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Il gelido inverno 2003-2004 1^ parte

Così nel 2025 Francesco Silenzi ricorderà l'incredibile stagione invernale 2003-2004.

Racconti meteo - 27 Maggio 2003, ore 09.25

NOVEMBRE-DICEMBRE 2003 I segnali di un grande cambiamento meteorologico in vista dell’inverno che stava per arrivare giunsero alla fine di Novembre 2003. In quei giorni degli scienziati svedesi e norvegesi avevano completato lo studio ed il monitoraggio della corrente del Golfo in Atlantico ed in particolare sulle coste europee. Le notizie che fecero il giro del mondo non erano affatto rassicuranti. Era ormai scientificamente certo che la grande macchina che per decenni aveva regolato il tempo del Vecchio Continente si stava spegnendo con il passare dei giorni, scemando di intensità in corrispondenza della Gran Bretagna che veniva adesso appena lambita dal fiume caldo, il quale puntava poi verso l’Islanda e la Groenlandia sud-orientale. Altri studiosi, questa volta di università francesi ed italiane, si guadagnarono in quei giorni ampio spazio nelle testate giornalistiche europee avendo predetto un inverno particolarmente freddo a causa delle tonnellate di cenere immesse nell’atmosfera dall’Etna nei due mesi precedenti. Tutti questi studi e teorie climatiche espresse con convinzione dal mondo scientifico, come spesso accade, lasciarono quasi indifferente la gran massa della popolazione italiana. Ma quando ai primi di dicembre i meteorologi annunciarono un’intensa ondata di gelo e neve in arrivo dalla Russia allora la gente iniziò davvero a preoccuparsi. C’è da dire che per tutta l’ultima decade di Novembre, mentre sull’Italia perturbazioni atlantiche anche intense scaricavano forti piogge e mantenevano le temperature su valori piuttosto miti per il periodo, si assistette invece ad un anomalo e fortissimo raffreddamento della Scandinavia e della Russia Europea. Il 25 del mese il Golfo di Botnia era completamente ghiacciato, cosa che non avveniva da 12 anni, mentre ad Helsinki il 27 Novembre la minima scese a –18°. Un forte anticiclone termico con valori compresi tra 1032 e 1038 mb., esteso in gran parte della regione polare e scandinva, si era spinto dopo il 25 anche verso la Russia Bianca e la regione di Mosca, saldandosi con l’alta pressione Russo-Siberiana. Vi erano quindi tutte le condizioni perché anche sul Mediterraneo e sull’Italia si avesse un Dicembre coi fiocchi. Nei primi giorni di dicembre l’alta pressione Russo-Scandinava era arrivata a governare saldamente tutto il Nord-Est del Continente, parte dell’Europa Centrale e di quella Orientale: a Mosca il termometro era sceso a –23°, a Helsinki a –21°, mentre nell’estremo nord della Lapponia si toccarono valori record di –44°! Anche la baia davanti Stoccolma aveva preso a ghiacciare. Berlino doveva combattere con venti gelidi ed improvvise tormente di neve, con il termometro sceso a –12°. Anche Praga, Vienna e Belgrado vivevano ormai giorni di ghiaccio, mentre bufere di neve seppellivano a partire dal 2 Dicembre le coste bulgare del Mar Nero. Sui Balcani e sull’Europa Sud-Orientale vi era infatti una debole ma vasta area depressionaria che risucchiava aria fredda dalla Russia. La neve il 4 Dicembre aveva raggiunto anche Istanbul e ad Atene la massima era stata di soli +8°. Tutto questo grande lago di aria gelida aspettava solo di poter irrompere nel Mediterraneo Centrale e sull’Italia. In quei giorni su queste zone la “diga” era costituita nient’altro che da una blanda zona di alta pressione, la quale separava l’avanzata del “Generale Inverno” dall’aria più mite e umida atlantica che scorreva sull’Europa Occidentale e le Isole Britanniche. Su quelle zone corpi nuvolosi portavano piogge e venti sud-occidentali anche intensi, con temperature però molto più miti, tanto che mentre a Budapest si toccavano i –10°, a Parigi e Londra si viaggiava sui +10° - +12°. Però a partire dal 05 Dicembre le cose cominciarono a cambiare. Una perturbazione dalla Francia avanzò con baldanza ed erose la blanda alta pressione sull’Italia, piazzandosi al centro del Tirreno e generandovi una vigorosa depressione (1001 mb. il 06 Dicembre). Questa figura depressionaria fu la scintilla che permise alla “bomba fredda” nel cuore del Continente Europeo di esplodere anche in direzione dell’Italia. La sera del 05 Dicembre iniziarono a spirare i gelidi venti di Bora dal Golfo di Trieste, che fecero precipitare in poche ore il termometro di parecchi gradi. Il giorno dopo già si parlava di un’ondata di gelo e neve eccezionale e i tg mandavano a ripetizione le immagini delle furiose nevicate in corso nei Balcani, mentre si accavallavano le notizie dei morti per il gran freddo in mezzo Continente, visto che le temperature minime erano scese a –20° in molti villaggi lungo il Danubio e toccavano di notte i –15° in città come Sarajevo, Praga, Vienna e Berlino! Durante tutta la giornata del 06 Dicembre venti tesi e progressivamente più freddi da est e nord-est causarono le prime cospicue nevicate fino in pianura sui versanti orientali della Penisola: Ancona, Pescara, Rimini, Venezia e Trieste vennero imbiancate entro sera, quando i primi fiocchi presero a cadere anche su Termoli e Bari. Intanto l’Appennino era flagellato da episodi di autentico blizzard! Le regioni più occidentali venivano risparmiate dalla neve ma non dal gelo e alle 21:00 del 06 Dicembre a Torino e Novara si toccarono rispettivamente –6° e –7°. Il giorno seguente la neve cadeva senza soluzione di continuità dalla Romagna alla Puglia e la Bora nel Golfo di Trieste raggiunse i 160 km/h., facendo scendere il termometro a –7° nel capoluogo friulano. Le minime oscillavano tra i –5° ed i –10° sulla Pianura Padana, ma anche Firenze e Roma erano scese abbondantemente sottozero. Nelle vallate alpine il termometro faceva segnare valori di tutto rispetto, come i –21° di Livigno. Nell’Appennino Centro-Meridionale era piena emergenza neve ed in alcune zone sopra i 700 metri ne erano già caduti 40 cm.. Intanto la Corrente del Golfo continuava a proteggere le coste più occidentali del Continente, lasciando però indisturbate le acque intorno alla Scandinavia e al Mare del Nord, dove i ghiacci cominciavano a creare problemi al traffico marittimo. Ad Helsinki il termometro