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Il gelido inverno 2003-2004 2^ parte

Immaginiamo con Francesco Silenzi di trovarci nel 2025 e di ripercorrere lo cronaca meteorologica dell'inverno 2003-2004.

Racconti meteo - 29 Maggio 2003, ore 14.28

Lo storico Febbraio 2004 Il 1° Febbraio 2004 è una data che rimarrà negli annali della meteorologia italiana come l’inizio della più importante ondata di gelo e neve della storia climatica nazionale degli ultimi centosettantanni almeno! Infatti, tra il 01° ed il 20 del mese l’intera Penisola e più in generale quasi tutto il Continente Europeo subirono l’inesorabile ed invincibile colpo di grazia di un inverno a dir poco incredibile in quanto a temperature rigide e precipitazioni nevose (il tutto, bisogna dirlo, per una concomitanza di eventi climatico – meteorologici che ha dello straordinario, in quanto l’Europa subì l’attacco del gelo prima per la diminuzione della Corrente del Golfo e poi per un fortissimo strat-warming!). Appunto, il 1° Febbraio per l’Italia cominciò la resa dei conti finale dell’inverno 2003/ 2004, e ciò avvenne nel modo più spettacolare possibile. La Penisola infatti fu teatro di un vero e proprio uragano di neve, una classica “bomba-bianca” della peggior specie. Il fenomeno ha pochi precedenti nella storia climatica italiana e sicuramente fu tanto più impressionante e distruttivo quanto più per il fatto che gli ultimi inverni non avevano mai fatto la voce grossa sul Mediterraneo Centrale. La sera del 31 Gennaio, come già detto in precedenza, dei temporali anche intensi avevano scaricato molta pioggia al Nord e su parte del Centro, ma con la rottura del tempo arrivarono in breve anche il grande gelo e la neve dal Nord Europa. Il fronte freddo che aveva già spazzato mezzo Continente dalla Spagna alla Polonia, irruppe con decisione nel Mediterraneo Centrale e così la mattina presto del 1° Febbraio i meteorologi italiani avvisarono in tutta fretta la popolazione di un intenso peggioramento che si sarebbe esteso nelle ore seguenti da ovest verso est e da nord a sud, investendo tutto il Paese. Alle 07:00 nevicava già fitto e a larghe falde su tutto il Piemonte, la Liguria centro-occidentale e la Sardegna Settentrionale. Un vortice ciclonico stava approfondendosi in maniera notevole appena a nord-ovest della Sardegna e la Costa Azzurra era alle prese con venti di Mistral fino a 130 km/h. e bufere di neve che si attardavano fino alle spiagge. Alle 08:00 il vortice depressionario era in spostamento verso e/se e aveva raggiunto al suo interno una pressione di 992 mb.. Il suo obiettivo sembrava il Golfo di Genova e proprio la città ligure vide la pioggia battente trasformarsi in neve intorno alle 07:50, con il vento che rinforzava da nord, toccando punte di 60 km/h.. La grande tempesta era cominciata e gli eventi precipitavano! Durante il resto della mattinata la pressione all’interno del Ciclone Mediterraneo scese al valore minimo di 987 mb. e alle 11:00 il centro di bassa deviò improvvisamente verso s/e, puntando sul Tirreno. Allora la Sardegna venne investita dal clou della perturbazione, con venti che rinforzarono fino a 50 nodi, sospingendo nubi cariche di neve da n/w. Tutta la parte centro-settentrionale dell’Isola venne imbiancata e la temperatura scese sottozero ad Alghero ed Olbia. Ma poco dopo lo zero termico si abbassò fino a Cagliari, dove la neve fece una fugace ma incisiva comparsa: un rovescio intensissimo scaricò sul capoluogo 10 cm. di neve fresca in appena mezz’ora. L’uragano di neve alle 12:00 era in mezzo al Tirreno e sembrava raccogliere le forze per l’assalto finale. La neve intanto cadeva su tutta la Pianura Padana e le cime Alpine, specie quelle rivolte verso nord, erano spazzate da venti gelidi e furiosi: alle 12:00, appunto, a Milano nevicava forte con –1°, ma la neve cadeva intensa pure al San Bernardino con il termometro precipitato a –14°, mentre Torino era nuovamente alle prese con parecchi centimetri di neve. A Genova era in corso un vero e proprio blizzard, mentre anche Firenze, Perugia e Viterbo capitolavano. Le cose si complicarono nel primo pomeriggio, quando l’aria gelida che stazionava