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Staccando l'ombra dalla terra

La decodificazione della scatola nera del volo Milano-Colonia del 15 ottobre 1987.

Racconti meteo - 7 Maggio 2002, ore 08.35

Buona giornata a tutti, mi chiamo Renzo de Visintini, e questo racconto che Vi riporto, permeato di tanta verità e poesia, è tratto dalla decodificazione della scatola nera dell' ATR 42 "Città di Verona" I-ATRH volo AZ 460 Milano/Colonia caduto il 15 ottobre 1987 a Conca di Crezzo. Vi sembrerà quantomeno originale che, in un sito come questo, si possa voler raccontare simili storie, ma aldilà del doveroso omaggio al Comandante Lamberto Lainè, al 1° Ufficiale Pieruigi Lampronti, all'Assistente di Volo il cui nome ahimè non ricordo, ai 34 passeggeri, vuole essere una piccola storia di meteorologia, di quanto talune manifestazioni della natura possano essere devastanti. E' in fondo soltanto la storia di una nuvola e del suo micidiale (in questo caso) carico di goccioline e che " intatta e sgravata di qualche quintale di ghiaccio proseguiva pacifica verso est".. Da "STACCANDO L'OMBRA DA TERRA" (Premio Bagutta 1995) di Daniele Del Giudice Editore Einaudi Tra il secondo 1423 e il secondo 1797 Scese la notte sul campo, erano andati via tutti, i meccanici, Bruno, gli uomini della torre, partita anche la signora del bar, restavo solo con le luci della pista, insetti azzurrini tra l'erba, insetti luminosi e muti in file regolari. Guardavo le ombre dei tavoli proiettate dalla luna sulla terrazza, guardavo la notte, l'orizzonte sconfinato della notte, cielo e mare separati soltanto da sottili strisce di luce di coste lontane. Io mi sentivo custode di questo spazio notturno, qualcuno mi aveva lasciato la chiave della torre, prima di andar via dovevo spegnere le luci della pista. Non ero mai rimasto fino a cosi tardi, la notte d'agosto scivolava in un caldo umido verso il suo cuore più profondo. Forse fu il caldo, o forse mi addormentai, tra un secondo, pensavo, tra un secondo mi alzo e vado via, ancora un secondo e mi alzo, spengo le luci della pista e vado via, e forse l'avrei fatto, stavo per farlo, ma il secondo successivo mi accorsi della loro presenza. Erano seduti nel buio di fronte a me, come avevo fatto a vederli solo adesso? Erano in due, pensai che fosse un'immagine mentale, ma la voce, con un brivido, mi dette la certezza che erano proprio li. Ci fosse stato un tempo così quella sera, disse l'uomo più giovane, ci fosse stata una luna cosi, un sereno cosi..., poi distolse lo sguardo dal cielo, abbassò il viso e mi fissò, e io distinsi con un nuovo brivido i suoi occhi nell'oscurità. L'altro, più anziano, guardava di lato come se volesse rendersi conto del luogo, guardava di lato e con l'unghia di una mano tormentava un'unghia dell'altra, quasi che parlare fosse una fatica o un dolore insopportabile. Adesso, disse il più giovane, adesso, dopo tanto tempo possiamo contare il tempo che fu cosi breve quella sera, un tempo di stupore assoluto, lo stupore con cui nell'istante finale tu dicesti «precipitiamo...» senza nemmeno gridare, con la voce soffocata dalla pressione e dalla gravità che ci tirava giù, rassegnato a un evento incredibile, un evento così stupido, così antiquato, come uno stallo da ghiaccio. Eri tu il comandante, io il tuo secondo, oltre all'età ci separava la tua abitudine ai jet e la mia abitudine all'elica... Si, ero io il comandante disse il più anziano, ma quella tratta la facesti tu, io intervenni solo alla fine, comunque ormai non importa, credimi davvero non importa. Al secondo 1423, riprese il più giovane, tu dicesti alla hostess di distribuire la cena ai passeggeri, ricordi? Avevi un tono conviviale, tutto andava bene, nessuna turbolenza, quando fai il caffè me ne porti un po' con lo zucchero? Le domandasti anche se restava un vassoio in più per noi due, lei rispose che i vassoi erano contati ma forse non tutti i passeggeri avrebbero mangiato, tu ordinasti che se ne fosse avanzato uno sarebbe stato per me. (..)In quei secondi passammo per il punto esatto in cui un