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Il mare italiano? Non c'è male

Un consiglio ai turisti: "Alla larga dai fiumi"

Natura e meteo - 25 Giugno 2001, ore 14.00

In occasione dell’uscita della “Guida Blu 2001” Marcopolo ha intervistato Sebastiano Venneri, responsabile nazionale mare di Legambiente . La “Guida Blu 2001” è stata realizzata quest’anno, per la prima volta, in collaborazione con il Touring Club Italiano. Perché questa scelta da parte di Legambiente? Legambiente e Touring Club si occupano di due interessi che possono e devono andare d’accordo: ambiente e turismo. Sono due settori complementari, che noi in questa occasione non abbiamo fatto altro che coniugare al meglio. La dimostrazione è proprio la “Guida Blu”. Il nostro è un paese ricco di zone dove la presenza dell’uomo è stata sempre caratterizzante. Voglio dire: non esistono posti deserti in Italia. Non esiste quel tipo di bellezza che deriva da una natura incontaminata. Anche i luoghi migliori sono segnati dalla presenza umana. Per questo bisogna trovare un modo per far convivere ambiente e turismo. E questo modo può bene essere il cosiddetto “turismo di qualità”: è a quello che noi puntiamo. Cosa intende per “turismo di qualità”? Un turismo dove l’ambiente sia una sorta di “pre condizione”. Che poi è anche un turismo forse più costoso, un po’ da ricchi. Non è certamente un turismo di massa. E qual è il ruolo delle amministrazioni locali in questa ottica? Le amministrazioni locali giocano un ruolo fondamentale. Nella “Guida Blu” non a caso abbiamo preso in considerazione i comuni, anzi le aree gestite dai comuni. E il lavoro di molte amministrazioni è stato premiato, nel senso che quando i sindaci decidono di sposare la causa della natura, allora i risultati si vedono. Eccome se si vedono. Le Cinque Terre, in Liguria, ne sono un esempio: questa zona si è guadagnata il primo posto nella nostra classifica. E qui c’è un parco che è stato fortemente voluto dai sindaci. Mi sembra la si possa considerare una scelta vincente. Significa che si sta diffondendo una nuova cultura dell’ambiente tra i comuni? Certo. Sono pochi ormai i casi in cui le aree protette vengono considerate un vincolo piuttosto che un’opportunità. Quelle marine, per esempio, vengono gestite direttamente dalle amministrazioni comunali. Che, in questo modo, non si trovano a subire una scelta di altri, ma ne sono coinvolte. L’istituzione di aree protette non si risolve però in una perdita economica per le zone interessate? No, semmai accade il contrario. La presenza di un’area protetta è un volano di sviluppo economico. Alcuni esempi: in quelle stesse zone si registra un aumento del valore degli immobili di oltre il 25 per cento. E ormai sono molti i tour operator che promuovono – con buoni risultati – i posti vicini alle aree protette. Dal canto loro i turisti vengono volentieri. E’ la “qualità” di cui parlavamo prima. Bisognerebbe quindi puntare di più su questa tendenza... Sì, è sulla qualità che il nostro Paese dovrebbe puntare. Anche perché l’Italia è capace di offrire un turismo diverso rispetto a quello degli altri paesi: un intreccio di beni culturali, bei posti e percorsi enogastronomici. Se vogliamo stare sul mercato – anche questo ormai “globale” – del turismo dobbiamo lavorare sul mix di questi tre elementi. Parliamo ora più strettamente del mare: qual è lo stato di salute delle nostre acque? Lo stato di salute del mare non migliora, questo è certo. Da anni non si fanno i grandi interventi infrastrutturali. Da anni non si costruiscono impianti di depurazione nel Mezzogiorno, dove ci sono alcune zone che ne avrebbero un gran bisogno. Al di là di questo però possiamo dire che la situazione è più o meno stabile. Insomma, le nostre acque passano l’esame nel complesso. Passano l’esame? Non mi dica che non esistono problemi seri... Esistono, certo. Primo tra tutti quello degli idrocarburi. Basti pensare che la metà del petrolio che circola nel Mediterraneo passa vicino le nostre coste. Ma qui ci sono di mezzo interessi internazionali: cosa si può fare? E’ davvero difficile districarsi sul piano internazionale. I problemi dell’ambiente – in questi casi – vengono sempre messi da parte e sacrificati a difesa degli interessi dell’armatore. Quindi dobbiamo cercare di avvicinarci alla soluzione del problema aggirando, se possibile, l’approccio internazionale. Cioè? Le faccio un esempio. Un successo recente. L’ultima settimana di maggio è stato siglato un accordo importante. Firmatari: ministero dell’Ambiente, ministero dei Trasporti, Confindustria, sindacati vari e alcune associazioni ambientali tra cui Legambiente. In base a questo accordo l’industria italiana – tutta quella parte che ha a che vedere con il trasporto del greggio – si è impegnata ad anticipare la scadenza per l’eliminazione delle cosiddette “carrette del mare” (le imbarcazioni che non presentano requisiti di sicurezza). Inoltre si è impegnata a non passare in aree particolarmente sensibili, come la Laguna di Venezia. Si tratta di un accordo all’avanguardia a livello europeo. Un’ultima domanda. Qual è il posto di mare italiano che lei sconsiglia? Insomma, chi c’è all’ultimo posto della classifica? Un nome preciso non lo faccio. Piuttosto le do un principio generale da applicare: alla larga dai fiumi. Che sono sempre portatori di fattori inquinanti. Meglio quindi stare lontani dalle località balneari prossime ai corsi d’acqua. A cura di www.marcopolo.tv

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