a nord delle Alpi trovò un altro sbocco proprio dal Golfo di Trieste verso sud, richiamata dal “ciclone” che intanto abbordava il Lazio. Così ciascuna supposizione dei meteomen italiani si rivelò fondata e il tempo accontentò un po’ tutti, in quanto l’ingresso del gelo avvenne sia dalla Valle del Rodano che dalla Porta della Bora, quasi in contemporanea. C’è da dire che in Austria, Repubblica Ceca e Ungheria, quel 1° febbraio, le massime non superavano i –7° in pianura, pertanto le correnti che presero a spirare da quella direzione non potevano che essere freddissime. Anche sul resto d’Europa comunque non andava meglio, se non sugli Stati più orientali e sulla Russia occidentale, dove il richiamo caldo da sud che precedeva il ciclone in formazione sull’Italia, aveva fatto salire le temperature fin quasi ai 10° sopra lo zero. In Germania, Francia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito, invece, la neve resisteva al suolo nonostante i cieli oramai sereni e la temperatura si manteneva sottozero anche in pieno giorno: la massima infatti si fermò a –3° a Londra, –5° a Parigi e –8° a Francoforte! Ma, tornando in Italia, alle 13:30 la bora a Trieste toccò improvvisamente i 130 km/h., mentre una tormenta di neve spaventosa, con venti da nord-est a 50 km/h., investiva in successione Venezia, Ferrara, Ravenna, Bologna e Rimini: le temperature su queste zone passarono dai +5° / +6° ai +0° / –1° in pochi minuti. Gli incidenti stradali non si contavano più e le autostrade del Centro-Nord Italia, nonostante gli avvisi della Protezione Civile, erano disseminate di paurosi ingorghi. Molti paesi e piccole città entro sera sarebbero stati isolati dalla neve, in pianura come in montagna. Intorno alle 14:30 ci fu la convergenza della tempesta di neve in arrivo da ovest e dell’aria gelida da n/e proprio sulle regioni centrali italiane, che sarebbero risultate le più colpite dal maltempo. I venti si disposero prima da ovest/sud-ovest e rinforzarono in maniera spaventosa per poi girare verso nord/nord-est: a Roma Fiumicino alle 13:58 venne registrata la raffica massima di 150 km/h. da sud-ovest, con la temperatura crollata a +3° e la neve che iniziava a sostituire la pioggia che da qualche ora cadeva intensa allagando la Capitale. Nelle Marche ed in Abruzzo la parte fredda del Ciclone si tradusse in una diminuzione di temperatura di c.a. 20° in poche ore e due trombe d’aria investirono l’Anconetano ed il Teramano. Ci furono diversi feriti, specie a nord-ovest di Ancona, dove delle case vennero addirittura scoperchiate! Passata la furia del vento, fu la neve ad impadronirsi delle zone che si affacciano sul Medio Adriatico ed entro sera sia le coste che le zone interne dalle Marche al Molise e dalla Toscana al Lazio divennero teatro di un blizzard colossale. I venti spiravano con forza notevole da nord-est sulle regioni adriatiche e da nord-ovest su quelle tirreniche, convergendo verso il nucleo depressionario freddo che oramai lambiva il Meridione (con una pressione minima di 988 mb. registrata al largo della Campania alle 19:00). Alle 18:30 a Firenze e Roma nevicava ancora, rispettivamente con –2° e +0°, mentre ad Ancona, Pescara e Perugia le bufere da nord-est avevano accumulato rispettivamente 10, 5 e 20 cm. di neve fresca. Le temperature su queste zone erano sottozero e sull’Appennino ai metri di neve già presenti si aggiunsero accumuli notevoli e diffusi. La popolazione guardava impotente il rincorrersi degli eventi e quanti si avventuravano fuori casa, quella storica sera del 1° Febbraio, non parlavano altro che del clima impazzito. Molti supermercati vennero addirittura presi d’assalto e ci furono momenti di tensione con risse e saccheggi in diverse città, tanto che in più casi dovettero intervenire le forze dell’ordine. I telegiornali delle 20 dedicarono quasi interamente i loro servizi alla nuova emergenza maltempo e cercarono di rassicurare la popolazione sul fatto che presto tutto sarebbe tornato alla normalità. Diversi climatologi vennero intervistati dicendo che una situazione del genere era sì eccezionale, ma che nel passato l’Italia aveva attraversato altre ondate di maltempo