altro aereo prima di noi aveva invertito la rotta per via del ghiaccio, ma chi poteva saperlo? Noi eravamo collegati su un'altra frequenza e non sentimmo le sue comunicazioni. Continuammo a salire e al secondo 1653 mi resi conto che qualcosa non andava, perdevamo velocità ascensionale, pensammo tutti e due la stessa cosa, pensammo subito al ghiaccio, io accesi le luci d'ala e cercai di vedere dove si stesse formando, non sembrava anche a te che fosse lungo il bordo d'uscita dell'ala? Tu mi rispondesti si, è là sopra, guarda. Ghiaccio vetroso, il peggiore dei ghiacci aeronautici, ghiaccio che si forma di colpo come uno schiaffo entrando in nube, difficile da mandare via, acqua sopraffusa all'interno di una nuvola, acqua ancora allo stato liquido nonostante la temperatura sia sotto zero, goccioline invisibili in equilibrio instabile che restano goccioline solo per la pellicola d'acqua che avvolge ogni gocciolina e le impedisce di ghiacciare, ma non appena qualcosa urta la pellicola e la rompe le gocciolane solidificano istantaneamente attorno a ciò che le ha rotte, noi entrammo in quella nube a duecentosettanta chilometri l'ora, rompemmo milioni, miliardi di goccioline che solidificarono attaccandosi di colpo alle ali come crostacei a una balena, ci riempiono di ghiaccio vetroso, il profilo delle ali non era più quello, per non parlare del peso. Al secondo 1740 tu mi dicesti guadagna quegli altri quattro nodi se no non saliamo più, e lo eseguii, ma al secondo 1748 ci fu un'improvvisa caduta d'ala dalla mia parte, di colpo l'aereo andò giù sul fianco di quaranta gradi, nemmeno tanti, sembrava una virata stretta, sganciai immediatamente il pilota automatico e presi l'aereo al volantino, fui così rapido che tu nemmeno te ne accorgesti, dicesti stacca l'autopilota e io ti risposi ma lo ho già staccato, al secondo 1750 suonò l'avviso di stallo, cercavo di tener dritto l'aeroplano che cominciava a perdere quota ma ci fu una caduta d'ala dalla tua parte, cento gradi di inclinazione a sinistra, cento gradi, lei sa cosa vuol dire? Domandò il giovane rivolgendosi a me, vuol dire l'ala a coltello, un aereo passeggeri messo a coltello, e scosse la testa sconsolato, al secondo 1755 sentii un colpo sui comandi, era il congegno automatico che spinge in avanti il volantino con una pressione di quaranta chili per fronteggiare lo stato, io dissi a voce alta giù... giù.. giù.... tu dicesti a voce alta fermo... fermo..., e prendesti i comandi. Stallammo di nuovo, era il terzo stallo, questa volta andò in stallo di nuovo l'ala dalla mia parte, altri cento gradi a destra, tu gridasti un'imprecazione contro l'aereo, gridasti mortacci sua, me lo ricordo bene... Il comandante ascoltava come se quei secondi li avesse percorsi e ripercorsi un milione di volte. Lo sente?, mi domandò aggiustandosi la visiera del berretto, sente come ne parla?, 1492, 1653, 1748, come se fossero anni,date storiche, furono appena trecento secondi, cinque minuti, cinque minuti per capire, per renderci conto, per agire disperatamente in una notte di primo autunno, in un attraversamento eterno delle nubi, in un cielo di ghiaccio terribile. Ecco, non facciamo altro, siamo rimasti uniti anche dopo lo schianto, lui non si dà pace, eppure ci attenemmo al manuale, né più né meno, ma vede com'è lui, forse perché è giovane, e lo resterà per sempre. Tacemmo tutti e tre e il nostro silenzio portò in superficie le cicale e il soffio caldo del mare. (..)Poi, riprese piano il giovane in divisa, poi al secondo 1760 l'aereo andò giù di nuovo dalla mia parte, tu mi ordinasti di ridurre motore e io eseguii, al secondo 1764 suonò ancora l'avviso di stato, l'ala dalla tua parte stallò per l\'ennesima volta, e questa volta fino a 135 gradi, l'aereo affondò quasi rovesciato, ci pensa? Un aereo passeggeri in volo rovescio, sospirò il giovane girando la mano col palmo verso l'alto e lasciandola cadere, anche tu e io eravamo rovesciati, e non so come, col sangue alla testa e mentre tutto ballava io riuscii a distinguere l'anemometro tra le luci sul pannello dei comandi, la