinchiuso in S. Giovanni in Monte.
Venne liberato la vigilia di Natale del 1944.
Riconosciuto patriota dal 12/7/44 alla Liberazione. Testimonianza in RB5.



Alberti Rina, da Alfredo; n. nel 1918.
Militò nella 66a brg Jacchia Garibaldi.
Riconosciuta partigiana dall' 1/12/43 alla Liberazione.

Albertini Abele, da Raffaele e Maria Cavezzoli; n. il 24/12/1924 a Crevalcore; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Meccanico tornitore.
Militò a S. Giovanni in Persiceto nel btg Marzocchi della 63a brg Bolero Garibaldi. Arrestato, venne incarcerato a Reggio Emilia dal 28/1/44 all'8/3/44. Per non essere deportato in Germania prestò giuramento alla RSI a Udine. Quindi riprese la lotta nelle fila del movimento di liberazione.
Riconosciuto partigiano dal 5/11/44 alla Liberazione.




Albertini Alfonsina, «Maria», da Alfonso e Adelma Spisani; n. il 15/8/1919 a Castel Maggiore; ivi residente nel 1943.
4a elementare.
Casalinga.
Militò a Sala Bolognese nella 4a brg Venturoli Garibaldi.
Riconosciuta partigiana dall' 1/10/43 alla Liberazione.





Albertini Arteodoro, da Carlo e Assunta Frabetti; n. il 23/3/1918 a Castelfranco Emilia (BO); ivi residente nel 1943.
3a elementare.
Bracciante.
Militò prima nella brg Stella rossa Lupo e quindi nella 65a brg Tabacchi in provincia di Modena. Catturato nell'agosto 1944, venne fucilato a S. Ruffillo (Bologna) probabilmente nel marzo 1945.
Riconosciuto partigiano dal 15/5/44 alla Liberazione.




Albertini Bruno, «Pippo, Giuseppe», da Alfonso e Adelma Spisani; n. il 13/8/1911 a Sala Bolognese.
Nel 1943 residente a Castel Maggiore.
Licenza elementare.
Operaio metallurgico.
Prestò servizio militare dal 19/6/40 al 14/7/40.
Svolse funzioni di commissario politico nella 4a brg Venturoli Garibaldi e operò a Borgo Panigale (Bologna), Castel Maggiore e Sala Bolognese.
Riconosciuto partigiano dall'1/11/43 alla Liberazione.



Albertini Cinto, «Cinto», da Raffaele e Maria Cavezzoli; n. il 18/1/1911 a Crevalcore.
Nel 1943 residente a Bologna.
Operaio meccanico.
Militò a Bologna nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi con la funzione di ufficiale di collegamento.
Riconosciuto partigiano dal 9/9/43 alla Liberazione.









Albertini Francesco, «Sergio», da Giuseppe e Adele Benati; n. il 5/3/1920 a Crevalcore; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Coltivatore diretto.
Prestò servizio militare nei bersaglieri dal 13/3/40 all'8/9/43.
Militò nel btg Marzocchi della 63a brg Bolero Garibaldi e operò a S. Giovanni in Persiceto.
Catturato, fu recluso nelle carceri di S. Giovanni in Monte dal 10/11/44 al 6/4/45.
Riconosciuto partigiano dal 22/11/43 alla Liberazione.




Albertini Francesco, da Vincenzo ed Ersilia Malferrari; n. il 17/2/1924 a Castelfranco Emilia (BO).
Nel 1943 residente a Bologna.
Licenza elementare.
Radiotecnico.
Militò nella brg Stella rossa Lupo e operò sull'Appennino tosco-emiliano. Nel giugno 1944 lasciò la formazione e si unì al btg Sugano con il quale raggiunse la zona libera di Montefiorino (MO). Dopo la fine della "repubblica partigiana", tentò di attraversare la linea del fronte e il 2/8/1944 cadde in uno scontro al passo delle Forbici (Villaminozzo - RE).
Riconosciuto partigiano dal 16/6/44 al 2/8/44. [O]




Albertini Franco, «Smit, Marco», da Luigi e Ada Monteventi; n. il 13/5/1925 a Castenaso.
Nel 1943 residente a Bologna.
Operaio.
Militò nel 4° btg Pinardi della la brg Irma Bandiera Garibaldi ed operò a Corticella (Bologna).
Responsabile del Fronte della gioventù di Corticella, fu ucciso a bruciapelo da un tedesco il 28/10/1944 in via delle Fonti mentre, con altri compagni, stava compiendo un'azione per il recupero di armi.
Riconosciuto partigiano dall'1/4/44 al 28/10/44.