invernale simili. Nella tarda serata altre trombe d’aria e forti temporali spazzarono il Sud, segnando il passaggio del fronte freddo. Numerose persone rimasero ferite dal vento e in incidenti stradali. Alle 21:30, mentre su Potenza cominciava a nevicare, un pulman uscì di strada per la scarsa visibilità rimanendo in bilico su di un costone roccioso alla periferia del capoluogo. Per fortuna dopo poche ore i passeggeri vennero tratti in salvo, proprio pochi minuti prima che il mezzo precipitasse nel vuoto in mezzo alla tormenta. Alle 23:30 nevicava fitto su tutta la Puglia e Bari veniva per l’ennesima volta coperta di una coltre bianca. Anche Napoli era sotto la bufera, così come entrambe le coste della Calabria. Fiocchi fradici venivano segnalati pure a Palermo, Messina e Catania, con le temperature in picchiata. Al Centro e sulla Sardegna invece la situazione migliorava e al Nord l’emergenza poteva dirsi conclusa ma dopo 24 ore di tempesta l’Italia sembrava uno sterminato campo di battaglia: le città del Centro-Nord erano quasi tutte senza elettricità e con le linee telefoniche per lo più intasate. Le ferrovie risultavano bloccate in decine di punti e le autostrade erano state chiuse nel 90% del territorio a nord di Roma. I paesi isolati erano numerosi e le persone disperse aumentavano col passare delle ore. La neve ricopriva l’intero territorio peninsulare, quasi tutta la Sardegna e parte della Sicilia. Il manto bianco ammontava a 40 cm. a Torino, 20 a Bolzano (caduti in pochissimo tempo), 35 a Bologna, 30 a Venezia, 25 a Firenze e Perugia, 10 a Roma, 15 ad Ancona e 10 a Pescara. Ma anche Napoli, Bari, Cosenza e Messina avevano visto posarsi un velo bianco su tetti e strade. A L’Aquila una tempesta infernale ancora imperversava quando alle 23:00 la neve aveva raggiunto gli 80 cm. nei punti esposti. In Sardegna l’interno dell’Isola era seppellito da più di un metro di neve congelata e la coltre bianca era di parecchi centimetri anche sulle coste. Le temperature alle 23:00 erano sottozero, seppur di poco, in tutto il Centro-Nord e la Sardegna, mentre sfioravano lo zero sulle coste del Sud per spingersi più sotto nell’entroterra. Durante la notte tra il 1° ed il 2 Febbraio 2003 gli ultimi rovesci nevosi colpirono il Centro, mentre al Nord i cieli si schiarirono rapidamente facendo scendere le minime abbondantemente sottozero (–9° a Torino, –8° a Milano e Bologna, –10° a Bolzano e –6° a Venezia). Il Sud invece doveva ancora fronteggiare il ciclone che però sembrava avere tutta l’intenzione di abbandonare il Bel Paese, diretto velocemente verso l’Albania e la Grecia: la neve cadeva copiosa da Napoli a Bari e da Foggia a Messina. Anche il centro di Palermo e quello di Catania vennero imbiancati per alcune ore, fatto più unico che raro. Il mattino del 2 Febbraio i principali quotidiani italiani erano in gran parte dedicati alla tempesta che aveva investito il Paese il giorno prima e titolavano a caratteri cubitali “LA TEMPESTA DI NEVE DEL SECOLO”, “GELO E NEVE: LA MORTE BIANCA” o comunque cose di questo tipo. Dopo dell’Italia fu la volta dei Balcani e dell’Europa Sud-Orientale, anche loro già alle prese con “l’inverno del secolo”. Tra il 2 ed il 3 febbraio la profonda depressione e la tempesta di neve ad essa associata attraversarono da ovest verso est tutte le regioni affacciate sul Mediterraneo Centro-Orientale, i Balcani e l’Europa dell’Est. Al suo passaggio si attivarono ovunque gelidi venti settentrionali e la scia di danni e pesanti disagi oramai era vasta chilometri e chilometri. Bufere di neve spazzarono a ripetizione Belgrado, Bucarest, Istanbul e Atene. Ma il 3 febbraio il freddo ed in alcuni casi anche le nevicate si spinsero fin quasi alle coste centro-settentrionali della Tunisia e dell’Isola di Cipro. Un paesaggio surreale era quello che si presentava dal satellite nei giorni immediatamente seguenti al “Ciclone Bianco”. Si poteva ammirare l’intera Europa imbiancata, come mai era successo prima a memoria d’uomo: neve e ghiaccio avevano steso la loro coperta bianca dal Regno Unito alla Grecia, dalla Spagna centro-settentrionale alla Scandinavia e dall’Italia alla Russia Europea, lasciando