fonte Il Messaggero.it
"Batosta per Obama, trionfano Repubblicani e Tea Party.
Notte amara per il presidente. La vittoria ha ridisegnato la mappa dell’America, e da ora si annuncia una difficile coabitazione verso il 2012.
sondaggi della vigilia sono stati confermati. L’incredibile mobilitazione dell’America conservatrice ha trascinato il Gop verso una storica conquista della Camera dei Rappresentanti, mentre al Senato i democratici sono riusciti a mantenere la maggioranza nonostante la forte riduzione del loro gruppo. Obama precipita in grave difficoltà dopo due anni di governo, che non hanno saputo risolvere i problemi più acuti della società statunitense. Il 10% di disoccupazione è il dato che più di ogni sondaggio spiega il tracollo democratico
OBAMA PUNITO - Nell’exit poll ben il 37% ha dichiarato che il voto per la Camera serviva per contrastare il presidente degli Stati Uniti, il cui operato è approvato solo dal 45%. Il 54% dei votanti non apprezza invece l’azione della Casa Bianca, una percentuale non dissimile da quanto ottenuto dai repubblicani a livello nazionale. L’America bianca, rurale ed anziana non sopporta Obama, mentre i sobborghi statunitensi hanno immediatamente ritirato la fiducia concessa recentemente ai democratici. La coalizione sociale democratica ha visto sparire alcuni pezzi importanti come donne bianche ed indipendenti, passati in massa all’opposizione, ma la sconfitta non è stata catastrofica grazie alla discreta mobilitazione delle minoranze etniche. Nonostante il clima favorevole i repubblicani non hanno guadagnato praticamente niente tra afro-americani ed ispanici, così come i giovani si sono tenuti lontani dal Gop. Per la prima volta dal 2004 l’identificazione partitica tra repubblicani e democratici è finita in pareggio, mentre i conservatori hanno superato i moderati. L’insoddisfazione verso il governo è molto diffusa, e il 40% degli elettori esprime rabbia e risentimento contro i poteri federali. Una percentuale simile simpatizza col Tea Party, e la stragrande maggioranza di questi elettori ha scelto il Gop.
COLLASSO ALLA CAMERA – Nancy Pelosi lascia dopo 4 anni il suo ruolo di Speaker della Camera. E’ probabile che nei prossimi giorni la (ora solo) rappresentante di San Francisco si dimetta e lasci la politica attiva. Un’uscita di scena molto amara per uno dei presidenti della House più efficaci, capace di approvare riforme dal grande impatto con un gruppo molto disomogeneo dal punto di vista politico. Negli ultimi quattro anni i democratici erano avanzati in territorio nemico, tanto che ben 49 rappresentati erano eletti in distretti vinti da McCain alle presidenziali. Molti di questi sono caduti ieri, travolti dal riallineamento repubblicano palesatosi nelle urne. Sono stati sconfitti deputati di lungo e prestigioso corso come Ike Skelton del Missouri o John Spratt della South Carolina. Il texano Chat Edwards, suggerito dalla Pelosi per il ticket con Obama per la sua capacità di vincere tra i conservatori, è stato travolto dall’onda repubblicana, che non ha lasciato scampo a quasi nessuno dei rappresentanti eletti nel 2008. Negli Stati più rilevanti per le presidenziali, Florida, Pennsylvania e Ohio,i democratici sono usciti distrutti, mentre anche le recenti conquiste in Virginia sono state cancellate. I repubblicani sono ritornati in forza perfino nel liberal Nordest , dove il partito di Lincoln sembrava ormai estinto. I due anni di presidenza Obama hanno risvegliato l’anima rurale dell’America, che insieme all’inquietudine delle suburbie ha regalato al Gop un’avanzata superiore alla mitologica rivoluzione repubblicana del 1994. Il nuovo Speaker Boehner dovrà ora gestire un gruppo molto vivace, dove i numerosi candidati vicini al movimento del Tea Party faranno sicuramente sentire la loro influenza, promettendo una convivenza non certo scontata con l’establishment congressuale "
fonte Giornalettissimo.com
" Usa, i democratici nonperdevano così dal 1948
La batosta democratica va oltre la sconfitta che tocca al partito al potere. I democratici tengono al Senato ma escono distrutti dal Congresso
E’ un rifiuto senza ambiguità della politica di Barack Obama quello che emerge dal voto di midterm. I repubblicani conquistano 60 seggi alla Camera. Avanzano prepotentemente al Senato. Si aggiudicano ben otto governorship prima detenuti dai democratici. Nella notte è arrivata anche la notizia che più ha fatto male al partito di Obama: la sconfitta del governatore Ted Strickland in Ohio. Il presidente e il suo vice Biden erano corsi proprio in Ohio, la notte prima delle elezioni, per sostenere Strickland. Un fatto simbolico, come simbolica è la perdita del seggio che fu di Obama in Illinois, passato al repubblicano Mark Kirk.