Albertini Giulio, da Giuseppe e Adele Benati; n. il 15/8/1926 a Crevalcore; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Colono.
Fu attivo a Crevalcore nel btg Pini Valenti della 2a div Modena Pianura.
Riconosciuto patriota dal 15/4/44 alla Liberazione.






Albertini Giuseppe, da Luigi e Celsa Bignami; n. il 12/10/1903 a Marzabotto; ivi residente nel 1943.
Colono.
Prestò servizio militare in artiglieria dal 1940 al 1941.
Venne ucciso dai nazifascisti il 29/9/1944 in località S. Martino di Caprara, nel corso dell'eccidio di Marzabotto.
Riconosciuto partigiano nella brg Stella rossa Lupo dall'1/8/44 al 29/9/44. [O]





Albertini Ivo, «Folgore», da Giuseppe e Adele Benati; n. il 15/11/1921 a Crevalcore; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Colono.
Prestò servizio militare nella finanza.
Militò nel btg Marzocchi della 63a brg Bolero Garibaldi ed operò a S. Giovanni in Persiceto.
Fu incarcerato nella caserma Minghetti delle brigate nere a Bologna dal 10/11/44 al 21/4/45.
Riconosciuto partigiano dal 28/11/43 alla Liberazione.





Albertini Quinto, da Enrico e Adelina Bastoni; n. il 25/9/1903 a Sala Bolognese; ivi residente nel 1943.
3a elementare.
Colono.
Collaborò con il btg Lucarelli della 2a brg Paolo Garibaldi.
Riconosciuto benemerito dall'1/10/44 alla Liberazione.





Albertini Renato, «Tom», da Luigi e Ada Monteventi; n. il 5/5/1919 a Castenaso.
Nel 1943 residente a Bologna.
la avviamento.
Falegname.
Prestò servizio militare nei bersaglieri dal 2/2/40 all'8/9/43 col grado di sergente.
Militò nel 4° btg Pinardi della la brg Irma Bandiera Garibaldi ed operò a Corticella (Bologna).
Riconosciuto partigiano dal 25/2/44 alla Liberazione.





Albertini Rinaldo, da Luigi e Alfonsa Cocchi; n. il 28/3/1905 a Sala Bolognese.
Nel 1943 residente a Bologna.
Riconosciuto patriota dal 18/9/43 alla Liberazione.







Albertini Sergio, da Carlo e Assunta Frabetti; n. il 3/6/1916 a Sala Bolognese.
Nel 1943 residente a Castelfranco Emilia (BO).
3a elementare. Bracciante.
Prestò servizio militare nel genio.
Militò prima nella brg Stella rossa Lupo e quindi nella 65a brg Tabacchi in provincia di Modena.
Il fratello Arteodoro * cadde nella Resistenza.
Riconosciuto partigiano, con il grado di tenente, dal 15/5/44 alla Liberazione.






Albertoni Antenore, «Tenore», da Angelo e Maria Frontini; n. il 2/12/1920 a Bologna; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Ferroviere.
Prestò servizio militare in Grecia e in Jugoslavia.
Venne internato in campo di concentramento in Serbia dal 13/9/43 al 7/10/44.
Prese parte alla lotta di liberazione nella 1a armata jugoslava.
Riconosciuto partigiano dal 7/10/44 al 7/5/45.











Albiani Luisa, da Lodovico e Maria Dotti; n. il 13/8/1916 a Zola Predosa; ivi residente nel 1943.
4a elementare.
Casalinga.
Militò nel btg Zini della 63a brg Bolero Garibaldi ed operò a Zola Predosa.
Riconosciuta partigiana dal 4/2/44 alla Liberazione.







Albicocchi Luigi, da Adelchi e Angela Bedeschi; n. il 9/5/1921 a Mordano; ivi residente nel 1943.
Fu attivo nella 7a brg GAP Gianni Garibaldi.
Riconosciuto patriota dall' 1/6/44 alla Liberazione.