era stabile sui –25° ed il Mar Baltico si presentava coperto di spesso ghiaccio in tutta la metà più settentrionale. Mentre Germania, Paesi Bassi, Polonia, i Paesi Alpini, la Scandinavia, la regione di Mosca (dove il termometro era sceso a –30°), l’Italia e l’Europa Orientale combattevano con gelo e neve, in Gran Bretagna, Francia e Spagna le temperature erano molto miti e si susseguivano perturbazioni sospinte da correnti sud-occidentali, che poi apportavano pesanti nevicate solo sull’Islanda. Già i meteorologi compresero che questa situazione a livello europeo era destinata a durare per parecchio tempo e magari ad inasprirsi, ma non se la sentirono di allarmare una popolazione già preoccupata e alle prese con un’epidemia di influenza particolarmente violenta, che aveva provocato alcuni decessi in numerosi stati (anche dell’America del Nord, dove in questo periodo il clima era insolitamente mite, tanto che a New York si toccavano quotidianamente i +15° - +18°). Poi tra l’08 Dicembre e l’11 del mese la depressione centrata dapprima sul Tirreno e poi sullo Ionio scemò progressivamente d’intensità traslando in seguito verso il Mar Libico e lasciando la nostra Penisola in balia di venti via via più secchi ma sempre gelidi dal cuore del Continente. Un’alta pressione tenace, propaggine allungata verso il Mediterraneo Centrale del “mostruoso anticiclone” che governava da settimane la Scandinavia, la Russia e l’Europa Continentale (con valori superiori ai 1040 hPa!), s’impadronì del Bel Paese, facendo schizzare i barometri fino a 1030– 1033 mb.. Furono giornate di gran gelo per l’Italia ed i cieli sereni permisero alle temperature notturne di scendere abbondantemente sotto lo zero: a Milano e Torino si toccarono rispettivamente –12° e –15° il 10 del mese, a Novi Ligure i –17° sempre il 10 Dicembre, mentre l’11 Bolzano sfiorò i –18° e Rimini i –12°. Anche le massime rimanevano in molti casi sotto lo zero, specie nelle zone battute dai venti siberiani. Tutta la metà orientale della Penisola era ancora ricoperta da un manto di neve ormai congelata, che variava dai 10 cm. sulla costa (vedi Ancona e Pescara) ai 70 – 80 cm. delle alture appenniniche. Sempre in Appennino, nelle vallate più alte, le minime scendevano facilmente sotto i –20°! Le Alpi rimanevano a secco, tranne che per spruzzate di bianco sulle creste più settentrionali, ma in quota il gelo era davvero impressionante, tanto che alcune stazioni sciistiche chiusero dopo numerosi malori tra sciatori mal equipaggiati: a Passo Rolle il 10 Dicembre la minima si fermò a –25°, mentre a Livigno si toccarono i –31° la notte seguente, un record per dicembre! Sempre tra l’08 e l’11 dicembre giunsero notizie tragiche dai Balcani: la Bulgaria e parte della Romania erano sotto metri di neve, mentre dopo decenni le insenature del Mar Nero avevano preso a congelare. Istanbul combatteva contro ripetute e rovinose tempeste di neve e vento, mentre le regioni più interne della Grecia erano sepolte da quantitativi storici di neve. Ad Atene lo spessore del manto bianco raggiunse i 15 cm. l’11 Dicembre, quando, fatto più unico che raro, la neve imbiancò anche le coste settentrionali dell’Isola di Cipro! A Belgrado l’11 dicembre il termometro scese a –21°, mentre a Praga la Moldova era gelata da sponda a sponda, permettendo ai più avventurosi di pattinarci sopra. Anche il Danubio era gelato in più punti e a Budapest la minima toccò più volte i –23°. A Vienna e Berlino il termometro si fermò rispettivamente a –19° e –21°. Ma la situazione più critica era quella di Mosca, dove le vittime per l’ondata di gelo record (–36° nelle campagne a sud-ovest della capitale) si contavano a migliaia. In Scandinavia invece i maggiori disagi erano causati dal ghiaccio che ormai si era impadronito di gran parte del Baltico, sfavorendo gli spostamenti via mare. Tutto ciò mentre in altre parti del globo si stavano verificando situazioni meteorologiche diametralmente opposte ma altrettanto inquietanti: l’Argentina era alle prese con un’ondata di caldo dai pochi precedenti e nell’interno la temperatura era inchiodata sopra i +40°. In Australia nordoccidentale, invece, piogge monsoniche flagellavano la costa causando disastrose alluvioni. Gli Stati Uniti infine erano alle prese con tornado fuori stagione che mietevano vittime dall’Illinois all’Alabama, mentre tra Montreal e New York i termometri superavano in alcuni casi i +20°C e non vi era traccia di neve al suolo. Ci fu subito chi chiamò in causa un imminente episodio del Nino per spiegare sconvolgimenti climatici di tali proporzioni, chi l’effetto serra e l’inquinamento atmosferico in Asia. Ma gli studiosi europei, alle prese con una delle peggiori ondate di gelo dopo quella storica del 1929, si concentrarono sull’incepparsi del meccanismo che regola la Corrente del Golfo: le acque subito ad est dell’Inghilterra facevano registrare valori di –3° rispetto alla media del periodo, quelle della Norvegia addirittura di –5°, per non parlare poi del mare interno alla Penisola Scandinava, ormai quasi completamente mutato in una lastra di ghiaccio! Dopo l’11 Dicembre si insinuarono tra l’opinione pubblica le prime ipotesi di un’imminente piccola era glaciale in tutta Europa e venne pronosticato il ritorno a inverni rigidi e nevosi stile diciannovesimo e diciottesimo secolo. Quella che venne chiamata la “seconda botta fredda” dai meteorologi italiani si ebbe a metà Dicembre 2002. Un nocciolo di aria particolarmente gelida sia in quota che al suolo (–25° a 850 hPa) piombò come un treno in corsa sull’Italia, giungendo di gran carriera direttamente dalle steppe a sud-est di Mosca, dove nelle ultime due settimane il termometro aveva oscillato tra i –20° ed i –40°. Il 16 Dicembre furiose tormente di neve degne di località d’alta quota s’accanirono con particolare intensità sulla costa Adriatica, dalla Romagna alla Puglia Settentrionale. In meno di 18 ore i venti di Burian che soffiavano fino a 70 km/h., caricatisi di umidità passando sopra il Mare Adriatico più tiepido, scaricarono 60 cm. di neve a Rimini ed Ancona (un nuovo record per Dicembre), mentre in serata lo spessore della neve era di 40 cm. a Pescara e di 25 a Bari (dove il termometro scese a –3°). Per la seconda volta in due settimane la Bora a Trieste