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Settembre 2002: uno splendido trekking "Invernale" nelle Dolomiti

Cronaca di una domenica "nevosa"tra gli altipiani di Siusi e dello Sciliar

Natura e meteo - 3 Ottobre 2002, ore 15.50

Lo Scliliar è quello che rimane di un grosso atollo marino del triassico. La sua sagoma terminante con la Punta Santner, ben visibile da Bolzano della quale ne è diventata simbolo, corrisponde alla parte sommitale della barriera corallina in formazione nell'antico mare della Paleotetide oltre 245 milioni di anni fa. La sua composizione principale è la Dolomia dello Sciliar, a cui da il nome per il suo notevole affioramento, e della quale sono in gran parte costituiti anche il Catinaccio, il Sassolungo, le Odle e le Pale di San Martino, buona parte cioè delle cosiddette Dolomiti Occidentali. Successivamente alla sua formazione, due enormi apparati vulcanici localizzati tra la Marmolada e la piana di Predazzo colmarono di sedimenti gli spazi marini tra i vari atolli, "conservando" per così dire intatti i pendii marini originali. L'orogenesi alpina e l'erosione li hanno riportati alla luce ed il costone NW dello Sciliar è esattamente lo stesso precipizio sottomarino della barriera in formazione, delimitato e NE dalle strane guglie dei "Denti di Terrarossa" che inglobano tuttora le grosse brecce e gli enormi blocchi scivolati nell'antico mare. È appunto questo il percorso, già discretamente innevato per la stagione (tra 10 e 40 cm al suolo), che si affronta salendo lungo il facile sentiero turistico n°5 che, partendo da Malga Frommer, quota 1700 ca. e attraversando buona parte degli alpeggi dell'Alpe di Siusi, porta al rifugio Bolzano. Attenzione, facile si, ma ghiacciato oltre i 1900 m di quota proprio nel tratto più faticoso oltre il Rio Freddo dopo circa un'ora di strada e quindi da affrontare con prudenza e calzature adeguate. Sono le 7,15 e la temperatura è - 3,7 °C. Spettacolare la vista che si gode una volta raggiunto l'altipiano dello Sciliar e la successiva sommità del monte Pez a 2567m slm. Si spazia da est a ovest seguendo la linea nevosa delle montagne e i ghiacciai al confine con l'Autria, oltre la piana dell'Adige svettano i gruppi dell'Ortles - Cevedale, la Presena, il Brenta, verso sud il Latemar, Corno Bianco e Nero, Lagorai e poi ancora il Catinaccio e le torri del Vajolet, il Sassolungo, il Sella, la Marmolada ed altre ancora. Il tempo è stupendamente sereno, solo un debole e freddo vento da nord mi tiene compagnia sulla cima, poche centinaia di metri sopra il rifugio Bolzano, quasi mimetizzato tra le candide pietre calcaree! Qui sono di casa, ho vissuto per anni proprio in fondo alla valle, poco lontano ma ogni volta rimango profondamente incantato a contemplare la bellezza selvaggia certamente accentuata dal precoce abito invernale. E intanto sono passate da poco le 10,30 la sonda di temperatura segna -0,2°C. Ormai appagato penso di tornarmene a valle in poco più di due ore e mezzo dovrei essere al parcheggio. Ma la giornata è troppo invitante e ci sono sicuramente tempo e condizioni ideali per raggiungere il rif. Alpe di Tires e scendere per la forcella dei denti di Terrarossa. 3-4 ore in più di marcia. Ed è quello che faccio e dopo un paio di ore raggiungo il rifugio Alpe di Tires, percorrendo la traccia di "omini di pietra" n 4 che attraversa da W-E tutto l'altipiano. Il facile sentiero diventato molto faticoso a causa dei 30,40cm di neve, dopo un primo tratto centrale pianeggiante, segue una lunga cresta con il verde dei pascoli verso l'Alpe di Siusi a contrastare le crude guglie innevate del Catinaccio sulla destra. Ora giunti al rifugio, seguendo l'esempio di una allegra comitiva di veneti è consigliabile una bella sosta per pranzare, attenzione però: con fine settembre la maggior parte dei rifugi chiude, e fuori stagione è meglio portarsi il necessario appresso. Dall'Alpe di Tires comunque il più è fatto rimane la forcella dei "Denti di Terrarossa" sentiero n2 da percorrere al posto del meno spettacolare stradone che scende verso la Val Duron e dopo un ampio giro raggiunge l'Alpe di Siusi da est. Ed è appunto qui che si rimane piacevolmente sorpresi dalla quantità di neve al suolo per nulla ghiacciata grazie alla sua disposizione NW e sicuramente oltre i 40 cm. La forcella de Denti di Terrarossa raggiunge il suo punto massimo a quota 2499 ed il sentiero che la taglia a "zig zag" ha il suo punto di attacco più ripido intorno ai 2200, quindi sono 300 metri da percorrere in apnea votati alla sofferenza, spesso con zaini stracarichi e con il miraggio del rifugio poco lontano. Non vi dico lo spettacolo e la soddisfazione di percorrerla in discesa! In poco tempo raggiungo il limite dei prati attorno ai 2100, il freddo scompare grazie agli ancor caldi raggi del sole di settembre che mi accompagnano per l'ultimo tratto attraverso l'alpeggio. Un'ora dopo siamo nuovamente alle macchine, tra i rumori di sempre e domani si riprende la solita routine ed è già tutto un ricordo, bello per fortuna, quello che riesce a regalarci spesso una nevicata fuori stagione. PS.In condizioni normali e in estate l'escursione è assolutamente fattibile; con la neve e il ghiaccio meglio partire presto per non essere sorpresi dal buio e rischiare guai peggiori. Dislivello totale 1200 ca. tempo 7h ca. di marcia.

Autore : Angelo Ferrari

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