Albicocco Domenico, da Valerio e Maria Padovani; n. il 2/2/1924 a Mordano; ivi residente nel 1943.
Licenza elementare.
Muratore.
Prestò servizio militare in fanteria dal 30/4/43 all'8/9/43.
Militò nella brg SAP Imola.
Riconosciuto partigiano dal 13/7/44 al 19/4/45.






Albinelli Cesare, «Mangi», da Amerigo e Veronica Falanelli; n. l’8/1/1911 a Serramazzoni (MO).
Nel 1943 residente a Bologna.
Licenza elementare.
Muratore.
Dal 27/3/31 al 15/9/32 prestò servizio militare in fanteria col grado di caporale.
Militò nel btg Monaldo della 63a brg Bolero Garibaldi e operò a Monte S.Pietro.
Riconosciuto partigiano dall' 1/10/43 alla Liberazione.






Albini Miliano, da Mario.
Militò nella 36a brg Bianconcini Garibaldi.
Riconosciuto partigiano dall'8/10/44 alla Liberazione.








Albonetti Sestilio, da Mariano.
Fu attivo nella 36a brg Bianconcini Garibaldi.
Riconosciuto patriota dal 15/7/44 alla Liberazione.








Alboni Gino, «Gabrilo», da Gemma Alboni; n. il 2/10/1917 a Medicina; ivi residente nel 1943.
la avviamento.
Muratore.
Dal 2/2/40 all'8/5/41 prestò servizio militare nel genio.
Militò nel btg Melega della 5a brg Bonvicini Matteotti e operò a Medicina.
Riconosciuto partigiano dal 10/8/44 alla Liberazione.





Alboresi Gabriele, «Baccaria», da Enrico e Giulia Gaibari; n. il 21/5/1924 a Borgo Panigale (Bologna).
Nel 1943 residente a Casalecchio di Reno.
Falegname.
Prestò servizio militare in artiglieria dal 16/8/43 all'8/9/43.
Militò sull'Appennino modenese nella 7a brg Modena della div Armando.
Riconosciuto partigiano dal 25/6/44 alla Liberazione.




Albori Antonio, da Giovanni ed Elisa Leali; n. il 29/2/1930 a Pianoro; ivi residente nel 1943.
Militò nella brg Stella rossa Lupo.
Riconosciuto partigiano dal 10/5/44 alla Liberazione.





Albori Cesare, «Granoturco», n. il 26/11/1908 a Bologna.
Nel 1943 residente a Castenaso.
3a elementare.
Bracciante.
Prestò servizio militare in sanità dal 6/5/40 all'8/8/43.
Militò nella 4a brg Venturoli Garibaldi e operò a Castenaso.
Riconosciuto partigiano dal 2/4/44 alla Liberazione.







Albrenti Carlo, «Barone», da Gaetano e Augusta Fazioli; n. il 20/6/1924 a Bentivoglio.
Nel 1943 residente a Bologna.
Licenza elementare.
Commerciante.
Prestò servizio militare in fanteria a Gradisca d'Isonzo (GO) dal luglio al settembre 1943.
Militò nella 62a brg Camicie rosse Garibaldi. Cadde in combattimento a Casoni di Romagna (Casalfiumanese) il 15/9/1944.
Riconosciuto partigiano all'1/11/43 al 15/9/44.





Alderelli Rosanelli Aldo, da Maria Rosanelli; n. il 27/1/1925 a Bologna.
Nel 1943 residente a Castel del Rio.
3a elementare.
Operaio.
Militò sull'Appennino tosco-emiliano nel 1° btg Libero della 36a brg Bianconcini Garibaldi.
Riconosciuto partigiano dall'1/7/44 alla Liberazione.


[CONTINUA]
Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

ENZO BIAGI, LO STRAFASCISTA


Enzo Biagi era talmente stupido che non riuscì in nessuno dei suoi tentativi di "farsi notare (da solo) come giornalista", nemmeno a scuola.

Per sua fortuna, aveva un cugino molto più intelligente di lui, Bruno Biagi, uno dei più potenti ras fascisti non solo dell'Emilia, ma dell'Italia intera, deputato sin dal '34, nel tempo presidente della Commissione industria della Camera dei fasci, dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni.

Grazie alle "spinte" del cugino, il tontolone arrivò a scrivere sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, "organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna", dove si distinse a tal punto per il suo razzismo che, quando l'amico di mille battaglie fasciste, Giorgio Pini, il 16 settmbre 1943 fu nominato il "numero uno" del Resto del Carlino, Enzo Marco Biagi venne subito chiamato ad esserne il suo braccio destro.