le popolazioni a fronteggiare le temperature rigidissime che seguirono l’evento. Infatti, una volta allontanatosi verso il Medio Oriente, il “Ciclone Bianco” lasciò il posto al centro del Continente Europeo ad una vasta e forte alta pressione che aveva le sue radici tra la Groenlandia, la Scozia e la Norvegia. I valori di pressione già il giorno 3 avevano raggiunto i 1026 mb. a Londra ed i 1028 ad Oslo. Il 5 febbraio quei valori li ritrovavamo un po’ su tutto il Centro-Nord dell’Europa. Anche se i cieli si erano rasserenati e vi erano solo residui rovesci di neve tra la Germania ed i Paesi Alpini portati dai venti tra nord e n/w, le temperature, anche grazie all’irraggiamento notturno, scesero ben presto a livelli da record. Come abbiamo visto già il 2 febbraio le minime sulla Pianura Padana si erano portate tra i –5° ed i –10°; ebbene, già la notte seguente a Torino si misurarono ben 16° sottozero, a Bolzano –18° e a Venezia –12°. Ma i valori più bassi spettarono ad Arezzo e a Piacenza, con –19°. Il ghiaccio si fece nuovamente spesso e duro su gran parte d’Italia, con pesanti conseguenze sui trasporti. I meteorologi italiani rimasero sbalorditi nell’osservare nuovamente durante quel lungo e tremendo inverno dei valori sottozero a due cifre in città di pianura sia del Nord che del Centro, ma continuavano a ripetere che il peggio era ormai passato, visto che l’episodio di strat-warming poteva dirsi concluso. Quello che però non volevano ammettere era che sebbene le tempeste di neve potevano a tutto diritto considerarsi un capitolo chiuso, non sarebbe stato così riguardo al freddo polare ancora per giorni e giorni, stante la forte alta pressione protesasi dalla Groenlandia. Ed infatti anche il 6 febbraio fu un giorno di ghiaccio: in Europa il cielo si era oramai completamente rasserenato quasi ovunque (nevicava ancora, ma sporadicamente, solo in Polonia, Ucraina, Romania, Bulgaria e Turchia). Le temperature minime quindi scesero ben al di sotto dello zero in ¾ del Continente: a Berlino si toccarono –21°, –15° furono registrati a Parigi e –13° a Londra. Ma andava peggio a Vienna e Monaco, con le minime rispettivamente crollate a –23° e –25°. A Praga e Belgrado si scese a –22° e –18°, mentre persino Barcellona, ancora imbiancata, toccò il valore eccezionale di –6°. Per l’Italia quella fu la giornata peggiore in fatto di freddo: a Bolzano il termometro scese a –19°, la stessa temperatura venne toccata a Torino e Novara, mentre Piacenza scese a –22° e Bologna a –20°. Anche di giorno in tutte queste località i termometri rimanevano sotto lo zero, ma il sole (dove non vi erano nebbie o foschie), rendeva le temperature più sopportabili. A Venezia la sera del 6 febbraio un vaporetto rimase incagliato tra i ghiacci nella parte più interna della laguna, mentre il termometro segnava già i –7° (quella mattina all’aeroporto la temperatura era scesa a –14°). Anche al Centro non andava meglio: l’alta pressione dal Grande Nord aveva spazzato le nubi e fatto scemare i venti così che la mattina del 6 febbraio a Firenze c’erano –19°, ad Ancona –15° e a Pescara –13°. Roma si fermò a –9°, mentre nelle conche appenniniche ancora sepolte dalla neve i termometri registrarono addirittura punte di –35°. Al Sud le minime più basse furono quella di Bari, con –7°, e quella di Napoli, con –6°. La neve intanto rendeva ancora difficili i collegamenti con le zone appenniniche ed alpine: in alcuni villaggi in alta quota la popolazione doveva convivere con muri di neve gelata alti anche diversi metri. A Capracotta, località abruzzese sui 1200 mt., i cittadini dovettero essere evacuati con degli elicotteri appena si era placata la tempesta di inizio febbraio, perché la neve aveva raggiunto in più punti il valore storico di 7 metri! La stessa situazione si registrava nei paesi più alti dell’Appennino Emiliano, Umbro – Marchigiano, Molisano e Lucano. Nelle Alpi la situazione stava facendosi critica sia in Austria che in Svizzera, colpite da oltre una settimana di forti nevicate: in quota la neve era alta fino a 12 metri, mentre nei paesi sopra i 1000 mt. raggiungeva comunque i 3 metri di spessore. Tra il 7 ed il 20 del