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Sakhalin: l'isola della paura

Un biglietto di sola andata per l’isola contesa

Natura e meteo - 21 Settembre 2002, ore 08.22

C’è stato un tempo in cui a sentirne pronunciare solo il nome – “Sakhalin” – i russi rabbrividivano. Perché quel nome stava a significare il non luogo, la terra dannata da cui non c’era possibilità di ritorno, la carcerazione, l’esilio, la prigionia, la colpa, la dannazione. Sakhalin era l’isola senza speranza. A costruirle questa fama così poco piacevole contribuivano due fattori: uno umano, l’altro naturale. Essa era infatti il posto peggiore in cui i dissidenti del regime zarista potessero essere spediti col biglietto di sola andata. Ed era – è – terra di disastri naturali. L’isola di Sakhalin si trova al largo della costa della Russia asiatica, tra il mar di Okhotsk e il mar di Giappone. A ovest lo stretto di Tatar la separa dalla terraferma russa, cui è invece legata da punto di vista amministrativo. Assieme alle isole Kuril forma la regione russa di Sakhalin. Il suo territorio si estende per circa 78.000 chilometri quadrati. E’ lunga e stretta. All’interno vi corrono in linea verticale due montagne parallele, separate da una vallata centrale. Il clima è rigido, ma ciò non toglie che a sud crescano grano e patate. La vera ricchezza dell’isola non è la sua natura, che pure merita uno sguardo a parte: montagne, laghi, foreste e una fauna di tutto rispetto. La vera ricchezza è un’altra, e viene dal sottosuolo. C’è una zona, a nord est di Sakhalin, nella quale viene estratto il petrolio. Da qui le tubature corrono fino alla terraferma russa. E c’è un’altra zona, su questa lingua di terra, da cui vengono estratti carbone e ferro. Certo le quantità non sono enormi, i depositi sono relativamente piccoli, ma si tratta di una fonte vitale per la Russia asiatica e di uno dei motivi per cui Sakhalin è stata contesa, nel corso della sua storia, da giapponesi e russi. Ed è proprio questa contesa senza fine che caratterizza ancor oggi l’isola, e che ne disegna il profilo umano. Ormai la maggior parte degli abitanti sono russi perché è alla Russia che appartiene il territorio, ma esiste ancora una minoranza giapponese in via “d’estinzione”: gente che era stata fatta prigioniera dopo la Seconda Guerra Mondiale quando l’Unione Sovietica si è impadronita dell’intero territorio cacciando i soldati nipponici. Gente che, una volta rilasciata dai campi di lavoro, decise comunque di rimanere, avendo nella maggior parte dei casi messo su famiglia. Nel 1999 l’isola contava circa 650.000 abitanti. Ma c’è un esodo continuo. Sono in molti a voler scappare da questo luogo della non speranza. Le “porte” si aprirono nel 1991 con il crollo del regime sovietico. Da allora si parla di almeno 74.000 partenze. Sakhalin non è più l’isola della dannazione, ma è pur sempre un’isola lontana dal mondo. A cura di www.marcopolo.tv

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