Perchè tanto onore?

Perchè il tontolone aveva partecipato ai Littoriali "della cultura" del '35, ed era stato "sgridato" dal ministro delle leggi razziali Bottai perchè.... era stato troppo razzista....

Perchè l'Enzo nazionale era stato poi premiato direttamente dal Fuhrer dopo la sua entusiastica, a tratti epica recensione di uno dei film più "pesanti" della storia della propaganda nazista “Sus l’ebreo”.

Questo film venne a tutti i costi voluto (e finanziato) direttamente dal gruppo di Goering per esaltare la strategia dello stermino di Hitler.

L’8 ottobre 1941 su "L'Assalto" di Bologna (la città più nera del regime), Enzo Marco Biagi scriveva:

Un cinema di propaganda.

Ma una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea”.

“Süss, l'ebreo ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo"

"l'ebreo Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalità.

Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo.

Ossia molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte..”




L'Enzo Biagi "sterminatore di una razza inferiore da eliminare" non era una novità: il 23 agosto 1941, sempre sul periodico “L’assalto” dei fasci combattenti di Bologna La Nera, Enzo Biagi tuonò a favore di “un'opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell'Italia settentrionale, ma anche a Roma stessa, dove ci sono ancora troppi ebrei”.


Dalla stessa "bibbia del perfetto partigiano rosso", apprendiamo inoltre che “Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino all'estate del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo di cui abbiamo notizie certe è del 17 giugno 1944 sull'inserto Settimana del Resto del Carlino, scritto insieme al collega Giovanni Spadolini. L'articolo sfoderava una devastante critica del liberalismo e conseguentemente dei Paesi che lo promuovevano. Poi entrambi sparirono in conventi bolognesi in attesa degli americani, in attesa di risorgere partigiani e liberaldemocratici in altra Repubblica. Quando per Enzo Biagi giunse la chiamata alle armi nell'esercito di Salò (fine '44), il nostro preferì scappare e nascondersi in montagna, come altri giornalisti, la categoria che, più di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata...... Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito statunitense: sempre à la page, il Biagi.
Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli «anni di servilismo e di abiezione professionale e morale» (Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, p. 264), non è dato sapere con certezza.
Forse.
Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? Non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza.
E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo?
Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto.
All'ombra del potere in fiore.”


E al suo funerale tutti i suoi ex colleghi fascistissimi cantarono "Bella Ciao".
Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

Albert E. ha scritto: Ma pochi anni dopo, fine anni ’70, Santa Madre Russia partecipò attivamente alla costruzione del più avanzato prototipo di centrale nucleare d’Europa a due passi da “bologna la rossa” (che divenne meta di pellegrinaggio rosso da tutto lo stivale), quindi i soldatini rossi invertirono ancora una volta la marcia e scesero in piazza a gridare che il nucleare era miracolosamente, istantaneamente tornato “pulito e sicuro senza se e senza ma, ora e sempre”.
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davide0861
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Messaggio da davide0861 »

cristiano69 ha scritto:
davide0861 ha scritto:ma perchè tutta quella roba?? io quando ho aperto questo TD e ho visto tutta quella roba me so cascate le braccia.......esagerato
Pero' sono sicuro che c'è qualcosa che ti interesserebbe nella prima pagina di questo 3D :wink:

Le leggende degli eroi partigiani che hanno salvato la patria sono stati smascherati miseramente come degli avidi assassini.
allora mi tocca legge :wink:
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davide0861
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Messaggio da davide0861 »

cristiano69 ha scritto:
davide0861 ha scritto:ma perchè tutta quella roba?? io quando ho aperto questo TD e ho visto tutta quella roba me so cascate le braccia.......esagerato
Pero' sono sicuro che c'è qualcosa che ti interesserebbe nella prima pagina di questo 3D :wink:

Le leggende degli eroi partigiani che hanno salvato la patria sono stati smascherati miseramente come degli avidi assassini.
su questo già non avevo dubbi cmq........

la storia dal dopoguerra in poi l'hanno scritta i "rossi".......e l'hanno scritta a modo loro..............
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cristiano69
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Messaggio da cristiano69 »

Albert E. ha scritto:Un altro degli argomenti che storicamente scatenano nei forum i più irrefrenabili istinti di moderazione in nome del bene supremo della tranquillità ignorante dei cervelli in folle, è inevitabilmente collegato al precedente: la strage di marzabotto.