superò i 150 km/h. e mareggiate disastrose causarono ingenti danni tra Ravenna e Vasto (CH). La neve in tarda serata raggiunse anche la Sicilia Settentrionale, imbiancando le colline sopra i 200 mt.. Al Nord e lungo il versante tirrenico i termometri subirono un crollo verticale e il mattino seguente, che per molte regioni italiane fu uno dei più freddi di tutto l’inverno, Novara segnava –17°, Torino –16°, Piacenza –14°, Venezia –9° e Bologna –8°. Non andava molto meglio al Centro-Sud; ecco alcune min. / max. del 17 Dicembre 2002: Rimini –7° / –4°, Ancona –6° / –4°, Pescara –4° / –2°, Perugia –8° / –5°, Firenze –9° / –1°, Roma –5° / +3°, Campobasso –7° / –6°, Bari –4° / +0°, Palermo +4° / +9° e Cagliari –3° / +6°. Sempre il 17 dicembre 2003 continuò a nevicare sporadicamente dalle Marche alla Calabria e alla Sicilia, mentre la situazione peggiore la si riscontrava sugli Appennini esposti ad est, dove si attardavano ancora improvvise quanto violente tempeste di neve: i paesi sopra i 600 mt. dell’Appennino Marchigiano e Abruzzese – Molisano erano in gran parte isolati, seppelliti in media da 160 cm. di neve! Il 18 dicembre finalmente la seconda grande irruzione d’aria Siberiana si placò, lasciando però il posto a temperature glaciali e a situazioni di vera emergenza in tutto il Centro-Sud. Le autostrade del Centro erano bloccate da quantitativi di neve enormi e decine di paesi dell’interno erano completamente isolati. Anche Campobasso, con i suoi 140 cm. di neve fresca, stentava a mantenere i contatti con il resto della regione. I termometri al Nord sfiorarono di notte i –20° in pianura e nelle vallate alpine scesero facilmente al di sotto dei –30°. A Firenze la minima toccò un record per Dicembre: –16°. Intanto la Laguna Veneta e parte del Golfo di Trieste (dove da tre giorni la max. non superava i –3°) erano ghiacciati. Tutti i corsi d’acqua minori del Centro-Nord erano una lastra di ghiaccio e lo stesso fenomeno si riproponeva sul Lago di Garda e sul Lago Trasimeno. I morti per il freddo e la neve da inizio Dicembre in Italia erano 11, mentre in tutta l'Europa e nella zona di Mosca ormai il conto totale delle vittime arrivava a 10.000. Il 18 Dicembre a Mosca la minima fu di –31°, a Minsk di –34°, a Berlino di –25°, a Helsinki di –30°, a Belgrado di –18° e a Bucarest di –21°. Il freddo aveva conquistato anche la Francia e dopo una breve bufera di neve scatenatasi il 17 Dicembre sera, a Parigi il 18 mattina il termometro scese a –11°. Ad Istanbul lo spessore della neve era di 60 cm., di 30 ad Atene e di 85 a Salonicco, mentre superava ormai il metro di altezza lungo la costa bulgara del Mar Nero. Tutta la Turchia e la Grecia interna erano in ginocchio per il maltempo e muri di neve alti fino a 3 metri impedivano da giorni le comunicazioni con le zone montuose. A Vienna il Danubio era gelato da sponda a sponda (il termometro scese a –20°), cosa che non accadeva dal febbraio 1956. Ma un po’ tutti i fiumi ed i laghi dell’Europa Centro-Orientale e Settentrionale si erano rattrappiti nella morsa del gelo, congelando completamente. Intorno al 20 Dicembre l’alta pressione Russo-Scandinava si estese gradualmente a tutta la Gran Bretagna e la Francia, portando temperature sottozero fin sulle coste e deboli nevicate spinte dai venti orientali che avevano sostituito il dominio delle correnti atlantiche durato più di un mese: il 21 Dicembre a Londra la minima fu di –7° e la massima di appena –3°, mentre a Parigi i valori furono rispettivamente di –12° e –5°. Di conseguenza il flusso perturbato atlantico scese di latitudine concentrandosi sulla Penisola Iberica e lanciando da lì degli avamposti diretti verso l’Italia, costituiti da deboli fronti di aria caldo-umida. Il primo di questi raggiunse la nostra Penisola il 22 Dicembre e diede inizio ad una nevicata memorabile su tutte le regioni centro-settentrionali. Infatti, il fronte caldo che avanzava in seno ad una depressione di 1008 mb. centrata sulla Spagna meridionale, scivolò sopra l’aria estremamente fredda ancora presente al suolo su tutte le regioni del Centro-Nord (dove la pressione media era di 1020 mb.), producendo nevicate copiose che iniziarono nel corso della mattinata. I fiocchi bianchi, spinti da deboli correnti meridionali, caddero senza soluzione di continuità fino alla notte seguente, attecchendo subito al suolo da Torino a Firenze e da Bolzano a Roma, dato che le temperature erano ancora abbondantemente sottozero (le min. / max. del giorno furono di –9° / –4° a Torino, –11° / –6° a Bolzano, –10° / –5° a Bologna, –7° / –2° a Firenze e –4° / –0° a Roma). Anche le Alpi, finalmente, ricevettero notevoli apporti nevosi. Il mattino dopo aria un po’ più mite di origine mediterranea era riuscita a sostituire quella di diretta estrazione siberiana che per settimane aveva tenuto in assedio gli italiani: le minime non scendevano più sotto i –10° al Centro-Nord ma adesso anche le regioni tirreniche e del Nord-Ovest erano imbiancate da diversi centimetri di neve (35 a Torino, 25 a Bolzano e Bologna, 20 a Firenze e 15 a Roma). Il versante adriatico ed il Sud erano stati risparmiati da queste nuove precipitazioni e le temperature il 23 Dicembre erano risalite di parecchi gradi sotto l’alito caldo dello Scirocco. Il fronte caldo morì poi quello stesso giorno sui Balcani, producendo deboli nevicate e non potendo proseguire oltre vista l’ostinata resistenza offerta dall’enorme anticiclone posizionato nel cuore dell’Europa. Pertanto anche in quei giorni dalla Francia alla Romania si pativano temperature eccezionalmente basse, per lo più con tempo secco e soleggiato. Da segnalare che a Salisburgo (Austria), il 23 Dicembre sera un incidente autostradale pauroso provocò 37 morti quando sull’autostrada per Budapest calò una nebbia ghiacciata che rese nulla la visibilità e ricoprì di ghiaccio qualsiasi cosa toccasse (la temperatura al momento della sciagura era di –17°). Sempre il 23 Dicembre scoppiarono numerosi incendi in varie città tedesche, polacche e rumene, a causa di cortocircuiti negli impianti di riscaldamento accesi notte e giorno in tutte le case. Il 24 Dicembre (che in tutta Europa venne etichettato come una delle vigilie di Natale più fredde della storia) una seconda perturbazione arrancò dalla Spagna verso