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Sul Gran Paradiso nel 1989 e nel 2003: cosa è cambiato?

Un'escursione da sogno per ascoltare la voce della montagna.

Natura e meteo - 7 Agosto 2003, ore 09.10

Sono passati quasi quattordici anni da quando, la sera del 24 settembre 1989, il mio indimenticato amico e maestro di tennis, Cesare, mi “ordino’” di trovarmi pronto alle ore 5.00 dell’indomani. Scopo: escursione in montagna. Destinazione: imprecisata. Accettai istintivamente e di buon grado (sebbene avessi alcune perplessità per le condizioni del tempo, già allora ero appassionato di meteorologia e mi dilettavo con rilevazioni di varia natura), vuoi perché amo profondamente la montagna, vuoi perché Cesare era piuttosto perentorio nelle sue proposte e intuivo che si sarebbe trattato di qualcosa di unico, anche in considerazione della “levataccia”. E solo più tardi capii che la “levataccia” era assolutamente funzionale allo scopo. Così fu, infatti. Partimmo all’ora stabilita e, mentre mi informavo sulla destinazione, scrutavo un cielo che non prometteva nulla di buono. Cielo quasi coperto, nessuna stella. Cesare mi disse che saremmo andati al Parco Nazionale del Gran Paradiso e non aggiunse altro. Albeggiò quando uscimmo dall’autostrada nei pressi di Ivrea e imboccammo la strada che, passando da Castellamonte, Cuorgnè e Pont Canavese, conduce all’ingresso della val Locana, altrimenti detta valle dell’Orco (torrente tristemente noto per l'alluvione del 2000 in Piemonte), insomma quella meravigliosa valle (allora a me ignota) che conduce a Ceresole Reale (m. 1600 s.l.m.) e al Colle del Nivolet (m. 2612 s.l.m.): un vero e proprio Paradiso, che fortunatamente si è conservato tale, grazie anche ad un turismo non esasperato. Quando si sente parlare di Gran Paradiso, infatti, generalmente si pensa alla Valle d’Aosta, a Cogne, ma si ignora l’incomparabile bellezza della parte piemontese del Parco Nazionale. Orbene, l’alba rivelò una brutta situazione, a conferma dei miei timori: cielo coperto (pur senza precipitazioni) ed elevato tasso di umidità. Cominciai a disperare. Cesare mi disse di stare tranquillo. Accompagnati da questo cielo grigio e tutt’altro che promettente, percorremmo con una certa velocità la val Locana fino a Noasca (1050 m. s.l.m.), dove 4 tornanti con pendenze eccezionali conducono all’imbocco di una lunga galleria oltre la quale, a pochi km, avremmo trovato Ceresole Reale, l’estremo comune della Valle. All’uscita della galleria, il miracolo: cielo completamente sereno, temperatura frizzante (intorno ai 3400 m. avremmo trovato l’isoterma a 0 gradi) e una natura mozzafiato, mai vista prima d’ora. Io ero semplicemente raggiante. Nel frattempo si erano fatte le 7.30 e ci fermammo in una bottega di Ceresole a comprare della toma squisita, pane e vino rosso. Fatto il rifornimento, ripartimmo in direzione del Colle del Nivolet, raggiunto dopo circa tre quarti d’ora di percorso mozzafiato, che mi lasciò a bocca aperta. Fauna e flora si potevano davvero “toccare con mano”: fiori di ogni genere, marmotte (che attraversavano la strada!), falchi e anche due aquile, ricordo. Lungo lo snodarsi del percorso trovammo due invasi artificiali (il lago Serrù m. 2275 s.l.m. e il Lago d’Agnel m. 2500 s.l.m.), molto suggestivi e (all’epoca) certamente più “in salute”. Dopo avere superato il Colle del Nivolet lasciammo l’auto nei pressi del Rifugio Savoia (eravamo gli unici! Di lì a qualche giorno il rifugio avrebbe operato la chiusura invernale) e ci dirigemmo dapprima ai laghetti del Nivolet (m. 2700 s.l.m.) e poi Cesare mi portò a fare una entusiasmante scarpinata alla cima Basei (3338 m. s.l.m.) che raggiungemmo dopo aver superato un bel nevaio, che all’epoca era scarno. La giornata fu davvero indimenticabile. Il paesaggio in alta quota e i relativi colori erano surreali, quasi marziani, complice un periodo siccitoso che si protraeva da parecchio tempo. Sabato 2 agosto 2003 ho ripercorso quel cammino con una mia carissima amica, e sono stato ugualmente ripagato. Questa volta non c’erano perplessità di carattere meteorologico (solleone era previsto e giornata favolosa è stata con temperature elevate anche in quota, come testimoniano le immagini –solo qualche cumulo, peraltro molto suggestivo, nel pomeriggio), semmai una certa inquietudine per verificare, personalmente, quanto le recenti condizioni siccitose abbiano influito sulla natura del Parco Nazionale e della Valle di Ceresole. Il percorso attraverso il Parco è stato lo stesso di quello compiuto allora. Nel complesso, si è rilevata una situazione grave ma non catastrofica. Le cose vanno meglio in alta quota, anche se molti nevai (non tutti) sono scomparsi o si sono estremamente ridotti. I bacini artificiali posti sopra i 2000 m. (si vedano le immagini che descrivono la situazione del Lago Serrù, ben al di sotto del livello normale) hanno molto risentito della mancanza di pioggia. Gli alpeggi dei laghetti del Nivolet hanno comunque beneficiato maggiormente delle recenti precipitazioni a carattere temporalesco. Più in basso gli effetti siccità si sono resi evidentissimi a Ceresole Reale, ove il lago artificiale, paradiso dei surfisti, si è ritirato in maniera molto preoccupante lasciando addirittura senza acqua gran parte della sua consueta superficie. A fondovalle, il torrente Orco ha una portata molto ridotta rispetto all’usuale. Auguro a tutti di avere la possibilità di “visitare, vivere e sentire” questo scorcio di Paradiso.

Autore : Edoardo Pozzi

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