mese la situazione a livello europeo rimase pressoché immutata, con l’alta pressione sempre forte e vasta ad abbracciare nel suo gelido respiro gran parte del Continente. I suoi massimi, intorno ai 1032 mb., si posizionarono dopo il 10 febbraio tra la Germania e la Polonia, facendo sì che sull’Italia le correnti giungessero costantemente da e/ne, mantenendo i cieli sereni e le temperature glaciali. Mentre i giornali davano ancora ampio spazio alla storica ondata di gelo e neve, paventando di essere appena entrati nella nuova Era Glaciale e propinando ai lettori decine e decine di consigli per affrontare la rivoluzione climatica in corso, milioni di Europei sembravano se non abituati, almeno rassegnati a vivere in mezzo alla neve e alle temperature rigide. Nonostante il gelo continuasse intensissimo ed imperterrito nel suo assedio al Vecchio Continente, le scene di panico, i saccheggi ai supermercati e gli esodi di massa dai paesi più isolati finirono per scomparire. Tra il 7 ed il 20 febbraio i cieli rimasero pressoché sereni dalla Scandinavia alla Spagna e dall’Italia al Regno Unito. La neve ancora presente quasi ovunque favorì nuovi record del freddo in diverse località: oramai le minime delle pianure tedesche e della Francia Orientale scendevano quotidianamente sotto i –20°, mentre a Praga il termometro toccò i –27° (un record storico!) l’11 del mese. A Belgrado le minime scesero a –25° per tre giorni di fila, ma anche le massime non scherzarono, rimanendo ancorate sui –10°. I principali fiumi e laghi europei tornarono a gelare e quelli che non avevano risentito affatto del disgelo occorso in gennaio videro lo strato di ghiaccio aumentare a vista d’occhio. Oramai si poteva tranquillamente attraversare in auto gran parte del Lago Balaton, del fiume Elba, della Moldova, del Danubio e del Reno. Anche il Po tornò a gelare tra Torino e Mantova. Le minime durante la seconda decade di febbraio scesero fino a –22° a Torino, –21° a Verona e Bolzano, –18° ad Udine, –8° a Genova, –24° a Bologna, –17° a Venezia, –23° a Firenze, –17° a Pisa, –16° ad Ancona, Rimini e Perugia, –14° a Pescara, –12° a Roma e –9° a Bari e Napoli. Anche Palermo scese sottozero, seppur soltanto di un grado, la notte del 10 febbraio. Le massime non furono da meno e rimasero sottozero su tutte le città del Centro-Nord tra il 7 ed il 12 Febbraio! Solo dopo il 20 le cose cominciarono nuovamente a cambiare e l’alta pressione che aveva regnato sovrana sull’Europa per quasi un mese si ritirò nel nord del Continente. Così tornarono prima le correnti atlantiche, ma molto indebolite dal fatto che la temperatura dell’Atlantico era scesa ben al di sotto del valore normale, inibendo la formazione delle nubi. Le poche precipitazioni che i fronti arrecarono furono nevose e andarono ad accumulare un altro velo bianco in numerose località del Regno Unito, dei Paesi Bassi, della Francia e della Germania. Le temperature su queste zone salirono anche di 10° in poche ore, con l’ingresso dei venti occidentali. Poi, tra il 24 e la fine del mese un’alta pressione subtropicale, proveniente dal Marocco, risalì l’Europa verso Nord-Est, proteggendo il Mediterraneo Centro-Occidentale e l’Europa Centrale. Sulla parte centro-settentrionale dell’Europa continuarono a susseguirsi modesti fronti atlantici mentre il gelo era ormai limitato alla Scandinavia e all’Islanda. Le temperature si portarono quasi ovunque su valori intorno alle medie del periodo e finalmente iniziò il vero disgelo per molte regioni europee. Il mese si chiuse con i ghiacci che si stavano gradualmente ritirando da fiumi e laghi e con la neve che scompariva giorno dopo giorno in progressione da sud verso nord, sotto l’incalzare delle giornate soleggiate e sempre più lunghe. Ma, come vedremo, anche se il peggio era veramente passato una volta per tutte, l’inverno non era affatto finito sul Vecchio Continente e doveva ancora giocare le sue ultime carte. Marzo / Aprile / Maggio 2004 Infatti durante il mese di Marzo, dopo un inizio tranquillo e con temperature nelle medie su gran parte d’Europa, l’alta russo – scandinava risorse nel Nord-Est del Continente, facendo capolino tra il flusso