l’Italia, portando un secondo round di pesanti nevicate, questa volta però limitate alle Alpi, agli Appennini e alle regioni pianeggianti del Nord-Ovest. Altrove correnti sciroccali più decise lasciarono il posto ad una pioggia fredda che sciolse gran parte della neve accumulata lungo il versante adriatico e un po’ su tutto il Centro-Sud. Le temperature massime quel giorno andarono dai –1° di Torino ed i –3° di Aosta ai +8° di Ancona ed i +15° di Pescara e Palermo. A Torino e Milano la neve al suolo raggiunse rispettivamente i 60 ed i 45 cm. entro sera. Al Centro-Sud, specie nelle Marche, in Abruzzo ed in Molise, si dovevano invece fronteggiare frane e piene improvvise dei principali corsi d’acqua, dovute alle pioggia ma soprattutto al disgelo causato dallo Scirocco. Il giorno di Natale la perturbazione generò un minimo depressionario di 1010 mb. sul Basso Tirreno, che dalla serata richiamò nuovamente aria fredda da nord-est, aspirandola dall’immenso lago d’aria gelida che stazionava ancora, quasi immobile dopo circa un mese, sull’Europa continentale. Iniziò così, perciò, la terza ondata di gelo e neve per l’Italia in appena venti giorni! L’aria mite e umida richiamata dal Nord-Africa dalla depressione sul Tirreno, andando a contrastare con quella siberiana risucchiata dal minimo, generò una nuvolosità compatta ed estesa che entro la serata di Natale 2002 abbracciava ormai tutto il Centro-Sud e parte del Nord. La neve cominciò a cadere a larghe falde a partire dal pomeriggio, nuovamente fino in pianura e sulle coste sia in Veneto che in Piemonte, in Liguria come in Toscana e dalle Marche alla Puglia settentrionale, battute quest’ultime da forti venti di Bora. Alle 21:00 a Bolzano c’erano –7°, a Torino e Bologna –4°, a Venezia –3°, ad Ancona e Firenze –1° e a Genova e Pescara +0°. La neve aveva nuovamente imbiancato il litorale adriatico da Venezia a Termoli, così come tutta la Liguria e la Toscana. I media lanciavano ormai l’allarme per un inverno memorabile a causa del gelo e della neve, invitando i cittadini a prendere tutte le precauzioni contro quello che venne battezzato “il Dicembre più freddo della storia”. L’emergenza freddo in tutta Europa teneva con il fiato sospeso milioni di cittadini, che dovettero passare un Natale assediati dal gelo. In Francia le minime scesero in più zone sotto i –20° e ci furono una decina di morti tra i senzatetto di Parigi solo durante la notte di Natale. A Londra il Tamigi aveva accennato a congelare dopo ben 73 anni, mentre la minima a Liverpool scese a –16° la mattina del 25 Dicembre (un record assoluto!). Anche il nord della Spagna era teatro di intense nevicate da più di due giorni, che avevano già isolato decine di comunità montane. In Scandinavia la mattina di Natale i termometri erano quasi ovunque intorno ai 30° sottozero, mentre sulle grandi pianure dell’Europa Centro-Orientale le temperature oscillavano tra i –15° ed i –25°. La stime ufficiali dei vari governi, riunitisi in via straordinaria a Bruxelles per l’emergenza freddo, parlavano di quasi 25.000 morti da inizio Dicembre a causa delle basse temperature e del maltempo, di cui 15.000 solo nella Russia Europea! Cifre spaventose, destinate però ad aggravarsi ulteriormente prima della fine dell’anno. Infatti tra il 26 ed il 31 Dicembre l’alta pressione Russo-Scandinava restò abbarbicata nella sua roccaforte europea, pur dando i primi segni di un cedimento nelle aree più occidentali del Continente. Il 26 Dicembre la pressione era però ancora alta: raggiungeva infatti i 1033 mb. a Praga e Belgrado, per toccare valori addirittura intorno ai 1050 mb. subito a nord di Mosca. Sull’Italia, la depressione approfonditasi tra il 24 Dicembre ed il giorno di Natale si era già colmata nel suo lento movimento verso sud-est, non prima però di aver portato alcune nevicate sulla Grecia, e la pressione tendeva ad un nuovo rapido aumento. Questo rialzo pressorio fece ancora affluire aria gelida dai Balcani, che tra il 26 ed il 28 Dicembre si presentò sotto forma di venti di Bora e Grecale che tornarono a spazzare le regioni adriatiche del Centro-Sud e del Nord-Est. La neve continuò a cadere ad intermittenza dalla Romagna alla Basilicata e raggiunse i 15 – 20 cm. sulle coste del Medio Adriatico. Il 28 Dicembre, fatto più unico che raro, tutta l’Italia era contemporaneamente imbiancata, ad eccezione di parte del Lazio, della Campania, della Calabria e delle Isole Maggiori. Le temperature minime quel giorno scesero a –14° a Torino, dove ancora vi era più di mezzo metro di neve congelata al suolo, a –17° a Bolzano e a –13° a Forlì. Nel Centro-Sud non andava molto meglio; le min. / max. del giorno furono: Firenze –9° / +1°, Ancona –6° / –2°, Pescara –5° / +0°, Campobasso –9° / –7°, Bari –3° / +1°, Roma –7° / +3°, Napoli –4° / +4°, Palermo +2° / +8°. Tra il 29 ed il 31 Dicembre 2002 i venti di Burian si attenuarono gradualmente sulle regioni orientali e meridionali del Bel Paese, portando però residue nevicate (7 cm. il 30 Dicembre ad Ancona, 12 cm. il 31 Dicembre a Pescara, con una massima di –2°) e temperature ancora bassissime (–15° la mattina del 31 Dicembre a Campobasso, –6° a Bari, –11° a Pescara, –10° ad Ancona e –14° a Rimini, tutti dei nuovi record mensili). Sul resto d’Italia il tempo era decisamente migliorato, non nevicava più ma le minime rimanevano intorno ai –10° / –15° sulle pianure e nelle valli, sfiorando i –25° sulle Alpi (–31° a Vipiteno la mattina del 31 Dicembre, quando a Bolzano il termometro scese a –20° e a Torino a –18°, stabilendo anche qui dei nuovi record!). Le città di Venezia e di Trieste chiusero il 2002 con le rispettive lagune completamente gelate, tanto che vennero organizzate delle feste sul ghiaccio. Stessa cosa accadde sui principali laghi e fiumi del nord: anche il Po’, cosa che non accadeva dal febbraio 1956, era in parte congelato e lastre di ghiaccio attraversavano il fiume da Torino alla foce. Il gelo straordinario continuava ad occupare le prime pagine dei quotidiani italiani e dei vari tg, mentre la popolazione guardava ormai rassegnata ai termometri e ai paesaggi innevati, pensando di essere davvero alla soglia di una nuova era glaciale e sentendosi come catapultata nell’inverno di un Paese Scandinavo. Nel resto d’Europa gli ultimi giorni