velocità saliva rapidamente da 185 a 231 nodi, piano piano l'inclinazione si ridusse, cessarono gli stalli d\'ala, pensai ce la facciamo forse, forse lo riprendiamo, tentammo una rimessa cabrando un po', era il secondo 1771, io ti gridai tiralo su... tiralo su..., tu mi rispondesti sto tirando, in quel momento superammo i 250 nodi, la velocità massima operativa, e così prese a suonare anche l\'allarme di overspeed. Al secondo 1779 tu dicesti nuovamente sto tirando, ma eravamo in picchiata, oltre 330 nodi di velocità, il limite massimo di manovrabilità e tu gridasti ho i comandi bloccati, al secondo 1787 gridasti ancora tira su e io ti risposi sto tirando, suonavano gli stalli, suonava l'overspeed, suonava tutto, tutto vibrava e cadeva e a quel punto, davvero non so con quale forza, in quella posizione e a quella velocità io aprii la radio, era il secondo 1789, aprii la radio e dissi Milano, Alitalia 460, siamo in emergenza.... come se quel messaggio potesse salvarci, come se qualcuno potesse fare qualcosa per noi e per l'aereo, capii che l\'avevamo perduto, eravamo perduti, come crederci? Eppure eravamo perduti, e fu a quel punto, al secondo 1797, che tu mi dicesti piano, con voce soffocata, precipitiamo dicesti piano e desolato e stupefatto precipitiamo Il secondo successivo... Ti prego, disse il comandante, ti prego, e lo disse come una preghiera rituale e un po' scettica sul risultato, non tanto perché non volesse ascoltare il fracasso di quell'ultimo istante, forse voleva tranquillizzare il suo primo ufficiale, forse voleva che quell'istante non lo ascoltasse lui, che dimenticasse per sempre quell'istante, preghiera inutile, perché l'istante successivo 2 giovane riprese nello stesso tono, disse non si vedeva più nulla, precipitavamo a diecimila piedi al minuto, io mi accorsi che qualcosa nell'aereo non andava al secondo 1653, al secondo 1797, meno di due minuti dopo, quello non era più un aereo, eravamo semplicemente quindicimila chili di metallo e fibre e plastica e persone che venivano giù a piombo, quasi rovesciati, nel buio e nell'opaco della notte e delle nubi, senza poter far niente, senza neanche renderci conto di come e perché fosse accaduto. Ci pensa? Avevamo sbattuto contro una nube, avevamo preso in pieno una nube che pochi secondi, dopo, intatta e sgravata di qualche quintale di ghiaccio, proseguiva pacifica verso est, e il mattino dopo, quando ci trovarono in un bosco, scivolava inconsapevole sullo Ionio o sui Balcani. Di nuovo ci fu silenzio, pensai di prendere la mano del primo ufficiale vincendo la paura, che cosa poteva capitarmi? Era un gesto di solidarietà e come tale, pensai, Qualcuno o la Natura o il Cosmo mi avrebbero esentato da ogni orrore o conseguenza, ma il comandante mi lesse il gesto nello sguardo e con tranquillità fece cenno di no scuotendo la testa. Chi l'avrebbe detto che saremmo tornati a volare a esca alla vigilia dei duemila? Eppure noi facemmo quel che c'era scritto sul manuale, né più né meno, rispettammo il manuale dell'aereo alla lettera, da qualche parte doveva esserci un errore o un'incompletezza, disse il giovane fissandomi negli occhi. Il comandante rispose per me, è inutile parlarne disse col tono di una consolazione rituale, con quel ghiaccio non ce l'avremmo fatta comunque, ghiaccio vetroso, ghiaccio severo, credimi, nessuno ce l'avrebbe fatta. (Sai, disse il più giovane, mi sono sempre chiesto che cosa pensa chi ascolta le voci dei piloti morti nel voice recorder, quella delle due scatole nere che dà le voci di cabina. Io ho conosciuto uno che faceva questo mestiere, disse il comandante, era un vecchio tecníco di volo in pensione, lavorava nelle commissione d'inchiesta sui disastri aerei, una volta gli domandai ma non ti fa impressione ascoltare quelle voci?, lui rispose no, perché? Ma cosa cerchi che non sia già nel flight recorder, nella registrazione delle manovre di volo? Cerco il tono delle voci, è importante sai, mi disse, il tono delle voci.. (...)

Autore : Renzo de Visintini

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