atlantico esteso in quei giorni dal Regno Unito alla zona di Mosca. Come una spada di Damocle, l’Anticiclone termico era tornato a pendere sulle teste di milioni di europei e i meteorologi si accorsero che quello storico inverno che stava vivendo tutto il Vecchio Continente non ne voleva sapere di andarsene in pensione! Sulle regioni italiane, comunque, i grandi cumuli di neve ammucchiati qua e là nei paesini e nelle campagne, così come nelle grandi città, si scioglievano rapidamente. Ma nelle montagne dell’Appennino e sulle Alpi esposte a nord o ad est il manto nevoso superava abbondantemente il metro d’altezza, raggiungendo i 6 – 12 metri sopra i 2000 mt. di quota. Nel resto dell’Europa Meridionale i ghiacci e la neve erano stati completamente cancellati dal sole alle quote medio-basse, soprattutto in Spagna, Grecia e Turchia. Ancora, invece, vaste zone dell’Europa più orientale e dei Balcani erano imbiancate e le minime, tra una debole perturbazione atlantica e l’altra, scendevano abbondantemente sottozero: è il caso di Belgrado e Bucarest, rispettivamente con una minima di –7° e di –10° il giorno 4 Marzo. Anche sull’Europa Centrale e sui Paesi Alpini uno strato di neve (seppur notevolmente ridotto) permaneva al suolo, favorendo un forte irraggiamento notturno che portava le minime sottozero. I fiumi ed i laghi nel cuore dell’Europa continuavano ad essere parzialmente congelati, ma le cose andarono meglio tra il 7 ed il 12 del mese, quando tre perturbazioni atlantiche in successione investirono in un modo o nell’altro gran parte del Continente, portando le prime vere piogge primaverili e venti assai più miti tra sud ed ovest. Le minime risalirono ovunque sopra lo zero (almeno in pianura), e la neve si sciolse in poco tempo su tutte le aree centro-orientali europee, andando però ad ingrossare minacciosamente i fiumi. Fortunatamente le piene dei vari corsi d’acqua non causarono gravi danni, se si eccettua quella della Vistola, la quale, nei pressi di Varsavia, esondò il giorno 11 Marzo causando la morte di 21 persone. La sciagura dipese dal fatto che poco più a nord della capitale polacca, i ghiacci ammassati dal fiume in piena avevano opposto una specie di barriera al flusso del fiume, che poi era straripato. La botta fredda di Marzo avvenne quando la terza perturbazione che interessò l’Europa, chiamata “Virgin” dai tedeschi, si invorticò all’altezza dell’Ungheria, richiamando aria gelida dalla Scandinavia settentrionale e dalla Nuova Zemlya, dove ancora l’anticiclone russo – scandinavo si faceva sentire. Il 13 Marzo un fiume d’aria fredda di diretta estrazione artico – siberiana seguì il fronte nel suo movimento verso i Balcani ed investì la parte centro-orientale del Vecchio Continente. Molti Stati si ritrovarono così in piena emergenza: in Polonia, dopo le alluvioni di pochi giorni prima, il Governo si trovò totalmente impreparato all’ondata di freddo e vi furono ben 17 vittime per congelamento o per incidenti stradali. A Varsavia una tempesta di neve paralizzò la città tra il 13 ed il 14 Marzo, quando la temperatura scese a ben –14°. Berlino fu un’altra capitale fortemente colpita: una bufera di neve con venti da nord a oltre 90 km/h. mandò in tilt i trasporti. La città vide il termometro passare da +6° a –9° in meno di 24 ore! L’avanzata del grande freddo e dell’aria instabile (in quota vi era un nocciolo d’aria gelida con valori fino a –18° ad 850 hPa) non trovò difficoltà ad investire pure l’Italia nella giornata del 15 Marzo, perché la perturbazione atlantica ormai aveva generato una depressione sui Balcani, che faceva affluire venti molto freddi da n/e sul Bel Paese (oltre che su tutta l’Europa Centro-Orientale). Proprio il 15 Marzo, una volta ancora la Bora prese a spazzare con violenza Trieste, che vide susseguirsi intensi rovesci di neve. Poi temporali nevosi fecero tornare bruscamente in pieno inverno tutte le regioni del Nord-Est e del Medio Adriatico: la neve prese a cadere quasi subito fino in pianura, imbiancando Venezia, Verona, Bologna, Rimini, Perugia, Ancona e Pescara. Entro sera la neve cadeva sotto forma di forti rovesci anche sul Molise e su Bari, mentre alcuni