dell’anno segnarono un rapido avanzare di aria più mite e umida di origine atlantica verso est, sospinta su tutta la parte più occidentale del Continente da una profonda depressione (985 mb.) ad ovest dell’Irlanda. Sull’Inghilterra, la Francia e la Spagna settentrionale pesanti nevicate ricoprirono all’inizio ogni cosa, per poi venire sostituite da piogge anche copiose una volta che i venti ruotarono a sud-ovest, convogliando aria più mite fino a Parigi e Londra. Più ad est però il dominio dell’Anticiclone Russo-Scandinavo era incontrastato (ormai da un mese!), anche se la pressione tra il 29 ed il 31 Dicembre diminuì sensibilmente a partire da ovest: l’ultimo dell’anno a Berlino i barometri segnavano 1026 mb., a Vienna 1025 e a Praga e Belgrado 1028 mb.. Le temperature su queste zone erano ancora di diversi gradi sottozero e i cieli per lo più sereni facevano scendere le minime fin verso i –25° su molte località della Cecoslovacchia e della Romania. A Mosca e in Finlandia invece l’enorme e fortissimo anticiclone termico non dava il benché minimo segno di cedimento e la pressione era inchiodata tra i 1040 ed i 1050 mb.: al suolo le temperature notturne viaggiavano sempre nell’ordine dei –30° / –40°. Gennaio 2004 Il mese di gennaio si lasciò alle spalle una situazione climatica a dir poco sconvolgente in tutta l’Europa e sicuramente non cominciò affatto all’insegna dei buoni auspici. Le statistiche e gli studi condotti sul mese appena passato, il Dicembre più freddo degli ultimi 100 anni almeno e uno dei mesi più freddi della storia climatica europea in assoluto (almeno di quella degli ultimi due secoli), fecero riflettere gli studiosi e, naturalmente, gettarono allarme sulle popolazioni del Vecchio Continente. Oramai era sulla bocca di tutti che fosse appena iniziata una nuova era glaciale! I governi dei rispettivi Paesi si davano da fare per affrontare un’emergenza senza precedenti e per tranquillizzare le masse, ma con risultati spesso poco efficaci. Anche le economie europee avevano risentito negativamente delle temperature glaciali e delle tempeste di neve, tanto che si stimava un calo nei commerci dell’ordine del 6% rispetto al Dicembre precedente. Il 01 Gennaio una notizia bomba fece in poche ore il giro del mondo: due giornalisti francesi pubblicarono un dossier in cui si affermava il coinvolgimento del governo russo nel blocco della Corrente del Golfo appena intervenuto. All’inizio del 2003 si aggiunsero alla lista delle zone colpite dall’inclemenza del tempo in quel terribile inverno anche le coste orientali degli Stati Uniti, che fino ad allora avevano sperimentato l’inizio d’inverno più caldo dal 1973! Un vero e proprio uragano di neve seppellì tra il pomeriggio del 03 Gennaio e la sera del giorno successivo tutto il New England e gli stati di New York, New Jersey e Pennsylvania. Le temperature precipitarono anche di 20° in poche ore ma fu il vento fino a 130 km/h. a causare i disagi maggiori. A fine evento New York, Boston, Washington e Philadelphia erano imbiancate ed un regime di alta pressione dal Canada, grande assente nei mesi precedenti, si impadronì del Mid-West e del Nord-Est degli U.S.A., mantenendo rigide le temperature ma garantendo cieli sereni. Quasi contemporaneamente in Europa il mastodontico anticiclone termico che aveva stretto nella sua terribile morsa gran parte del Continente per settimane sembrava allentare la presa definitivamente, ritirandosi più ad est. Anche sulla Russia Europea e sulla Scandinavia la pressione diminuì gradualmente e mentre il primo dell’anno a Mosca c’erano ancora –27° di minima con una pressione max. sui 1042 mb., il 03 Gennaio nella capitale russa si era scesi a 1029 mb., con una temperatura notturna improvvisamente risalita a –11° grazie alla spinta di correnti occidentali più miti e umide. Ad Helsinki una tormenta di neve seppellì la città sotto uno strato di 65 cm. il giorno 02 Gennaio, quando le correnti occidentali erosero il potente anticiclone relegandolo sulla Nuova Zemjlia e sulla Lapponia: la capitale finlandese vide il termometro risalire fino a –5°, dopo che per settimane e settimane era rimasto inchiodato sui –25° anche in pieno giorno. Un eguale riscaldamento, tanto repentino quanto bramato dalla popolazione, interessò la parte centro-occidentale del Continente: Berlino e tutta la Germania, dopo copiose nevicate tra il primo ed il due gennaio, furono anch’esse interessate dalle correnti atlantiche, che sciolsero parte del ghiaccio e della neve accumulatasi in dicembre sulla parte più occidentale e settentrionale del Paese. Il flusso atlantico sembrava oramai tornato in grande stile dalla Norvegia alla Spagna, passando per Inghilterra, Francia e Svizzera. Qui l’emergenza gelo era finalmente soltanto un brutto ricordo e le temperature si erano portate su livelli vicini a quelli medi del periodo. Frequenti perturbazioni atlantiche scaricavano precipitazioni accompagnate da venti anche intensi mediamente occidentali. Solo sull’Europa Orientale il gelo e le nevicate si attardavano in quei primi giorni del 2003, a causa di una depressione sul Mar Nero e l’Egeo che richiamava aria fredda da nord-est a più riprese: ad Istanbul le temperature min. / max. del 02 Gennaio, quando caddero altri dieci centimetri di neve fresca, furono di –5° / –2°, mentre a Berlino si misuravano già +2° di minima e +7° di massima. Anche in Italia la situazione di stallo dettata dall’Anticiclone Russo-Scandinavo si era finalmente sbloccata e con l’arrivo dell’anno nuovo erano giunte anche le correnti più miti ed umide oceaniche. Il primo del mese ancora si segnalavano un po’ ovunque valori abbondantemente negativi, basta pensare ai –18° di Novi Ligure, ai –13° di Rieti e ai –7° di Bari. Poi, col trascorrere delle ore la nuvolosità prese ad aumentare sulle regioni occidentali e sulla Sardegna, per gli avamposti dell’ennesima perturbazione atlantica che stava interessando la Francia e la Germania Occidentale. Questa, il giorno seguente, scaricò abbondanti nevicate sulla Pianura Padana, sulle Alpi e sulla Germania Orientale. A Torino caddero 25 centimetri di neve che si aggiunsero ai 40 cm. già presenti al suolo, mentre Milano venne “sepolta” da ben 31 cm. di neve. Per tutto il giorno la neve cadde a Bologna, Genova, Firenze