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Speciale GIPETO: Tornerà a solcare i cieli delle nostre montagne?

Prima sterminato sotto l'accusa di "uccello del malaugurio", oggi protetto, difeso e curato: il Gypaetus barbutus sta lentamente tornando a nidifcare sulle Alpi, ma ci vorranno tempi lunghi perché si possa parlare di successo per ciò che concerne il progetto sostenuto dalla Foundation for the Conservation of the Bearded Vulture.

Natura e meteo - 1 Ottobre 2004, ore 11.50

E' stata sufficiente la propria fama di sterminatore di carcasse, per rendere il gipeto barbuto l'oggetto preferito delle ire degli uomini, che non hanno esitato a sterminarlo nell'arco di pochi decenni. Un solo capo d'accusa: il gipeto si nutre di carcasse, è dunque un animale impuro, e va eliminato. Nel 1913, in Valle d'Aosta, venne abbattuto l'ultimo esemplare colonizzante le Alpi. Da allora, siamo stati abituati a vedere l'avvoltoio come l' "uccellaccio" del malaugurio, dimorante in terre lontane e deserte, come la savana africana o il Far-West americano, senza per nulla immaginare che in realtà, per millenni, esso aveva dimorato sulle nostre montagne, convivendo oltretutto con l'uomo. Ad oggi il gipeto vive per l'appunto nella savana africana, sulla catena dell'Atlante, e nelle zone più remote e inaccessibili del continente asiatico, dove è stato avvistato addirittura a 7.000 metri di altitudine (Himalaya)! In Europa gli sono rimasti a disposizione i Pirenei, i monti della Corsica, di Creta e di parte della Grecia. Il Gipeto barbuto (Gypaetus barbutus) è un animale straordinario, in quanto è una delle poche specie che riesce a nutrirsi di ossa. Per questa sua particolare attitudine ha sviluppato degli adattamenti estremi, che lo hanno reso esempio assai interessante dal punto di vista zoologico ed etologico. E' a tutt'oggi uno dei più grandi rapaci europei, riuscendo a sfoderare un'apertura alare di circa 2,80 metri. Le sue dimensioni e la sua fisionomia lo fanno assomigliare ad un'aquila o ad un falco, piuttosto che a un avvoltoio, mentre il suo volo lo avvicina alla figura del nibbio. Ne è una dimostrazione il nome stesso, "Gypaetus", termine composto di derivazione greca: "gyps" (=avvoltoio) e "aetos" (=aquila). L'appellativo di "barbuto" gli è invece derivato dalle lunghe penne che dagli occhi gli scendono sul becco, in una sorta di ornamento che lo rendono inconfondibile anche da notevole distanza. Presenta forme agili e slanciate, che lo differenziano nettamente dal Grifone (Gyps fulvus) e dall'Avvoltoio Monaco (Aegypius monachus), rispetto ai quali si presenta molto più leggero, tendendo a conservare qualche somiglianza in più con il seppur più piccolo Capovaccaio (Neophron percnopterus). Ma dove l'interesse per questo animale risulta ineguagliabile è nell'alimentazione. Il gipeto infatti sa nutrirsi di ossa, riuscendo ad ingerirne alcune lunghe anche 25 cm! La straordinaria capacità di aprire il becco e di succhiare il midollo e le poche parti molli del tessuto scheletrico degli ovini, ne ha di fatto decretato un incredibile successo per ciò che concerne l'adattamento all'ambiente. Addirittura, il gipeto riesce a mangiare le tartaruge, facendole precipitare da grandi altezze e facendole cozzare sulle rocce, così da poter romperne il guscio protettivo e succhiare le parti interne. Si narra che Eschilo fosse morto per una tartaruga piovuta dal cielo: chissà che ciò non fosse stata opera di un gipeto intento a consumare il pasto quotidiano? Le Alpi sono un luogo ideale per un animale come il gipeto. La presenza diffusa ed abbondante di ungulati ed il clima idoneo rappresentano infatti due condizioni essenziali per la sua reintroduzione. A primavera, il disgelo abbandona le carcasse di tanti animali che non hanno superato la stagione fredda, garantendo così razioni di cibo in abbondanza agli avvoltoi proprio nel momento della riproduzione. Ma ciò non è stato sufficiente per agevolare il compito della reintroduzione dell'animale sulle nostre montagne. Riportare il gipeto sulle Alpi non è affare da poco e i primi tentativi -risalenti a vent'anni orsono- si sono rivelati spesso fallimentari. Col trascorrere degli anni e con il miglioramento delle tecniche, si sono intravisti segnali positivi, e ad oggi si può concludere che la strada per la reintroduzione dell'uccello sulle Alpi è fattivamente percorribile, anche se ci vorranno tempi lunghi affinché essa si realizzi definitvamente. Negli ultimi 18 anni anni sono stati rilasciati ben 121 avvoltoi nati in cattività. Ma un animale nato in cattività va seguito, monitorato e aiutato nel suo percorso di adattamento all'ambiente, senza tuttavia presenziare fisicamente nel suo habitat, il che determinerebbe fenomeni di imprinting. Un compito non facile, insomma, come testimoniano i tanti anni spesi nel cercare di risollevare le sorti di un rapace che è andato assai vicino alla definitiva estinzione. Oggi, tutti gli esemplari presenti sulle Alpi sono stati censiti, registrati e vengono continuamente monitorati. In natura si sono formate spontaneamente ben 16 coppie (7 in Italia, 7 in Francia, 1 in Svizzera e 1 in Austria), la metà delle quali nel 2004 è riuscita a nidifcare; cinque di queste coppie, infine, sono riuscite a far involare i nuovi nati. Di queste, ben tre si sono stabilite nel Parco Nazionale dello Stelvio, segno evidente di un successo ambientale i cui meriti devono essere ascritti anche alla politica dei nostri parchi. D'altro canto, un bacino alimentare costituito da 7500 cervi, 5000 camosci e 1000 stambecchi garantisce cibo in abbondanza! Negli ultimi anni, 20 gipeti hanno visto la luce sulle nostre montagne, adattandosi senza particolari problemi al contesto alpino. Troppo pochi, perché si possa parlare di tentativo riuscito. Infatti, solo quando la popolazione sarà in grado di autosostenersi, tanto da non rendere necessarie ulteriori immissioni, si potrà parlare di successo definitivo. Ma certo, i dati alla mano dicono che il progetto della "Foundation for the Conservation of the Bearded Vulture" (FCBV) sta evolvendo sulla strada giusta, e che presto il prestigioso traguardo della reintroduzione del gipeto nelle nostre montagne sarà conquistato una volta per tutte. Noi tutti lo speriamo, nel più profondo delle nostre speranze.

Autore : Emanuele Latini

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