La leggenda metropolitana delle sezioni rosse vuole che due fulgidi eroi partigiani comunisti, nomi di battaglia Lupo e Cagnone, sacrificarono la propria vita, spesa interamente giorno per giorno in continui, eroici tentativi di liberare la nazione dalla follia fascista, in un estremo quanto disperato tentativo di salvare infine oltre 1800 abitanti della zona di marzabotto da una “follia senza senso e senza preavviso” che nazisti e fascisti decisero per puro divertimento.

Purtroppo, circondati da soverchianti forze nemiche, alla fine dovettero cedere alla follia stragista dei nemici, e caddero entrambi sul campo, non prima però di essersi distinti in molteplici atti di glorioso eroismo, che contribuirono a ridurre miracolosamente le vittime dell’eccidio a soli (quasi) 1900 caduti.


Tutte e sole balle.


Lupo e Cagnone meritarono tali soprannomi molto prima della guerra per essersi distinti in eroiche bastonature di vecchiette che abitavano da sole poderi isolati della zona di Vado, ridente frazione del primo appennino bolognese a poche centinaia di metri dall’attuale casello autostradale di Sasso Marconi, per rubare loro le galline.

Quando il loro duce li chiamò, partirono immediatamente volontari cantando inni alla loro luce, il primo per il fronte africano, il secondo per quello russo, ma alle prime schioppettate se la diedero eroicamente a gambe lasciando i propri commilitoni a morire sui due fronti.

Tornarono a casa alla chetichella e subito, anziché unirsi ai veri (pochi) partigiani sulla gotica, si rivolsero al nuovo comando tedesco per ottenere qualche riconoscimento e posizione nel nuovo establishment, e ovviamente per non finire su una forca come traditori.

Non ottenutili, crearono un “terzo polo” sull’appennino emiliano, equidistante da Alleati e nazifascisti (in attesa di vedere chi la spuntava alle elezioni sulla gotica), e iniziarono ad intercettare altri traditori timorosi di fare la stessa fine “al cappio”, raggiungendo in poco tempo, secondo il diario dello stesso Lupo, le 1590 unità ben armate nell’estate 1944, il famoso “battaglione stella rossa”.

Quando si trattò di dar da mangiare, bere e dormire a quasi 1600 uomini, iniziarono i guai, poiché la popolazione locale, dissanguata dalla guerra, aveva a malapena di cosa sopravvivere a stento.

Il Lupo allora, in un memorabile discorso al battaglione, ordinò ai suoi uomini di assaltare un podere ogni 6 o 7, prelevare la famiglia che lo abitava, seppellire vivi tutti tranne il più “in salute”, che veniva invece inchiodato a terra al sole (era l’estate ’44) nella tipica “posizione del Cristo” a morire di torture urlando a monito degli abitanti dei poderi vicini (“perché dopo sarebbe toccato a loro, se non regalavano tutto”).

Quando, dopo ore di agonia, il malcapitato andava a raggiungere in Paradiso i familiari appena soffocati sottoterra, il manipolo di eroi svuotava il podere di qualunque cosa di utile al battaglione di pendagli da forca, poi lasciava nascosti nelle vicinanze 2 o 3 tiratori scelti che uccidevano chi, preso da pietà, provasse ad avvicinarsi ai cadaveri dei vicini per donare loro adeguata sepoltura.

Dopo pochi atti di tale eroismo, gli abitanti del luogo chiesero protezione ai nazisti, molto meno feroci dei “rossi”.

E di conseguenza il Cagnone prese una corriera per scappare ad arruolarsi nei volontari di Salò per redimere la propria coscienza.

Ma il Lupo inviò la propria squadra della morte preferita e lo fece ammazzare di bastonate sulla stessa corriera (anche se una seconda versione recita che, vedendolo contorcersi anche se apparentemente morto, un ex “amico” lo finì per pietà con una schioppettata).