e Venezia. Entro sera era di nuovo emergenza, specie in Emilia, dove le linee ferroviarie e autostradali erano interrotte in più punti da mezzo metro di neve. Sul resto del Centro le temperature erano aumentate e le precipitazioni erano cadute sotto forma di pioggia mista a neve sia a Roma che ad Ancona e Pescara. Il tutto mentre al Sud il cielo rimaneva per lo più sgombro da nubi e le temperature aumentavano gradualmente. Il 03 Gennaio la perturbazione aveva oramai quasi abbandonato il Centro-Nord della Penisola e sul Settentrione si faceva già fronte per risolvere i danni ed i gravi disagi occorsi con le nuove abbondanti nevicate appena cadute. I meteorologi erano però finalmente ottimisti e avvisavano la popolazione del Bel Paese che la lunghissima ondata di gelo e neve era giunta al termine. Oramai l’Anticiclone termico si era ritirato sull’estremo nord-est del Continente e sull’Europa più Orientale, mentre correnti più miti ed umide dall’Atlantico erano tornate ad interessare il resto del territorio europeo. Infatti le temperature aumentarono sensibilmente sotto l’egida dei venti di Libeccio e Scirocco, portandosi entro la fine della prima decade addirittura sopra le medie mensili in più località, specie del Centro-Sud. Il 10 Gennaio la neve si era sciolta in tutte le zone pianeggianti o collinari del Centro e del Meridione, mentre resisteva sull’Appennino (dove vi erano quantitativi impressionanti, oltre i cinque metri, su alcune zone delle Marche e dell’Abruzzo). Sulle pianure del Nord e sulle Alpi la neve ammantava ancora ogni cosa, ma anche qui era in via di scioglimento, specie dalla Romagna al Triveneto. Le temperature min. / max. del giorno furono le seguenti: Torino –3° / +1°, Milano –2° / +4°, Bologna –5° / +5°, Firenze +2° / +9°, Ancona +2° / +14°, Pescara +3° / +16°, Roma +5° / +13°, Bari +4° / +16°, Palermo +11° / +18° e Cagliari +12° / +15°. Sempre il 10 Gennaio anche l’Europa Centro-Occidentale viveva ormai una situazione di tranquillità assoluta, in cui la calma atmosferica era rotta soltanto da deboli fronti perturbati atlantici che comunque mantenevano miti le temperature. Anche l’Europa Orientale era stata ormai abbandonata dalle gelide correnti russe, tanto che per la prima volta dopo più di un mese Bucarest registrò una minima positiva. Le correnti occidentali governavano ormai da oltre una settimana anche la Scandinavia e la regione di Mosca, dove cadevano sporadiche nevicate. Ma il mostruoso anticiclone termico si era rifugiato solo un po’ più ad est, sulla Russia e sul Mar Bianco, rimanendo ancorato in quelle zone con valori di tutto rispetto (intorno ai 1050 mb. e con temperature fino a –40° a 850 hPa): cinquecento chilometri ad est di Mosca, il 12 Gennaio, le minime erano ancora nell’ordine dei –35°. Il resto del mese trascorse relativamente tranquillo sul Vecchio Continente e la terribile emergenza occorsa a livello internazionale per tutto il mese di Dicembre sembrava ormai solo un brutto ricordo. Ma i meteorologi rimanevano perplessi e restavano all’erta e c’è da dire che persino i semplici cittadini si chiedevano se una mostruosa ondata di gelo e neve come quella appena passata potesse venire archiviata in quattro e quattr’otto, senza conseguenze tangibili durante il resto della stagione invernale. Poi però, col trascorrere dei giorni, gennaio smentì anche i più scettici e l’Europa visse una serie di giornate serene sotto l’egida di un vasto anticiclone dinamico che si era piazzato al centro del Continente, esattamente tra la Germania e l’Italia del Nord, sbarrando quasi del tutto la strada sia alle correnti gelide dalla Russia che a quelle miti e umide dall’Atlantico. Fu un periodo di grazia in cui l’intero Continente poteva finalmente leccarsi con calma le ferite e in cui tutto sembrava destinato a ritornare definitivamente alla normalità. In Italia le temperature minime si mantenevano sì piuttosto basse quasi ovunque (ma su valori comunque non troppo distanti dalle medie del periodo), accompagnate però dal sole e da massime miti che sembravano già un miracolo dopo i tanti giorni di ghiaccio vissuti in Dicembre. Solo le fitte nebbie dovute al ristagno della circolazione atmosferica crearono qualche disagio alla popolazione. Intorno al 20 Gennaio giunsero però nuovi allarmanti notizie, questa volta dal Canada: a causa di un fortissimo episodio di strat-warming, l’intera parte centro-occidentale del Paese era alle prese con una colata di aria artica senza precedenti, direttamente dal Polo Nord. Il gelo era così intenso che venne dichiarato lo stato di emergenza in tutto lo Stato. A Regina, nella provincia del Saskatchewan, la minima toccò il valore record di ben –57°, mentre sulle Montagne Rocciose occidentali infuriavano tremende tempeste di neve. Il 23 Gennaio il grande gelo ed il maltempo ad esso associato avevano già causato 31 vittime solo in Canada, ma allora anche gli Stati Uniti settentrionali vennero raggiunti dall’aria polare che fece precipitare i termometri fin sotto i 30° sottozero dal South Dakota al Michigan. Il 25 del mese, mentre in Canada i venti dal Grande Nord iniziavano a placarsi, il gelo straordinario si era impadronito di buona parte degli Stati Uniti Centro-Occidentali: a Minneapolis la minima scese a –41°, a Bismarck si toccarono addirittura i –50° e fiocchi bianchi caddero per alcune ore sia sulle coste texane che su quelle della California settentrionale. Un episodio del genere non poteva che confermare il fatto che ci si trovava davanti ad un inverno che sarebbe sicuramente entrato negli annali della meteorologia come uno dei più inclementi ed eccezionalmente freddi su scala mondiale. Solo la parte orientale del Continente Asiatico sembrava risparmiata dagli eventi e si godeva un inverno nella norma. I meteorologi europei, durante quei giorni, cercarono di tranquillizzare gli animi delle varie popolazioni del Vecchio Continente, garantendo che non vi era alcun collegamento tra l’ondata di freddo record scatenatasi sulla metà occidentale del Nord America ed un possibile ritorno del grande freddo anche sull’Europa. Ma dopo il 25 Gennaio furono in molti a non pensarla più così. Già numerosi studi di climatologi e meteorologi inglesi avevano gettato luce sul fenomeno dello strat-warming, che