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Poli e clima: un interessante "trattato" del Colonnello Giuliacci

Lo spessore dei ghiacci polari come misuratore dei danni prodotti nell'atmosfera dall'effetto serra.

Sotto la lente - 4 Gennaio 2001, ore 10.16

In un bellissimo articolo apparso nell'ormai lontano 1991 su Scienza e Vita nuova, il Colonnello Mario Giuliacci punta il dito sui ghiacci polari per farci comprendere quanto sia importante sorvegliarli costantemente per valutare l'impatto ambientale dell'effetto serra sull'intero pianeta. Nel suo articolo Giuliacci fa riferimento agli studi del professor Wadhams e in particolare spiccano alcune considerazioni che riportiamo opportunamente ridotte per motivi di spazio: "le misure di copertura dei ghiacci antartici hanno evidenziato una variabilità inter-stagionale molto più marcata di quelli artici. I ghiacciai antartici passano da una copertura invernale di 20 milioni di Km. quadrati ad appena 4 milioni in estate. La copertura artica invece varia da 15 a 8 milioni." Pare inoltre che in una zona artica grande quanto l'Italia, lo spessore medio misurato nel 1987 si è ridotto di circa il 15% rispetto ai valori misurati nel 1976. Ma sentiamo quale è stata la sopresa più strabiliante:"i ghiacci del Polo Sud hanno in media uno spessore di appena un metro, un valore di gran lunga inferiore a quello dei ghiacci del Polo nord, spessi in media 4-5 metri". "Sarà sempre stato così-continua Giuliacci-o si tratta di modificazioni intervenute negli ultimi decenni? Questo è il punto sul quale hanno discusso gli scienziati". "I modelli fisico-matematici di simulazione dell'evoluzione del clima concordano nel prevedere il massimo aumento di temperatura proprio sulle calotte polari." Giuliacci afferma che il continuo riscaldamento darebbe il via ad un processo di "feedback positivo" con riduzione dell'albedo proprio nella zona laddove è ubicato il bordo meridionale della banchisa. L'albedo altro non è che la frazione di energia solare riflessa dal suolo verso lo spazio. La neve riflette quasi tutto il calore che riceve, la terra nuda non più del 25%. Pertanto in un suolo senza neve la terra immagazzina più calore che poi restituisce all'ambiente aumentandone la temperatura. Conclude Giuliacci: "si innesterebbe un processo a valanga" forse senza ritorno. Conseguenze? Le fasce climatiche subirebbero mutazioni notevoli. Tanto per fare un esempio Giuliacci afferma che "regioni come l'Inghilterra, la Norvegia, la parte meridionale della Siberia e il nord del Canada, diverrebbero i granai della terra, mentre la zona del Corn Belt, una vasta zona cerealicola dell'America del nord, andrebbe in crisi a seguito di una persistente siccità"

Autore : Alessio Grosso

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