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Quote NEVE? La manipolazione di valli e montagne

Il sopraggiungere di una perturbazione foriera di intense precipitazioni pone al previsore il dilemma delle quote neve. Sulla carta parrebbe semplice e uniforme ma la realtà si presenta in modo ben diverso e alquanto complesso

Sotto la lente - 16 Gennaio 2008, ore 09.45

I microclimi inseriti in una catena montuosa sono innumerevoli. Una barriera di montagne, come le Alpi ma anche come gli Appennini, si oppone allo scorrere delle correnti, le lavora disfandole e ricostruendole, bloccando i fenomeni o esaltandoli. Non di meno avviene per quanto riguarda il limite delle nevicate che si verifica durante il transito di una perturbazione. In questi ultimi giorni abbiamo assistito al passaggio di numerosi sistemi frontali atlantici, anche molto complessi, l'ultimo dei quali è attualmente in azione sul nostro Paese. Particolarmente battute dalle nevicate naturalmente le Alpi ma anche l'Appennino settentrionale. La quota neve però non si presenta affatto in modo regolare e questo avviene su regioni diverse ma perfino in una stessa vallata e non solo, addirittura su due versanti di una stessa montagna. Esemplare è il caso dell'Appennino Ligure, suddiviso attualmente in ben tre settori anche se numerose altre condizioni locali renderebbero la previsione un puzzle difficilmente risolvibile. Sull'entroterra imperiese a ridosso delle Marittime ad esempio ci attendiamo i fiocchi bianchi intorno a 1200-1400 metri, mentre i versanti rivolti verso il cuneese sono imbiancati fino a quote collinari. Il meccanismo è intuitivo. L'azione mitigatrice delle umide e miti correnti meridionali risale i pendii liguri per poi oltrepassare la cresta rimanendo in quota e scorrendo al di sopra del catino padano colmo di aria più fredda con una sorta di effetto trampolino. Ecco pertanto l'angolo del basso Piemonte ricevere solitamente apporti nevosi con maggior frequenza rispetto agli altri settori padani. Risvolti analoghi avvengono sulla parte centrale e orientale della stessa catena montuosa. Può nevicare ad esempio a Masone (400metri di quota) ma piove oltre il vicinissimo passo del Turchino. Naturalmente la stessa quota neve oscilla con una forbice aggiuntiva dovuta alle diverse pulsazioni delle correnti in atto e alle differenti temperature incontrate da queste lungo il loro percorso. Il tutto viene poi ulteriormente miscelato dall'esposizione delle valli rispetto alle traiettorie del vento. Sulle Alpi il fenomeno assume caratteristiche ancora più evidenti. Da notare anzitutto che le quote elevate entro cui penetrano le grandi vette determinano sui versanti esposti al vento un effetto particolare che "cattura" l'aria fredda presente alle quote superiori e la rovescia verso il basso attraverso i pendii stessi. Ecco che il profilo verticale della colonna d'aria viene profondamente modificato e la quota neve in questo caso può scendere sensibilmente a ridosso di una montagna elevata mentre rimane considerevolmente più in alto, anche di qualche centinaio di metri, nelle zone adiacenti. Questo accade spesso e in modo assai vistoso a ridosso dei grandi monti isolati o di massicci come il Monte Rosa o il Monte Bianco. Nella situazione attuale ad esempio l'effetto sbarramento da sud(unitamente al raffreddamento precipitativo) trascina i fiocchi nelle valli di Alagna, Macugnaga o Courmayeur durante le precipitazioni, mentre al cessare di queste lo zero termico si può portare anche qualche centinaio di metri più in alto. Fenomeno opposto accade sui versanti sottovento. Qui la parziale compressione delle masse d'aria in caduta dalle grandi creste alpine crea un effetto favonico anche se di tipo embrionale. In sostanza la quota neve giunge nei fondovalle piemontesi o valdostani ma oltre lo spartiacque la ritroviamo anche 500-600 metri al di sopra. Questo sta accadendo ad esempio nel Vallese svizzero e in Engadina. Da non sottovalutare anche il fenomeno della piana di Livigno e dell'Alto Adige. Con correnti da sud, rispettivamente le Alpi Retiche e le Dolomiti si stagliano a riparo delle vallate settentrionali dove si realizza pertanto un parziale effetto favonico. Risultato, la quota neve sale e le precipitazioni in proporzione diminuiscono.

Autore : Luca Angelini

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