fiocchi portati dai forti venti freddi da n/e si spingevano fino a Firenze e Roma. Sul resto del Nord il cielo era quasi sereno ma venti tesi e ghiacciati da n/e avevano fatto scendere le temperature nuovamente sottozero (alle 21:00 del 15 Marzo a Torino c’erano –3°, a Milano –4°, a Venezia e Trieste –2°, a Bologna –4° e ad Ancona e Pescara –1°). Campobasso decretò la chiusura delle scuole per il giorno seguente, visto che alle 18:00 c’erano già 35 cm. di neve fresca con una temperatura crollata a –5°. Il 16 Marzo i venti forti e gelidi dal Nord-Est dell’Europa continuarono a spazzare l’Italia intera, portando temperature eccezionali per il periodo e rovesci nevosi fin sulle coste del Medio e Basso Adriatico. Ecco alcune min. / max. di quel giorno: Torino –7° / +1°, Venezia –4° / +2°, Bologna –6° / +1°, Firenze –4° / +4°, Ancona –3° / +2°, Pescara –2° / +1°, Campobasso –7° / –5°, Bari –0° / +2°. La depressione generata dal fronte atlantico e dall’aria gelida da n/e, che fino al giorno prima stazionava sui Balcani, era oramai posizionata in territorio greco e sospingeva venti gelidi e nevicate fin sulle coste della Romania, della Bulgaria e della Turchia occidentale. Dalla sera del 16 Dicembre la neve imbiancò anche le alture di Atene e durante la notte seguente sulla città caddero 5 cm. di neve. Poi l’ondata di freddo si stemperò e i venti provenienti dalla Scandinavia e dalla Russia si placarono, lasciando sempre posto però a temperature assai rigide (min. di –13° a Belgrado la mattina del 18 e di –15° a Bucarest la notte del 19 Marzo). Durante il resto del mese il tempo continuò ad essere piuttosto freddo, anche se decisamente più tranquillo, su tutta la metà Centro-Orientale dell’Europa. Aprile fu lo stesso influenzato da un forte anticiclone di natura ibrida (sia termica che dinamica) sul Nord e l’Est del Continente, il quale mantenne i suoi massimi di pressione (fino a 1040 mb.) tra la Scandinavia e la Russia. Questo inviò a più riprese aria fredda fino all’Italia, ogni volta che una perturbazione più intensa generava una depressione sul Mediterraneo Centro-Orientale. Le precipitazioni furono piuttosto abbondanti un po’ su tutta la Penisola e le nevicate continuarono ad assediare le zone montuose sia dell’Appennino che delle Alpi Orientali, spingendosi in qualche occasione fin quasi al piano, come durante l’ondata di freddo del 19 – 20 del mese. In questa occasione un veloce fronte freddo dalla Russia fece cadere un po’ di neve persino a Milano, Torino, Venezia, Bologna, Ancona e Firenze, ricacciando verso il basso i termometri. Le ultime gelate in pianura (segnatamente nelle regioni del Centro-Nord), fecero la loro apparizione intorno al 25 Aprile, quando Bolzano scese a –2°, Milano a +0° e Torino e Firenze a –1°. Ciò, neanche a dirlo, causò pesantissimi danni alle colture, già provate in maniera tremenda dall’inverno appena trascorso. La stessa situazione, ma con temperature ancora più basse, la stavano vivendo gli Stati dell’Europa Orientale, mentre sulla parte occidentale del Continente la primavera seguiva ormai il suo corso. Maggio fu lo stesso un mese piovoso e freddo sull’Italia, con temperature decisamente inferiori alla media un po’ su tutta la Penisola. Sulle Alpi e sugli Appennini la neve era ancora alta parecchi metri alle quote medio-alte, facendo ben sperare per la nascita di nuovi nevai estivi. Solo dopo il 20 – 25 del mese si ebbero temperature sui +25° sulle zone di pianura del Nord e a fine mese un caldo quasi estivo aveva finalmente abbracciato tutta la Penisola. L’estate del 2004 ed il seguito… Così anche quell’inverno apparentemente infinito e duro come pochi altri lo erano stati per il Vecchio Continente, solitamente esente da freddi estremi, era volto al termine, ma la ferita provocata rimase impressa a lungo nell’Europa e negli Europei stessi. Alcune cifre basterebbero da sole a far capire la portata dell’evento: tra la fine del Novembre 2002 e la fine del Marzo del 2003 in Europa e nelle Russia Europea erano morte a causa del freddo e del maltempo ben 40.000 persone (25.000 solo nella Russia Europea)! Una cifra spaventosa, più simile all’esito finale di