Avendo saputo che i suoi “vicini di casa” avevano preferito chiedere aiuto ai nazisti piuttosto che dare del pane a lui e ai suoi uomini, il Lupo si vendicò iniziando ad uccidere nelle sue terre indistintamente militari del Reich ed ex amici, consapevole che i primi, per le “regole di guerra” che tutti negli anni ’40 conoscevano (erano affisse ovunque nell’appennino settentrionale nord gotica, chi combatteva il nemico indossando una divisa regolare, non poteva essere fucilato, ma solo fatto prigioniero, ma chi lo faceva da “irregolare” poteva essere fucilato sul posto, e chi, da “non-militare”, “gli dava una mano”, poteva essere causa di “rappresaglia” in ragione, per i tedeschi, di 20 civili fucilati per ciascun soldato tedesco caduto in una imboscata di “terroristi irregolari”, 1 a 50 per i francesi, fino a 1 a 100 per gli inglesi), lo avrebbero aiutato indirettamente nelle propria vendetta.

Ma probabilmente poiché “bologna la rossa” in quel periodo era chiamata “bologna la nera”, poiché “tutti stavano da quella parte senza se e senza ma” (i partigiani bolognesi, fino all’8 settembre 1943, ossia fino a dopo oltre vent’anni di duce, erano in totale 8, tutti “bianchi”, su una popolazione di oltre 300.000 mila unità dell’hinterland……… la prima “azione partigiana rossa” risale al gennaio 1944, una molotov difettosa contro il comando tedesco di Villa Spada…….), misteriosamente i nazisti non fecero praticamente mai ricorso al suddetto “diritto di rappresaglia” sancito dalle regole di guerra dell’Aja, ma continuarono praticamente solo “a minacce”.

Una settimana prima dell’eccidio di marzabotto, il comando tedesco di bologna acquistò la pagina centrale del Resto del Carlino, allora come ora il quotidiano letto ovunque in tutti i bar e le parrocchie della provincia, per avvisare gli abitanti della zona dove il Lupo si stava prendendo rivincite sulle vite di donne, anziani e bambini locali, che se gli agguati omicidi avessero continuato ad uccidere militari nazisti, questi ultimi “avrebbero presentato tutto il conto alla fine in unica soluzione”.

A quella notizia, un drappello di partigiani bolognesi e volontari alleati (anche brasiliani) scese dalla gotica per portar via il maggior numero di persone da quella zona prima dell’arrivo dei tedeschi, ma costoro vennero presi a fucilate e mitragliate dagli “eroi rossi”, che, al contrario, avevano giurato al mondo di sacrificare tutte le loro 1590 vite per salvare la popolazione locale.

Ma quando arrivarono i nazisti (meno della metà degli eroi….) i mitici partigiani rossi se la diedero a gambe lasciando sul campo solo 9 (nove……) caduti……

Ma solo 8 di loro vennero colpiti da armi tedesche, il nono era il Lupo che venne crivellato da armi partigiane poiché, quando vide quattro gatti tedeschi in lontananza dare fuoco alla casa di alcuni suoi familiari, osò pensare che i 1582 compagni rimasti potessero spararlo almeno un colpo prima si scappare a gambe levate…..…… e così rimasero subito in 1581......


Le vittime dell’eccidio, secondo tutti gli storici, furono non più di 670 (numero che comprende anche persone scomparse, di cui non si conosce l’esatta fine), ma la solita propaganda continua a recitare oltre 1800.

Il Cagnone venne ucciso a bastonate molto prima dell’eccidio, ma la solita propaganda lo canta morire eroicamente a marzabotto…..

Del resto, hanno sempre saputo solo cantare e "fare satira" dagli schermi della televisione "pubblica"......
E' questo Davide il pezzo che merita una accorta lettura :wink:
Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

Giorgio Bocca..... tanti anni dopo l'avvento del regime, pochi anni prima di cantare bella ciao con enzo biagi......

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Albert E.
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Messaggio da Albert E. »

Albert E. ha scritto: per le “regole di guerra” che tutti negli anni ’40 conoscevano (erano affisse ovunque nell’appennino settentrionale nord gotica, chi combatteva il nemico indossando una divisa regolare, non poteva essere fucilato, ma solo fatto prigioniero, ma chi lo faceva da “irregolare” poteva essere fucilato sul posto, e chi, da “non-militare”, “gli dava una mano”, poteva essere causa di “rappresaglia” in ragione, per i tedeschi, di 20 civili fucilati per ciascun soldato tedesco caduto in una imboscata di “terroristi irregolari”


Tra il 1860 e il 1907 all’Aja vennero decise e aggiornate all’unanimità (solo qualche “emendamento” parziale, volto ad “incattivirle”, non venne accettato) da tutti i maggiori e più importanti Paesi dell’epoca, le cosiddette “convenzioni/regole di guerra”, che recepivano, tentando di fonderle in un testo unico, tutte le regolamentazioni di ciascuno dei Paesi firmatari (e di ciascuna delle sue singole “armi”).

