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Le perturbazioni africane

La vicinanza della nostra Penisola con le terre nord-africane non ci riserva solo l'assidua presenza del notissimo anticiclone, ma ci propone anche insidiose perturbazioni.

Sotto la lente - 25 Settembre 2012, ore 09.44

E chi l'ha detto che dall'Africa arriva solo il sole e il caldo? Se, fino a qualche anno fa l'Atlantico, come fucina di perturbazioni, si "beveva" tranquillamente tutti gli altri processi frontogenetici dell'area mediterranea, ora invece le modifiche dovute ad una nuova impostazione circolatoria a livello generale ha cambiato radicalmente le cose. Le stagioni intermedie, autunno in primis, sono quelle che hanno maggiormente subito tli modifiche.

La Natura però trova sempre un escamotage per sopperire ad una mancanza e così, se le correnti atlantiche non riescono ad abbassarsi a sufficienza fino al Mare Nostrum, sono quelle subtropicali ad alzare la cresta. E proprio l'azione fortemente destabilizzante della corrente a getto subtropicale è all'origine della nascita sui deserti del nord Africa di quelle insidiose trottole cicloniche note appunto come "depressioni africane".

Ebbene, se la dinamica di sviluppo in altitudine è essenzialmente legata alle forzanti prodotte dal transito della corrente a getto, alle quote inferiori è la componente orografica ad assumere vitale importanza. Ricordiamo infatti che una catena montuosa in posizione strategica come quella dell'Atlante, opera sulle correnti in ingresso sul Mediterraneo una sorta di amplificazione d'onda e agevola dunque il processo di "ciclogenesi", ossia della nascita di questi cicloni extratropicali.

Una volta giunti in prossimità di Algeria e Tunisia, questi vortici iniziano ad assumere notevole importanza anche per il tempo del nostro Paese, con particolare riferimento alle nostre regioni meridionali, alle Isole Maggiori e alle regioni centrali. Il richiamo di correnti meridionali molto calde dal cuore dei deserti e il successivo transito sulle acque sempre tiepide del Mediterraneo, crea negli strati bassi dell'atmosfera uno spessore di aria potenzialmente molto instabile. Naturalmente questo potenziale rimarrebbe inesploso se non intervenissero altri fattori a determinarne l'innesco.

Solitamente è la confluenza e il successivo contrasto con l'aria più fredda e secca che entra nel nostro minimo africano a causare la cosiddetta "frontogenesi", ossia lo sviluppo di una perturbazione. Questo processo, unitamente ad altre forzanti come il tiraggio verticale operato dal transito del getto in alta quota, oltre alla presenza di un secondo getto di aria calda alle quote medio-basse, va a "scoperchiare" il substrato instabile finora rimasto inesploso e libera in un solo colpo tutta l'instabilità potenziale.

Ecco che la nostra perturbazione si carica di cellule temporalesche anche di notevoli dimensioni, le quali viaggano poi verso le nostre Isole Maggiori e verso le nostre regioni meridionali, riuscendo a raggiungere in alcuni frangenti anche quelle centrali. I fenomeni sono quasi sempre molto copiosi e intensi e comprendono forti temporali e cadute di grandine. Il pericolo maggiore risiede laddove le correnti fredde discendenti in uscita dalle cellule temporalesche, assumano una traiettoria parallela ma contraria ai flussi portanti in quota; questo giochetto causa lo sviluppo di cellule temporalesche autorigeneranti e quasi-stazionarie, che possono scaricare enormi quantità d'acque sempre sui medesimi luoghi, dando vita a pericolosi e violenti nubifragi.


Autore : Luca Angelini

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