un’ecatombe che di un inverno particolarmente freddo e nevoso. Ciò va spiegato anche con la mancata attenzione riservata agli allarmi lanciati già a fine novembre da meteorologi e climatologi, che la popolazione ed i vari governi non avevano nemmeno ascoltato. Così si sarebbero potute salvare molte vite se davvero ci si fosse resi conto in tempo a che cosa si stava andando incontro. Ma gli Europei non conoscevano più la tremenda forza dei veri inverni che invece, neanche due secoli prima, mettevano ancora in ginocchio ogni anno l’intera popolazione del Continente. I danni totali causati dalle temperature eccezionalmente basse e dagli episodi di maltempo ammontarono in tutto il Continente a 300 miliardi di euro. Ma i danni economici furono sicuramente maggiori. L’agricoltura di molti Stati, soprattutto delle zone balcaniche e dei Paesi Mediterranei, venne messe in ginocchio, così come i commerci ed il turismo di molte Nazioni. L’evento sconvolse milioni di persone e in neanche tre mesi era sotto gli occhi di tutti che era in corso quella che poi fu ribattezzata “La prima rivoluzione del Nuovo Millennio”. Una rivoluzione strettamente climatica, ma che dettò un vero e proprio cambiamento nel modo di pensare e di agire della gran parte dell’opinione pubblica. Dopo il freddo e le nevicate tremende di quei lunghi mesi invernali, giornali, quotidiani e rubriche televisive apposite entravano ogni giorno nella vita della gran parte dei cittadini europei spiegando loro i segreti del clima, gli sconvolgimenti avvenuti ed ancora in atto e soprattutto i possibili scenari futuri. Decine di trasmissioni cercavano di spiegare ai cittadini come difendersi dal freddo e dalla neve, come curare le proprie piante e le proprie attività una volta che fosse ritornato l’inverno, come costruire le proprie case per renderle più sicure contro gli attacchi del “Generale”. Ciò che di positivo aveva lasciato il terribile inverno 2002/2003 fu un’attenzione prima d’allora mai vista nel Vecchio Continente nei confronti della meteorologia e della climatologia. Non a caso, solo pochi mesi dopo, tutti gli Uffici Generali per la Meteorologia di ogni singolo Stato dell’Unione Europea si unirono in un unico grande centro con sede a Milano. A settembre venne anche mandato in onda il primo canale satellitare europeo (con rubriche nelle varie lingue del Continente), tutto dedicato alla meteorologia, un po’ sull’impronta del Weather Channel Americano. L’estate del 2003, nonostante allarmismi catastrofici che la volevano glaciale e funestata da terribili alluvioni, fu una normale estate mediterranea sulle zone più meridionali del Continente (come l’Italia), mentre si mantenne solo un po’ più fresca e piovosa del normale in tutto il Centro ed il Nord del Continente. Tra maggio e settembre vennero effettuati un’infinità di studi e monitoraggi della Corrente del Golfo, la quale dalla metà di Agosto sembrava aver deciso di riprendere il proprio corso abituale. Era certo che comunque il grande fiume caldo che aveva protetto l’Europa fino a quel momento, impedendole di diventare come il Canada e il nord degli Stati Uniti (posti alla medesima latitudine), non sarebbe stata più la stessa. Comunque la “nuova era glaciale” chiamata in causa già durante il Dicembre del 2003 non poteva dirsi ancora iniziata. Gli inverni successivi furono sì assai rigidi se paragonati a quelli precedenti al 2003/2004, ma furono niente in confronto a quello storico appena trascorso. L’Europa inoltre si attrezzò in fretta e con ottimi risultati per affrontare un clima più freddo e nevoso, e ciò si tradusse in una riduzione delle emergenze e delle vittime causate dal gelo. La serie di inverni assai freddi e nevosi si interruppe con l’inverno 2005/2006, che sembrò far ritornare l’Italia ai tipici inverni stile anni ’90. Si andò avanti così fino a quella che davvero fu l’inizio della Nuova Piccola Era Glaciale che ancora stiamo vivendo, ossia fino al memorabile inverno del 2016/2017, seguito all’esplosione del Vulcano Laki. Ma questa è un’altra storia, e la conosciamo tutti molto bene…

Autore : Francesco Silenzi

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