Tutti i Paesi che sarebbero stati i partecipanti alla seconda guerra mondiale le sottoscrissero.

Le qualifiche per dichiararsi "legittimo combattente" furono stabilite in:
1) portare apertamente le armi;
2) indossare una divisa conosciuta dal nemico;
3) dipendere da ufficiali responsabili (secondo le convenzioni internazionali);
4) riconoscere le leggi di guerra stabilite all’Aja.

Per tutti coloro che rispettassero tali 4 punti, esisteva un “codice” preciso, per tutti coloro che non lo rispettassero, esisteva l’immediato “passaggio per le armi” senza alcun processo.

Un legittimo combattente poteva uccidere un altro legittimo combattente in azione di battaglia rispettando pochissime regole, ossia con la quasi massima libertà: al termine della prima guerra mondiale vennero aggiunte, ad esempio, le seguenti restrizioni, votate all’unanimità:

1) divieto di adoperare veleni e armi avvelenate;

2) divieto di usare violenza proditoria ovvero uccidere o ferire un nemico a tradimento, o quando questi avendo deposto le armi o non avendo più modo di difendersi, si sia arreso a discrezione;

3) divieto di sparare contro i naufraghi del mare o dell’aria;

4) divieto di dichiarare che non si dà quartiere;

5) divieto di impiegare proiettili esplosivi;

6) divieto di impiegare pallottole che si dilatano o si schiacciano facilmente nel corpo umano;

e tante altre.

Per i combattenti non legittimi, tra i quali vi erano ovviamente anche i “normali cittadini”, vennero fissate regole strettissime per evitare gli inutili massacri delle guerre precedenti, ma si concordò subito tra tutti che, se qualche combattente illegittimo si fosse reso protagonista di qualunque tipo di “azione di guerra” non avendone il diritto, qualunque combattente legittimo “nemico” lo avrebbe potuto passare immediatamente per le armi.

Non solo: poiché in quanto “illegittimo”, tale “combattente” non sarebbe stato di facile reperibilità per “fare giustizia secondo le convenzioni internazionali = passarlo immediatamente per le armi”, si stabilì anche un “diritto di rappresaglia su civili che lo avessero agevolato”, non consegnandolo alle autorità preposte.

Il “diritto di giusta rappresaglia” era da intendersi come “tentativo di dissuasione”, da “utilizzare solo dopo altri tentativi di altro genere”, e con “giuste proporzioni tra il numero delle vittime tra gli eserciti regolari” e quello tra gli “illegittimi”.

Cosa si intendeva per “giuste”?

Prima dell’invasione tedesca, la Francia utilizzò una proporzione di 25 a 1, che salì a 50 a 1 durante e dopo la “liberazione” regalatagli dagli Alleati.

Stalin utilizzò il 50 a 1 “quando era allegro”, 100 a 1 quando se la vide brutta.

L’esercito tedesco, rifacendosi ad una specie di accordo prebellico con Montgomery, stabilì un “misero” 10 a 1, che si “premurò” di sbandierare ai 4 venti quasi vantandosi della “parsimonia/pietà”.



Prima dell’8 settembre 1943 in tutta Italia i “partigiani” erano poche centinaia, solo 8 nell’hinterland bolognese, il 99,99999% degli italiani osannava il duce e all’inizio del conflitto partì nel suo esercito cantando inni di gioia: conoscevano gli inni al duce, così come conoscevano le suddette convenzioni.

Quindi i traditori del Don che si radunarono nella stella rossa in appennino emiliano, così come i loro “organizzatori” delle “alte sfere” che, risvegliatisi dall’adorazione del pazzo pelato, si erano riscoperti “partigiani rossi”, erano perfettamente a conoscenza di essere degli “illegittimi” da “giustiziare immediatamente”, e che, ove non si fossero immediatamente costituiti, 10 civili sarebbero stati ammazzati per ciascun tedesco caduto sotto il fuoco “rosso”.

E per fortuna che “c’erano quelli di Hitler” anziché “quelli di Stalin”, altrimenti altro che “strage” di Marzabotto da “sole” 700 vittime (scarse)…….
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