consiste in un anomalo e repentino riscaldamento della stratosfera che pompa aria gelida dalle quote alte verso il basso, e poi dalle latitudini settentrionali a quelle meridionali. L’ultimo grande episodio di strat-warming si era avuto in Europa nel lontano 1985, quando in Italia si erano registrate temperature così basse da stabilire nuovi record ancora imbattuti fino all’inverno 2002/2003: basti pensare ai –23° di Firenze e ai –28° segnalati vicino Bologna! Dal 25 Gennaio, appunto, gli studiosi inglesi parlarono di un possibile collegamento tra il forte strat-warming avutosi in Nord America e un imminente episodio altrettanto violento in incubazione per l’Europa. Ciò era confermato dalle temperature in rapida ascesa alle quote medie sopra la Scandinavia e l’Islanda, così come dal fatto che lo strat-warming in Canada era scomparso in maniera tanto veloce che non poteva non riproporsi immediatamente in qualche altra regione dell’Emisfero Nord, questa volta solo un po’ più ad est. Gli altri meteorologi europei bollarono tali dichiarazioni come infondate e allarmistiche, ma già il 26 Gennaio il fatto che la situazione meteorologica del Continente fosse in rapida evoluzione era oramai sotto gli occhi di tutti. Così ci si rese conto in maniera brutale di essere di fronte ad una nuova, bizzarra svolta del tempo, ed altri meteorologi si accorsero che a breve si poteva andare incontro anche in Europa ad una situazione come quella sperimentata solo pochi giorni addietro in parte del Canada e degli Stati Uniti. Dopo molte giornate stabili e soleggiate, con le temperature ritornate a valori normali per il periodo, poteva quindi avverarsi entro breve tempo l’incubo di tutti gli Europei dopo quel tormentato mese di Dicembre 2002: il ritorno di condizioni glaciali sul Vecchio Continente. Infatti quel 26 Gennaio le analisi delle temperature della stratosfera su tutta la metà settentrionale dell’Europa, così come sulla Scandinavia, sull’Islanda e sulla Groenlandia, parlavano chiaro. Era in corso una repentina ascesa dei valori termici, già aumentati di parecchi gradi rispetto al giorno prima. Però quasi nessun meteorologo europeo prese quelle teorie e quegli studi, che in sé per sé erano tutt’altro che rassicuranti, nella dovuta considerazione, in quanto lo strat-warming era un fenomeno ancora poco conosciuto e poco studiato nei suoi effetti diretti sul clima. Il 27 gennaio, mentre continuava l’inesorabile aumento della temperatura alle quote medie, i primi segni di un grosso sconvolgimento meteorologico a livello europeo presero forma alle latitudini più settentrionali. Durante il giorno i venti rinforzarono sensibilmente e si disposero da nord o n/w dall’Islanda alla Finlandia, catapultando in poche ore una massa d’aria straordinariamente fredda dalla Groenlandia verso quelle zone un po’ più a sud. C’è da dire che da due giorni sulla Groenlandia orientale le temperature erano crollate fin sotto i –50° e che a 850 hPa era presente un profondo vortice depressionario freddo con valori fino a –65°, davvero eccezionali anche per quelle latitudini. Pertanto l’aria che raggiunse l’estremo nord dell’Europa non poteva che essere terribilmente fredda. Alle 16:00 del 27 Gennaio sulla costa norvegese, solitamente mitigata dalla Corrente del Golfo, si era già arrivati a –18°, con tempeste di neve che azzeravano la visibilità lungo il litorale e tra i vari fiordi. Ad Helsinki un furioso vento da nord prese a spazzare la città, facendo calare la temperatura dai –4° delle 08:00 ai –20° delle 17:00, mentre Edimburgo ed il resto della Scozia dovevano fronteggiare intensissimi rovesci di neve accompagnati da temperature in caduta libera. Ma a passarsela peggio era l’Islanda, alle prese con il vortice freddo sceso dalla Groenlandia. Per tutto il giorno una colossale tormenta di neve paralizzò la vita sull’isola intera e il vento fino a 120 km/h. causò la morte di quattro persone, oltre che ingentissimi danni economici e materiali: a Rekyavik i termometri segnavano –17° in pieno giorno! C’è da dire che fino a 24 ore prima in Islanda non vi era stato alcun chiaro segnale dell’imminente tempesta invernale e ciò sta a dimostrazione del fatto che gli eventi stavano precipitando in una maniera impressionante, sfuggendo al controllo persino dei vari centri meteorologici europei. Alla fine del giorno in Inghilterra i telegiornali avvisarono la popolazione che stava per verificarsi un’ondata di freddo e neve potenzialmente eccezionale, e che entro la giornata successiva il grande gelo direttamente dal Polo Nord si sarebbe impossessato di tutto il Regno Unito. Ed infatti il 28 Dicembre, mentre in Italia si godevano gli ultimi, tiepidi raggi di sole, Londra era sprofondata di nuovo in pieno inverno: la neve cadde per diverse ore sulla capitale inglese, imbiancando ogni cosa grazie alla temperatura che alle 15:00 era scesa a –2° (ben 13° in meno rispetto alla stessa ora del giorno prima!). Un area ciclonica di vaste dimensioni e supportata da aria particolarmente fredda stava formandosi sul mare del Nord ed i venti ad est dell’Inghilterra rinforzavano sensibilmente col passare delle ore. Alle 16:30 tutte le agenzie di stampa lanciarono la tragica notizia di un cargo mercantile battente bandiera lituana affondato in mezzo al Mare del Nord: gli 84 membri dell’equipaggio erano dati per dispersi ma nessuno pensava davvero di recuperare qualche superstite in mezzo alle gelide acque in tempesta. Infatti sul tratto di mare era in corso il peggior uragano di neve e vento mai verificatosi, almeno a memoria d’uomo. Alcune sonde in mezzo al mare calcolano una velocità del vento massima pari a 149 km/h.. La tempesta entro sera era distesa tra la costa orientale del Regno Unito ed il Centro-Nord della Norvegia. Alle 20:00 anche Oslo era in piena emergenza: la bufera colse totalmente impreparata la popolazione della capitale norvegese, anche se questa città è da sempre abituata a fronteggiare abbondanti nevicate e temperature glaciali. Ma la burrasca del 28 Gennaio 2003 non aveva precedenti: il vento alle 20:17 raggiunse i 118 km/h. e la neve alle 22:00 aveva già superato i 65 cm.. Intanto l’anticiclone che per giorni aveva protetto l’Europa Continentale e l’Italia sembrava capitolare miseramente di fronte all’avanzata