L’entità della batosta democratica va ben oltre la tradizionale emorragia di seggi che tocca al partito al potere nelle elezioni di medio termine. Qui la bocciatura appare senza appello. Era dal 1948 che i repubblicani non riuscivano a vincere in modo così largo. Nemmeno nel 1994, ai tempi della rivoluzione conservatrice guidata da Newt Gingrich, il risultato era stato così, per loro, confortante. Una prima veloce analisi dei flussi mostra che praticamente tutti i distretti elettorali degli Stati Uniti si sono spostati a destra. I democratici hanno perso il voto dei giovani, delle donne, dei neri, degli indipendenti. Aree elettorali chiave, in Ohio, Virginia, Pennsylvania – quelle abitate da un proletariato e da una piccola borghesia bianca che i democratici erano riusciti a riconquistare nel 2006 e nel 2008 – tornano in massa ai repubblicani. E, altro fatto altamente simbolico, i repubblicani riescono a rompere il monopolio democratico nel New England. Due seggi alla Camera in New Hampshire passano infatti ai conservatori.
Il carattere storico della vittoria repubblicana era chiaro, ieri sera, nelle lacrime di John Boehner, deputato dell’Ohio, destinato a diventare lo speaker della Camera al posto di Nancy Pelosi. “Il popolo ha parlato”, ha detto Boehner, presentatosi in conferenza stampa mentre lo spoglio dei voti era ancora in corso. Il suo tono, più prudente che magniloquente, l’emozione che si è presto rotta nelle lacrime. “Vinciamo soprattutto sull’onda della rabbia per i democratici”, ha spiegato lo stratega repubblicano Dan Bartlett. In più, il rapporto con il Tea Party appare un’incognita. Il movimento anti-tasse e anti-governo centrale ha svolto una funzione importantissima nella mobilitazione degli elettori di tutta America, e centrato due ottimi risultati con la vittoria di Marco Rubio in Florida e di Rand Paul in Kentucky. Ma il Tea Party si è anche dimostrato un problema, e un ostacolo. Il carattere estremo, radicale, di alcuni suoi rappresentanti, soprattutto sui temi della morale e della religione, ha impedito ai repubblicani di conquistare la maggioranza anche al Senato.
Per i democratici, inizia a questo punto la resa dei conti. Con un tasso di disoccupazione al 9,6%, e l’umore del Paese che tutti i sondaggi descrivono cupo e arrabbiato, la sconfitta del partito al potere appariva prevedibile. Ma qui, ieri, hanno perso davvero tutti, democratici di ogni tipo e orientamento: quelli conservatori come Blanche Lincoln, senatrice dell’Arkansas, nemica della sanità pubblica che Obama voleva votare; quelli centristi come Tom Perriello, uno dei più fedeli alleati del presidente, allineato a ogni richiesta della Casa Bianca, punito dagli elettori della Virginia: e infine quelli più a sinistra come Russ Feingold, colonna dei progressisti di tutta America, al Senato dal 1993, battuto in Wisconsin da Ron Johnson, un industriale della plastica senza nessuna esperienza politica, su cui si sono riversati milioni di dollari dai gruppi conservatori.
L’entità della sconfitta è tale che una messa in discussione del presidente appare inevitabile, dalla destra e dalla sinistra del partito. La leadership, il carisma di Obama, il suo appello avvolgente al “change”, appare un ricordo. Ovunque sia andato, durante questa campagna elettorale, il presidente non è riuscito a mettersi in sintonia con l’elettorato, non è riuscito a “vendere” le sue riforme: sanità, ambiente, finanza. Gli stessi democratici in corsa per la riconferma sembravano preferirgli, come testimonial nei loro comizi, il vecchio presidente Bill Clinton (che si è impegnato particolarmente in West Virginia, che non a caso resta ai democratici). Fonti non ufficiali della Casa Bianca descrivono un Obama particolarmente depresso, e sfiduciato. Il silenzio di Hillary Clinton appare un altro segno di una possibile riapertura di scontri e conflitti nel partito democratico. Per tutta la leadership del partito, il tempo a disposizione resta pochissimo. A gennaio si apre la campagna per le presidenziali 2012. "
fonte il Fatto Quotidiano