della colossale colata gelida proveniente dal Polo Nord. La sera del 28 Gennaio i telegiornali italiani ed i vari siti meteo annunciarono ad una popolazione sbigottita il pericolo di una nuova, storica ondata di gelo e neve a partire dalle 48 ore seguenti. E pensare che addirittura solo poche ore prima i bollettini meteo davano tempo stabile e soleggiato sull’Italia fino ai primi di febbraio! Intanto sulla Penisola il tempo era ancora tranquillo, così come sul resto dell’Europa Centro-Meridionale. Il 29 ed il 30 Gennaio fu ormai chiaro il percorso che avrebbe compiuto la massa d’aria fredda. I vari centri meteorologici europei erano in fibrillazione e l’opinione pubblica chiedeva di continuo spiegazioni e rassicurazioni. Così numerosi meteorologi elaborarono in tutta fretta le proiezioni per i giorni seguenti e da questi studi si comprese immediatamente che la strada seguita dalla tempesta di neve sarebbe stata quella a lei più facile da percorrere, ossia sarebbe scivolata direttamente verso sud investendo in pieno l’Europa ed il Mediterraneo Centrali. Così fu la volta della Germania e della Francia: durante il primo pomeriggio del 29 Gennaio, dopo qualche ora di venti umidi e freschi sud-occidentali, a Parigi il cielo si oscurò minacciosamente a settentrione ed un muro di neve e vento investì la metropoli. Quasi contemporaneamente anche Berlino e Bonn vennero messe in ginocchio da un blizzard surreale, con venti che facevano turbinare la neve e l’ammassavano in cumuli sempre più alti. Verso sera le tre città erano paralizzate e non vi era quasi nessuno in giro per le strade. I reporter di tutte le principali televisioni europee mandavano a ripetizione le immagini della Tour Eiffel e della Porta di Brandeburgo assediate dagli elementi. Fortunatamente ogni singolo cittadino era a conoscenza dell’imminente nevicata già dalle 24 ore precedenti e così non si verificarono incidenti particolari. Le autorità fronteggiarono bene le inevitabili emergenze, anche quando, durante la notte tra il 29 ed il 30 Gennaio, i termometri precipitarono abbondantemente sottozero. La mattina del 30 Gennaio 2003 il 90% del Regno Unito, così come tutta la Germania, i Paesi Bassi e la Francia settentrionale erano coperte di una coltre di neve alta in media 40 cm.. Le minime scesero a –10° a Londra, –7° a Parigi e –12° a Berlino, mentre Amsterdam si fermò a –9°. Il gelo dalla Groenlandia si era in breve impossessato anche di Polonia e Paesi Baltici, ma era in Scandinavia e Islanda che si registravano i valori più bassi: nell’interno dell’isola si scese a –25° mentre in Lapponia le minime furono tutte nell’ordine dei quaranta gradi sottozero, con una punta di –51° a Kuonio! Il vortice ciclonico fu in azione per tutto il 30 Gennaio ed il 31 del mese sull’Europa Centrale, ma le tempeste di neve, vento e gelo guadagnavano col passare delle ore chilometri e chilometri verso sud. La sera del 31 Gennaio anche il Sud della Francia ed il Nord della Spagna erano alle prese con bufere di neve e temperature rigide: a Barcellona vennero registrati 20 cm. di neve fresca alle 21 dell’ultimo giorno del mese, caduti in poche ore con una temperatura di –3° e raffiche di vento da nord sui 70 km/h.. Sempre a fine giorno la depressione ed il vortice freddo (–22° a 850 hPa) scesi dal Polo interessavano anche l’Ungheria, la Cecoslovacchia ed i Paesi Alpini, con fitte nevicate, venti impetuosi da nord – n/w e temp. in picchiata, tanto che Budapest e Vienna passarono rispettivamente dai +3° e +5° della mattinata ai –6° e –7° delle 22:00. Sulle cime alpine vi erano condizioni proibitive, con nevicate fortissime e venti fino a 180 km/h., che rendevano insopportabili per qualsiasi essere umano le temperature scese sui –30°. Il minimo depressionario si era spostato all’altezza di Praga mentre la pressione era rapidamente aumentata sul Nord del Continente, grazie all’arrivo dell’aria gelida. L’Italia era stata fino a quel momento risparmiata dagli eventi ma i cittadini del Bel Paese osservavano con apprensione le tempeste di neve e le temperature polari scendere verso sud, con il chiaro obiettivo di invadere anche la loro Penisola. Per tutto il 31 Gennaio la pressione crollò in maniera vistosa dalle Alpi alla Sicilia e venti da s/w precedettero l’arrivo del fronte freddo collocato tra la Spagna settentrionale e l’Ungheria. Le temperature, per i forti venti sudoccidentali, si impennarono al Sud e sull’Adriatico, con punte di +20° a Pescara, Bari e Catania. Ma verso sera si ebbero i primi temporali, che scoppiarono tra il Piemonte ed il Veneto e dalla Liguria al Lazio. I termometri scesero in picchiata. Era segno che l’aria fredda stava finalmente per fare irruzione anche sull’Italia. Non era ancora chiaro però che strada avrebbe preso il grosso della colata gelida, ossia non si sapeva bene se questa sarebbe scesa dalla Porta della Bora e poi sarebbe sfociata lungo l’Adriatico o avrebbe invece preferito discendere dal Rodano e sfogare dapprima la propria potenza sulle regioni occidentali e sulla Sardegna. Questo mentre in Europa Orientale e nella Russia Europea le cose andavano in maniera decisamente migliore. Il tempo si manteneva buono per merito di un’alta pressione adesso centrata sui Balcani, ma anche in Romania ed Ex-Yugoslavia si paventava un ritorno del grande freddo e della neve. Così Gennaio volse al termine ma non prima di dar prova di sé, chiudendosi con una nuova, spaventosa ondata di gelo e neve, questa volta però di diretta estrazione polare. Una nota a parte meritano gli studi ed i monitoraggi della Corrente del Golfo effettuati anche a fine gennaio e diffusi tra la popolazione bramosa di informazioni sulla “rivoluzione climatica” in atto: ebbene, questi studi non davano speranze circa una ripresa a breve del flusso della Corrente del Golfo. La salinità nei mari intorno alla Groenlandia era diminuita anche nel corso degli ultimi mesi e col passare dei giorni il benefico influsso del mite fiume d’acqua calda si allontanava sempre di più dalle coste dell’Europa Occidentale. Ciò gettò ancora di più nello sconforto milioni di persone in tutto il Continente, di nuovo alle prese con il Generale Inverno. Fine prima parte

Autore : Francesco Silenzi

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